Martedì 16 giugno, a partire dlle 21.00, sarò in onda sulle freqenze di Radio Italia 1, emittente che trasmette da Torino e copre tutto il Piemonte.
Converserò con gli speaker della trasmissione 'Dimensione Autore' sui temi de 'L'arte di Khem', e in generale di scrittura.
Se qualcuno, da quelle parti, vorrà ascoltarmi...
13 giugno, 2009
10 aprile, 2009
Time
Ticchettando via i momenti che riempiono un giorno noioso
Sciupi e sprechi le ore in una strada fuori mano
Gironzolando in un angolo della tua città
Aspettando qualcuno o qualcosa che ti mostri la via
Stanco di giacere nella luce del sole stando a casa a guardare la pioggia
Tu sei giovane e la vita è lunga e c'è tempo da ammazzare oggi
E poi un giorno trovi che hai 10 anni dietro di te
Nessuno ti dice quando correre, hai mancato lo sparo iniziale...
Etichette:
Opinioni
| Reazioni: |
31 marzo, 2009
Ethnos in Cina
Il gruppo musicale 'Ethnos', guidato dal mio amico Graziano Accinni, sbarca a Shanghai in occasione della settimana di Pasqua.
E' un evento straordinario, che proietta questo meraviglioso ensemble, e i valori culturali lucani, in un mondo geograficamente lontano ma pervaso da un misticismo millenario. Nell'occasione, il gruppo sarà integrato da un nuovo membro, un talento di Sarconi che risponde al nome di Giuseppe Forastiero.
Complimentissimi!
Di seguito, un estratto del comunicato stampa sull'evento.
Il gruppo musicale “Ethnos” in Concerto a Shanghai, Cina
nella Settimana di Pasqua
Dott.ssa Isabella Maria Fanuele (Rai International) ROMA
Dott.ssa Isabella Maria Fanuele (Rai International) ROMA
In occasione della Settimana Santa 2009 (6-13 Aprile), il gruppo musicale “Ethnos” sarà impegnato a Shanghai, Cina Popolare, per delle esibizioni nel quadro di una visita ufficiale di una delegazione della Regione Basilicata. La loro performance del Venerdì Santo 10 aprile sarà la prima nella storia della Cina Popolare in cui vengono eseguite musiche religiose da un gruppo occidentale in una Chiesa cinese.
L'evento, voluto dall'Istituto Italiano di Cultura del Consolato d'Italia a Shanghai nella persona del suo Direttore, il Gr. Uff. Dr. Paolo Sabbatini, al fine di promuovere la cultura regionale della Basilicata, è stato organizzato per quanto concerne la supervisione artistica e i rapporti con le istituzioni da Isabella Maria Fanuele, già autrice e conduttrice radiofonica di RAI International (oggi RAI Italia), originaria di Senise (Pz).
L'evento, voluto dall'Istituto Italiano di Cultura del Consolato d'Italia a Shanghai nella persona del suo Direttore, il Gr. Uff. Dr. Paolo Sabbatini, al fine di promuovere la cultura regionale della Basilicata, è stato organizzato per quanto concerne la supervisione artistica e i rapporti con le istituzioni da Isabella Maria Fanuele, già autrice e conduttrice radiofonica di RAI International (oggi RAI Italia), originaria di Senise (Pz).
La partecipazione del Gruppo musicale Ethnos riceverà ampia diffusione attraverso i media locali: si prevede inoltre una registrazione video dei loro concerti, che verrà interamente o in parte impiegata nei contatti con i media italiani a livello nazionale e regionale.
Breve Calendario degli eventi che coinvolgeranno il Gruppo Ethnos:
- 8 aprile: Spettacolo del “Gruppo Ethnos” presso l’Universita’ di Hangzhou, capitale della Provincia del Zhejiang (a 2 ore da Shanghai), in occasione dell’esibizione musicale organizzata dal Prof. Carlo Socol e dalla Dott.ssa Mei Weihui, in collaborazione con il centro Seeco. Presenta Isabella Maria Fanuele.
Breve Calendario degli eventi che coinvolgeranno il Gruppo Ethnos:
- 8 aprile: Spettacolo del “Gruppo Ethnos” presso l’Universita’ di Hangzhou, capitale della Provincia del Zhejiang (a 2 ore da Shanghai), in occasione dell’esibizione musicale organizzata dal Prof. Carlo Socol e dalla Dott.ssa Mei Weihui, in collaborazione con il centro Seeco. Presenta Isabella Maria Fanuele.
- 10 aprile, Venerdì Santo: in occasione della Sacra Rappresentazione della Passione di Cristo presso la Cattedrale Cattolica di Xujiahui a Shanghai, il Gruppo Ethnos si esibirà suonando le canzoni della tradizione musicale religiosa popolare lucana. È prevista durante l'esibizione la recitazione di un racconto tradizionale lucano sulla Passione in dialetto senisese (I. Fanuele); evento della fasciatura della campana.
Inoltre, il 9 aprile presso il Centro Commerciale “Shanghai Times Square” sarà organizzato un evento pubblico, a cui il Gruppo Ethnos sarà presente, finalizzato alla diffusione degli aspetti della cultura regionale della Basilicata, con particolare attenzione al turismo (verrà proposto un itinerario turistico lucano), e alla tradizione eno-gastronomica. Si prevede la proiezione di un filmato sulla Regione Basilicata.
Partecipanti all'evento:
- Dr. Paolo Sabbatini, Direttore Istituto Italiano di Cultura a Shanghai, Repubblica Popolare Cinese
- Prof. Giorgio Casacchia, Addetto Culturale Istituto Italiano di Cultura a Shanghai
- Diocesi cattolica di Shanghai
- Assessore alla Cultura e alla Formazione Regione Basilicata Dr. Antonio Autilio
- Rappresentante dell'Assessorato all'Agricoltura Regione Basilicata
- “Ethnos Trio”: Graziano Accinni, Giuseppe Forastiero, Silvio De Filippo
- Isabella Maria Fanuele
- Rappresentante Azienda eno-gastronomica della Basilicata
- Prof. Maurizio Paolillo (Sinologo, Esperto di Cultura Cinese)
Inoltre, il 9 aprile presso il Centro Commerciale “Shanghai Times Square” sarà organizzato un evento pubblico, a cui il Gruppo Ethnos sarà presente, finalizzato alla diffusione degli aspetti della cultura regionale della Basilicata, con particolare attenzione al turismo (verrà proposto un itinerario turistico lucano), e alla tradizione eno-gastronomica. Si prevede la proiezione di un filmato sulla Regione Basilicata.
Partecipanti all'evento:
- Dr. Paolo Sabbatini, Direttore Istituto Italiano di Cultura a Shanghai, Repubblica Popolare Cinese
- Prof. Giorgio Casacchia, Addetto Culturale Istituto Italiano di Cultura a Shanghai
- Diocesi cattolica di Shanghai
- Assessore alla Cultura e alla Formazione Regione Basilicata Dr. Antonio Autilio
- Rappresentante dell'Assessorato all'Agricoltura Regione Basilicata
- “Ethnos Trio”: Graziano Accinni, Giuseppe Forastiero, Silvio De Filippo
- Isabella Maria Fanuele
- Rappresentante Azienda eno-gastronomica della Basilicata
- Prof. Maurizio Paolillo (Sinologo, Esperto di Cultura Cinese)
30 marzo, 2009
Raissa

Non è felice, la vita a Raissa.
Per le strade la gente cammina torcendosi le mani, impreca ai bambini che piangono, s'appoggia ai parapetti del fiume con le tempie tra i pugni, alla mattina si sveglia da un brutto sogno e ne comincia un altro. Tra i banconi dove ci si schiaccia tutti i momenti le dita col martello o ci si punge con l'ago, o sulle colonne di numeri tutti storti nei registri dei negozianti e dei banchieri, o davanti alle file di bicchieri vuoti sullo zinco delle bettole, meno male che le teste chine ti risparmiano dagli sguardi torvi. Dentro le case è peggio, e non occorre entrarci per saperlo: d'estate le finestre rintronano di litigi e piatti rotti.
Eppure, a Raissa, a ogni momento c'è un bambino che da una finestra ride a un cane che è saltato su una tettoia per mordere un pezzo di polenta caduto a un muratore che dall'alto dell'impalcatura ha esclamato: "Gioia mia, lasciami intingere!" a una giovane ostessa che solleva un piatto di ragù sotto la pergola, contenta di servirlo all'ombrellaio che festeggia un buon affare, un parasole di pizzo bianco comprato da una gran dama per pavoneggiarsi alle corse, innamorata di un ufficiale che le ha sorriso nel saltare l'ultima siepe, felice lui ma più felice ancora il cavallo che volava sugli ostacoli vedendo volare in cielo un francolino, felice uccello liberato dalla gabbia da un pittore felice d'averlo dipinto piuma per piuma picchiettato di rosso e di giallo nella miniatura di quella pagina del libro in cui il filosofo dice:
"Anche a Raissa, città triste, corre un filo invisibile che allaccia un essere vivente a un altro per un attimo e si disfa, poi torna a tendersi tra punti in movimento disegnando nuove rapide figure cosicchè in ogni secondo la città infelice contiene una città felice che nemmeno sa d'esistere".
Italo Calvino, Le città invisibili.
Etichette:
Opinioni
| Reazioni: |
13 marzo, 2009
03 marzo, 2009
Carnevale

Il Carnevale aveva senso quando non c’era.
Nel Club era invalsa la convinzione che se tutti avevano il diritto di travestirsi e fare un brutto tiro al prossimo, la nostra specificità veniva di colpo cancellata: perché quello era nostro dominio esclusivo.
Per esempio, Carmine e io ci eravamo mascherati da diavoli in piena estate. In sella alla mia bicicletta s’era percorso tutto il paese ululando come dei perfetti dementi, spaventando vecchi e bambini. Durante la processione del venerdì Santo, Massimo aveva rivestito un pallone da calcio con un volto di morto e l’aveva lanciato da un ballatoio: l’orribile testa era rimbalzata giù per il vicolo con gran clamore dei fedeli.
Per noi era sempre carnevale. Ci sentivamo in diritto di organizzare burle e giochi assurdi in ogni momento dell’anno.
Tuttavia c’era un modo per approfittare anche del carnevale canonico, quando il paese intero si metteva alla pari con la nostra follia. Potevamo mascherarci, in maniera da renderci del tutto irriconoscibili, e farci ricevere nelle case delle famiglie più misteriose del paese con il pretesto di chiedere dolciumi, unicamente per soddisfare la nostra curiosità. Eravamo capaci di bussare tre volte alla stessa porta camuffati in modo sempre diverso, e continuare imperterriti a ficcare il naso. I padroni di casa si dimostravano pazienti, ci accoglievano con vassoi di caramelle e nel frattempo studiavano i nostri occhi nel tentativo di capire chi diavolo fossimo. Nessuno di loro sospettava che dietro quella specie di califfo straccione che ingombrava il salotto, si nascondeva la stessa persona che era stata lì solo dieci minuti prima, travestito da alieno zampognaro. Prendevamo una caramella, assentivamo senza pronunciare una sola parola, e nonostante tutte le insistenze del mondo non accettavamo di svelarci fino a quando, e con un comprensibile fastidio, i padroni non ci sbattevano fuori di casa.
Ricordo in particolare le Tre Sorelle, nobildonne che vivevano in un antico palazzo con un’inferriata nera davanti al portone. Una di esse, la più giovane, era spesso in giro a fare compere e commesse. La sorella mezzana aveva invece una coda di capelli bianchi perennemente legata che spiccava sul vestito nero, e saettava con una vecchia automobile grigia verso destinazioni ignote. Infine la terza, la maggiore, trascorreva la sua esistenza nella vecchia casa e nessuno l’aveva più vista da anni.
Condurre una vita del genere in un paese come Sarconi poteva stimolare ogni genere di illazioni, e le Sorelle non sfuggivano alla regola. E così circolavano voci su commerci con oscuri personaggi napoletani, su un viavai di clienti fino a notte fonda, su letture di carte e oroscopi. E a conferma di tali riprovevoli attività, veniva additato lo sfoggio che le donne facevano di orecchini e girocolli sempre diversi.
In poco tempo i mormorii ebbero un’evoluzione inquietante, e si giunse a parlare di strane figure emerse dal camino della vecchia casa, di un gatto nero che assumeva all’occorrenza un volto femminile. Le leggende si concentrarono in particolare sulla sorella maggiore, la reclusa, della quale ci si interrogava se fosse ancora in vita o defunta da anni e anni, custodita come un simulacro magico dalle sorelle superstiti che ne conservavano le doti soprannaturali.
Di fronte a questo calderone di deliri, le nostre fertili menti non potevano restare tranquille. Massimo, in particolare, ne era ossessionato. La fantasia paesana si era insinuata nel suo cervello rifrangendosi in mille congetture e visioni, nelle quali pareva aver smarrito ogni ragionevolezza. Per lui le Sorelle erano streghe. La maggiore era il capo, viveva da mille anni e più, possedeva antichi libri di magia nera. A queste convinzioni non tardò ad associarsi una pericolosa mania di persecuzione: era convinto che la strega sapesse di essere stata scoperta e perciò aveva deciso di eliminarlo. Ogni giorno ne raccontava una, che gli era venuta in sogno tentando di strangolarlo nel letto, che aveva fatto saltare la corrente di casa per farlo ruzzolare lungo le scale, che aveva mescolato la varechina all’acqua di rubinetto per avvelenarlo.
Ora, qualunque persona di buon senso gli avrebbe consigliato di farsi vedere da uno bravo, come dicono nei film. Io gli proposi di giovarsi del carnevale per ispezionare la dimora delle Sorelle.
Trascorremmo un intero pomeriggio a passare in rassegna i nostri abiti vecchi e il campionario di maschere in dotazione al Club. Scegliemmo con cura gli stracci più orribili e pretestuosi; indossammo una maschera da vecchia balorda io, da gentiluomo con baffi a punta lui. Un camuffamento senza né capo né coda, come sempre, ma funzionale a un assoluto anonimato.
Nonostante fosse arciconvinto che la strega lo avrebbe scoperto e punito, la curiosità di Massimo era più forte di lui e in un baleno ci ritrovammo dinanzi all’inferriata nera.
Bussammo, e una delle tre rispose subito al citofono. Con voce alterata dichiarai: “Maschere”. Seguì una pausa; pensai che riservate com’erano, le donne non ci avrebbero mai ricevuto, invece udii spalancare una porta e la sorella mezzana, quella sempre vestita di nero, accorse tutta contenta ad aprire l’inferriata.
“Ma prego… che piacere mascherine!”
Dietro la sua faccia di plastica stile don Diego de la Vega, Massimo mi guardò con diffidenza. Seguimmo la donna in un ingresso freddo, lungo delle scale di pietra, oltre una porta, e facemmo ingresso negli appartamenti al primo piano.
“Venire, venite…” ci esortava. Era veloce come un furetto. Giungemmo in un grande salotto poco illuminato in cui aleggiava un forte odore di spezie. La donna ci indicò un sofà, ma eravamo troppo ingombri di stracci per riuscire a sedere, quindi chiamò con voce stridula: “Luisa, vieni! Abbiamo visite!”
Luisa irruppe da una porta foderata di velluto. Era la Sorella più giovane.
“Tooo, guarda! Ma chi saranno ‘ste mascherine, eh? eh?”. Venne a studiarmi la faccia da vecchia, dietro la quale stavo grondando di sudore, poi si rivolse a Massimo che istintivamente indietreggiò. “Non ti mangio mica mascherina!” esclamò la donna.
“Dolci!” annunciò la mezzana con la sua vocetta scordata. “Forza mascherine!” e ci offrì un plateau di pasticcini. Ne presi uno, lo stesso fece Massimo. Mentre si serviva mi fece cenno col capo. Lì per lì non capii.
“Ooh, Bravi!” disse Luisa sedendosi sul divano. “Allora, come va la raccolta di leccornie quest’anno?”
Feci cenno ‘così così’. Massimo annuì di rimando.
“Eh, che vuoi,” commentò la mezzana, “i sarconesi non sono tanto ricchi. Danno quello che possono.” E scambiò una risatina con la sorella. “Sapete che siete i primi a venire? Eppure a noi fa tanto piacere.”
“Ditelo ai vostri colleghi mascherati,” ribadì la sorella più giovane. “Vengano pure a farci visita!” E giù un’altra risata da cornacchia.
Iniziavo a sentirmi a disagio. Guardandomi intorno non notavo nulla di sospetto e confesso che provai una certa delusione. Fatto salvo per l’arredamento barocco, molto appropriato a delle vegliarde stravaganti in rotta con il mondo reale, non c’era proprio niente all’altezza delle nostre aspettative. Presi un altro pasticcino. Colsi un nuovo cenno di Massimo e stavolta osservai in direzione del suo sguardo. Vidi un tavolino ingombro di oggetti, collane arrotolate come serpenti albini insieme a svariati preziosi, più una boccetta di vetro molto simile a un alambicco. Dietro il tavolo c’era uno schermo di stoffa chiara, o forse carta di riso, oltre il quale doveva aprirsi un separé. Una luce rossastra proveniente dal separé dilagava per una buona metà del salotto, e nel riquadro dello schermo notai un profilo umano: sembrava una persona corpulenta seduta su una poltrona. Tutto lasciava immaginare che ascoltasse la nostra conversazione.
“E’ anche vero che spesso siamo fuori paese,” spiegava Luisa. “Ieri, per esempio, abbiamo trascorso tutto il giorno a Villa d’Agri per delle compere.”
“Gioielli,” precisò la mezzana. “Da ‘Gino Giò’. In quel negozio c’è il meglio del meglio.”
“Parole sante sorella mia.”
Adesso non facevo che sbirciare in direzione del separé. Notai che quella persona teneva un enorme gatto sulle cosce: la bestia riceveva le carezze senza muovere un solo muscolo.
“E allora non sappiamo se magari qualcuno è già venuto a bussare.”
“Però è bello che i giovani abbiano ancora voglia di fare queste cose,” commentò Luisa.”Eh, già. Credevamo che ci fosse tempo solo per videogiochi e discoteche.”
Anche Massimo non riusciva a resistere alla figura sullo sfondo della luce rossa. I suoi occhi ne erano attratti come una calamita.
“E’ nostra sorella Anna,” spiegò all’improvviso Luisa, che aveva notato quell’interesse. “Non può venire a salutarvi, non sta tanto bene.”
Io alzai una mano e mi lasciai sfuggire: “Oh, nessun problema.” E subito mi morsicai la lingua. Ma era troppo tardi: vidi gli occhi della sorella mezzana stringersi, con un sottile interesse, e quel volto annuire impercettibilmente. Mi aveva riconosciuto.
Avvertii una specie di ragno risalire lungo la schiena. Presi Massimo per un braccio, gli feci cenno di levare le tende.
“Oh, ma già volete andar via?” disse Luisa.
“Restate un altro po’ ”, aggiunse la mezzana con voce flautata, porgendo il vassoio di paste di mandorla, “prendetene ancora!”
Poi, come in risposta a qualche evento, da dietro lo schermo di stoffa avvertii un raschiare di gola e un colpetto di tosse.
Le due sorelle si zittirono. La mezzana mollò il vassoio sul tavolino e si alzò. “Comunque, se proprio dovete andare…”
Di colpo il sorriso le era scomparso dalla faccia; anche Massimo lo aveva notato perché mi lanciò uno sguardo interrogativo.
Mentre la donna ci precedeva verso la porta che dava sulle scale di pietra, mi voltai un momento. Luisa era rimasta nel salotto a guardarci andar via: e in quell’istante ebbi la sensazione che la donna, senza staccarci gli occhi di dosso, stesse indietreggiando a piccoli passi verso il separé.
Non vedevo l’ora di andarmene da lì. La mezzana era davanti a noi e non potevo certo scavalcarla, ma giuro che il tempo che impiegammo a scendere quelle dannate scale mi parve un’eternità. Fummo spinti fuori senza troppi complimenti e, una volta nel vicolo, Massimo alzò le spalle e se ne andò senza dire una parola.
Per due giorni rimasi chiuso in casa. Non stavo per niente bene, continuavo a sudare e fare strani sogni. Mi svegliavo nel cuore della notte con il cuore al galoppo e la sensazione di dita invisibili che si stringevano intorno alla mia gola.
Quando Massimo mi richiamò, e mi spiegò di aver sofferto un’indisposizione simile alla mia, sentii gelarmi il sangue nelle vene.
“Cristo,” esclamai. “Ci hanno avvelenato con la pasta di mandorle.”
“Stai diventando paranoico,” ribatté lui, serafico.
“Senti chi parla.”
“E’ che ne ho parlato con il medico, ho preso un’indigestione di dolci. Gli ho anche chiesto a che serve quella cosa. Forse ho capito tutto, la fretta di mandarci via eccetera eccetera. Non credo che delle streghe abbiano bisogno di..”
“Ma di che stai parlando?”
“La cosa sul tavolo, quello davanti al separé. Quella cosa che ti indicavo con gli occhi, no?”
“Credevo che mi indicassi l’ombra della vecchia.”
Ebbe un sospiro di insofferenza. “Speravo che l’avessi notata da solo, l’ombra. Io ti indicavo la boccetta. Avevo letto il nome sul vetro ma non sapevo che cosa fosse, così ho chiesto notizie al medico.”
Non riuscivo a seguire il suo discorso, e devo ammettere che stavo anche perdendo la pazienza. Così gli domandai: “Si può sapere che cosa c’era scritto sul vetro?”
“C’era scritto: Insulina.”
Nel Club era invalsa la convinzione che se tutti avevano il diritto di travestirsi e fare un brutto tiro al prossimo, la nostra specificità veniva di colpo cancellata: perché quello era nostro dominio esclusivo.
Per esempio, Carmine e io ci eravamo mascherati da diavoli in piena estate. In sella alla mia bicicletta s’era percorso tutto il paese ululando come dei perfetti dementi, spaventando vecchi e bambini. Durante la processione del venerdì Santo, Massimo aveva rivestito un pallone da calcio con un volto di morto e l’aveva lanciato da un ballatoio: l’orribile testa era rimbalzata giù per il vicolo con gran clamore dei fedeli.
Per noi era sempre carnevale. Ci sentivamo in diritto di organizzare burle e giochi assurdi in ogni momento dell’anno.
Tuttavia c’era un modo per approfittare anche del carnevale canonico, quando il paese intero si metteva alla pari con la nostra follia. Potevamo mascherarci, in maniera da renderci del tutto irriconoscibili, e farci ricevere nelle case delle famiglie più misteriose del paese con il pretesto di chiedere dolciumi, unicamente per soddisfare la nostra curiosità. Eravamo capaci di bussare tre volte alla stessa porta camuffati in modo sempre diverso, e continuare imperterriti a ficcare il naso. I padroni di casa si dimostravano pazienti, ci accoglievano con vassoi di caramelle e nel frattempo studiavano i nostri occhi nel tentativo di capire chi diavolo fossimo. Nessuno di loro sospettava che dietro quella specie di califfo straccione che ingombrava il salotto, si nascondeva la stessa persona che era stata lì solo dieci minuti prima, travestito da alieno zampognaro. Prendevamo una caramella, assentivamo senza pronunciare una sola parola, e nonostante tutte le insistenze del mondo non accettavamo di svelarci fino a quando, e con un comprensibile fastidio, i padroni non ci sbattevano fuori di casa.
Ricordo in particolare le Tre Sorelle, nobildonne che vivevano in un antico palazzo con un’inferriata nera davanti al portone. Una di esse, la più giovane, era spesso in giro a fare compere e commesse. La sorella mezzana aveva invece una coda di capelli bianchi perennemente legata che spiccava sul vestito nero, e saettava con una vecchia automobile grigia verso destinazioni ignote. Infine la terza, la maggiore, trascorreva la sua esistenza nella vecchia casa e nessuno l’aveva più vista da anni.
Condurre una vita del genere in un paese come Sarconi poteva stimolare ogni genere di illazioni, e le Sorelle non sfuggivano alla regola. E così circolavano voci su commerci con oscuri personaggi napoletani, su un viavai di clienti fino a notte fonda, su letture di carte e oroscopi. E a conferma di tali riprovevoli attività, veniva additato lo sfoggio che le donne facevano di orecchini e girocolli sempre diversi.
In poco tempo i mormorii ebbero un’evoluzione inquietante, e si giunse a parlare di strane figure emerse dal camino della vecchia casa, di un gatto nero che assumeva all’occorrenza un volto femminile. Le leggende si concentrarono in particolare sulla sorella maggiore, la reclusa, della quale ci si interrogava se fosse ancora in vita o defunta da anni e anni, custodita come un simulacro magico dalle sorelle superstiti che ne conservavano le doti soprannaturali.
Di fronte a questo calderone di deliri, le nostre fertili menti non potevano restare tranquille. Massimo, in particolare, ne era ossessionato. La fantasia paesana si era insinuata nel suo cervello rifrangendosi in mille congetture e visioni, nelle quali pareva aver smarrito ogni ragionevolezza. Per lui le Sorelle erano streghe. La maggiore era il capo, viveva da mille anni e più, possedeva antichi libri di magia nera. A queste convinzioni non tardò ad associarsi una pericolosa mania di persecuzione: era convinto che la strega sapesse di essere stata scoperta e perciò aveva deciso di eliminarlo. Ogni giorno ne raccontava una, che gli era venuta in sogno tentando di strangolarlo nel letto, che aveva fatto saltare la corrente di casa per farlo ruzzolare lungo le scale, che aveva mescolato la varechina all’acqua di rubinetto per avvelenarlo.
Ora, qualunque persona di buon senso gli avrebbe consigliato di farsi vedere da uno bravo, come dicono nei film. Io gli proposi di giovarsi del carnevale per ispezionare la dimora delle Sorelle.
Trascorremmo un intero pomeriggio a passare in rassegna i nostri abiti vecchi e il campionario di maschere in dotazione al Club. Scegliemmo con cura gli stracci più orribili e pretestuosi; indossammo una maschera da vecchia balorda io, da gentiluomo con baffi a punta lui. Un camuffamento senza né capo né coda, come sempre, ma funzionale a un assoluto anonimato.
Nonostante fosse arciconvinto che la strega lo avrebbe scoperto e punito, la curiosità di Massimo era più forte di lui e in un baleno ci ritrovammo dinanzi all’inferriata nera.
Bussammo, e una delle tre rispose subito al citofono. Con voce alterata dichiarai: “Maschere”. Seguì una pausa; pensai che riservate com’erano, le donne non ci avrebbero mai ricevuto, invece udii spalancare una porta e la sorella mezzana, quella sempre vestita di nero, accorse tutta contenta ad aprire l’inferriata.
“Ma prego… che piacere mascherine!”
Dietro la sua faccia di plastica stile don Diego de la Vega, Massimo mi guardò con diffidenza. Seguimmo la donna in un ingresso freddo, lungo delle scale di pietra, oltre una porta, e facemmo ingresso negli appartamenti al primo piano.
“Venire, venite…” ci esortava. Era veloce come un furetto. Giungemmo in un grande salotto poco illuminato in cui aleggiava un forte odore di spezie. La donna ci indicò un sofà, ma eravamo troppo ingombri di stracci per riuscire a sedere, quindi chiamò con voce stridula: “Luisa, vieni! Abbiamo visite!”
Luisa irruppe da una porta foderata di velluto. Era la Sorella più giovane.
“Tooo, guarda! Ma chi saranno ‘ste mascherine, eh? eh?”. Venne a studiarmi la faccia da vecchia, dietro la quale stavo grondando di sudore, poi si rivolse a Massimo che istintivamente indietreggiò. “Non ti mangio mica mascherina!” esclamò la donna.
“Dolci!” annunciò la mezzana con la sua vocetta scordata. “Forza mascherine!” e ci offrì un plateau di pasticcini. Ne presi uno, lo stesso fece Massimo. Mentre si serviva mi fece cenno col capo. Lì per lì non capii.
“Ooh, Bravi!” disse Luisa sedendosi sul divano. “Allora, come va la raccolta di leccornie quest’anno?”
Feci cenno ‘così così’. Massimo annuì di rimando.
“Eh, che vuoi,” commentò la mezzana, “i sarconesi non sono tanto ricchi. Danno quello che possono.” E scambiò una risatina con la sorella. “Sapete che siete i primi a venire? Eppure a noi fa tanto piacere.”
“Ditelo ai vostri colleghi mascherati,” ribadì la sorella più giovane. “Vengano pure a farci visita!” E giù un’altra risata da cornacchia.
Iniziavo a sentirmi a disagio. Guardandomi intorno non notavo nulla di sospetto e confesso che provai una certa delusione. Fatto salvo per l’arredamento barocco, molto appropriato a delle vegliarde stravaganti in rotta con il mondo reale, non c’era proprio niente all’altezza delle nostre aspettative. Presi un altro pasticcino. Colsi un nuovo cenno di Massimo e stavolta osservai in direzione del suo sguardo. Vidi un tavolino ingombro di oggetti, collane arrotolate come serpenti albini insieme a svariati preziosi, più una boccetta di vetro molto simile a un alambicco. Dietro il tavolo c’era uno schermo di stoffa chiara, o forse carta di riso, oltre il quale doveva aprirsi un separé. Una luce rossastra proveniente dal separé dilagava per una buona metà del salotto, e nel riquadro dello schermo notai un profilo umano: sembrava una persona corpulenta seduta su una poltrona. Tutto lasciava immaginare che ascoltasse la nostra conversazione.
“E’ anche vero che spesso siamo fuori paese,” spiegava Luisa. “Ieri, per esempio, abbiamo trascorso tutto il giorno a Villa d’Agri per delle compere.”
“Gioielli,” precisò la mezzana. “Da ‘Gino Giò’. In quel negozio c’è il meglio del meglio.”
“Parole sante sorella mia.”
Adesso non facevo che sbirciare in direzione del separé. Notai che quella persona teneva un enorme gatto sulle cosce: la bestia riceveva le carezze senza muovere un solo muscolo.
“E allora non sappiamo se magari qualcuno è già venuto a bussare.”
“Però è bello che i giovani abbiano ancora voglia di fare queste cose,” commentò Luisa.”Eh, già. Credevamo che ci fosse tempo solo per videogiochi e discoteche.”
Anche Massimo non riusciva a resistere alla figura sullo sfondo della luce rossa. I suoi occhi ne erano attratti come una calamita.
“E’ nostra sorella Anna,” spiegò all’improvviso Luisa, che aveva notato quell’interesse. “Non può venire a salutarvi, non sta tanto bene.”
Io alzai una mano e mi lasciai sfuggire: “Oh, nessun problema.” E subito mi morsicai la lingua. Ma era troppo tardi: vidi gli occhi della sorella mezzana stringersi, con un sottile interesse, e quel volto annuire impercettibilmente. Mi aveva riconosciuto.
Avvertii una specie di ragno risalire lungo la schiena. Presi Massimo per un braccio, gli feci cenno di levare le tende.
“Oh, ma già volete andar via?” disse Luisa.
“Restate un altro po’ ”, aggiunse la mezzana con voce flautata, porgendo il vassoio di paste di mandorla, “prendetene ancora!”
Poi, come in risposta a qualche evento, da dietro lo schermo di stoffa avvertii un raschiare di gola e un colpetto di tosse.
Le due sorelle si zittirono. La mezzana mollò il vassoio sul tavolino e si alzò. “Comunque, se proprio dovete andare…”
Di colpo il sorriso le era scomparso dalla faccia; anche Massimo lo aveva notato perché mi lanciò uno sguardo interrogativo.
Mentre la donna ci precedeva verso la porta che dava sulle scale di pietra, mi voltai un momento. Luisa era rimasta nel salotto a guardarci andar via: e in quell’istante ebbi la sensazione che la donna, senza staccarci gli occhi di dosso, stesse indietreggiando a piccoli passi verso il separé.
Non vedevo l’ora di andarmene da lì. La mezzana era davanti a noi e non potevo certo scavalcarla, ma giuro che il tempo che impiegammo a scendere quelle dannate scale mi parve un’eternità. Fummo spinti fuori senza troppi complimenti e, una volta nel vicolo, Massimo alzò le spalle e se ne andò senza dire una parola.
Per due giorni rimasi chiuso in casa. Non stavo per niente bene, continuavo a sudare e fare strani sogni. Mi svegliavo nel cuore della notte con il cuore al galoppo e la sensazione di dita invisibili che si stringevano intorno alla mia gola.
Quando Massimo mi richiamò, e mi spiegò di aver sofferto un’indisposizione simile alla mia, sentii gelarmi il sangue nelle vene.
“Cristo,” esclamai. “Ci hanno avvelenato con la pasta di mandorle.”
“Stai diventando paranoico,” ribatté lui, serafico.
“Senti chi parla.”
“E’ che ne ho parlato con il medico, ho preso un’indigestione di dolci. Gli ho anche chiesto a che serve quella cosa. Forse ho capito tutto, la fretta di mandarci via eccetera eccetera. Non credo che delle streghe abbiano bisogno di..”
“Ma di che stai parlando?”
“La cosa sul tavolo, quello davanti al separé. Quella cosa che ti indicavo con gli occhi, no?”
“Credevo che mi indicassi l’ombra della vecchia.”
Ebbe un sospiro di insofferenza. “Speravo che l’avessi notata da solo, l’ombra. Io ti indicavo la boccetta. Avevo letto il nome sul vetro ma non sapevo che cosa fosse, così ho chiesto notizie al medico.”
Non riuscivo a seguire il suo discorso, e devo ammettere che stavo anche perdendo la pazienza. Così gli domandai: “Si può sapere che cosa c’era scritto sul vetro?”
“C’era scritto: Insulina.”
Etichette:
Storie dal Club
| Reazioni: |
26 febbraio, 2009
Panzallaria Show

Ieri sera ho assistito a un piccolo ma superbo monologo teatrale, presso un centro ricreativo-culturale della Bologna 'come-si-deve', come la chiamo io, quella cioè che si acquatta tra portici e cortili aperti dove la gente prende freddo nell'attesa di fare ingresso e assistere a 'qualcosa', ballando da un piede all'altro, sorridendo, coltivando aspettative.
Un 'qualcosa' solitamente di liberatorio, informale, poco istituzionale magari, ma pregno di significati che l'offerta televisiva e quella dei teatri snob si sognano. Tutto questo alla faccia della globalizzazione e della speculazione edilizia.
Il monologo si chiama 'La rinvincita del calzino spaiato - pensieri di una mamma precaria' per la regia del Teatro della Rabbia, testi di Francesca Sanzo estratti direttamente dal suo blog: Panzallaria.
Ora, mi tocca precisare che io non sono un critico teatrale e nemmeno uno di quei maitre-à-penser le cui opinioni fanno scuola, ma ieri mi sono divertito.
I testi di Francesca ruotano intorno alla sua condizione di mamma, ma prima ancora di donna, ma prima ancora di cittadina vitale e pensante che non ha obliterato quest'ultima versione di se a vantaggio esclusivo del lieto av-vento della figlioletta Silvia; e questa verità semplice semplice - cioè che una donna, al giorno d'oggi, non smette di essere una persona dal momento che ha messo al mondo la prole - suona perfino controcorrente nella nostra Italia vagamente reazionaria. Considerazione paradossale, se pensiamo a quanta acqua è scorsa dalla rivoluzione femminista e se aggiungiamo che sono di sovente le stesse donne a trasformarsi in martiri, o come direbbe Panzallaria in 'Talebane' della maternità.
La Nostra ci insegna che ironia, intelligenza, leggerezza non smettono di appartenere al genere femminile se sopraggiunge un bambino a mettere a soqquadro lo spazio domestico ed emotivo, che la gioia della maternità può essere tale sempre, e che questa gioia non si deve trasformare in ossessione da pappetta, aerofagia, passeggini, eritemi e ogni piccolo dettaglio della vita del poppante che cementa una tragedia quotidiana.
Mi scuso con tutte, naturalmente, perché so niente di niente anche di maternità. Faccio una testimonianza de relato, a mio avviso molto attendibile e molto consolatoria, in base a quanto udito ieri dalla viva voce di una giovane attrice che recitava i testi di Francesca.
Quest'ultima è una grande blogger, migliore di me. Sa quello che vuole comunicare, la straordinaria bellezza di una vita di giovane mamma bolognese in compagnia di un uomo che la fa sentire amata e libera; e il desiderio di trasformare questa condizione in opportunità creativa di comunicazione con il mondo, attraverso una serie di aneddoti esilaranti ed estremamente pedagogici su vacanze, pappette, mamme fissate, suoceri ultra premurosi, peluches e perfino fantasmi di bambini che si manifestano nelle radioline anti-pianto (Francesca e Stefano: quest'ultima cosa me la dovete spiegare bene...).
Il suo stile letterario - e qui arriviamo in territorio più vicino al mio - è colto, ironico, frizzante e ricco. Perfettamente funzionale a farsi leggere in un blog e raccontare in un teatro. E quanto ai temi, oltre a quelli testé citati, non mancano bellissimi passaggi sulla Bologna che è stata, come il ricordo del vecchio cinema Apollo. Benché conosca poco questo passato illustre e socialmente salvifico, perché provengo da un altro pianeta, ne ho una coscienza riflessa, frutto di rispecchiamenti attuali e racconti di amici. Ma è già molto per invidiare i bolognesi doc che hanno avuto l'opportunità di gustarsi tale universo di biasannot e polemisti goderecci di cui, a quanto pare, si certifica l'estinzione.
Francesca suggella questo mondo nei suoi ricordi, e lo perpetua nel suo personale di oggi, attraverso un'interpretazione del ruolo femminile molto moderna, molto complice, molto inclusiva.
Insomma, molto bolognese.
Etichette:
Recensioni
| Reazioni: |
Iscriviti a:
Post (Atom)