23 maggio, 2008
All'ombra

Questo testo partecipa al gioco narrativo "storia d'amore" creato da Writer
ALL'OMBRA
Io mi siedo e osservo.
Lo faccio per intervalli lunghissimi. Per ore, per giorni interi.
Mi sistemo la sedia davanti alla porta di casa. Le persone attraversano la strada di fronte a passo veloce o con aria svagata. Se si incontrano si fermano a scambiare due parole. Poi vanno via. Alcuni indugiano all’ombra del vecchio olmo; in questa stagione fa molto caldo. Si tolgono il cappello e si sventolano la faccia come se oltre al sudore volessero asciugare la fatica. Quella fatica di vivere che io non sento più.
Non fanno caso a me, che osservo. Hanno smesso di prestarmi attenzione anni fa. C’è stato un tempo in cui ero proprio come loro: andavo dappertutto e spesso mi fermavo all’ombra di quest’olmo per riposare un poco. Ogni cosa aveva un aspetto diverso. Le strade correvano sotto i miei piedi come stelle comete. Le facciate delle case, le colline dietro il paese, ogni cosa formava un quadro dinamico e indistinto al quale non gettavo mai uno sguardo in più. Le persone popolavano questo mondo come pesci guizzanti: entravano e uscivano da esso con la rapidità generata dalla mia e dalla loro frenesia.
Adesso dipende tutto da loro. Vanno e vengono a proprio gusto, perché io resto fermo a osservare. Sempre. Fin quando gli occhi mi lacrimano e le immagini si accumulano sul mio cuore come foglie secche, soffocandolo.
Mi alzo soltanto per aprire il mio vecchio coltello. Quello con il manico di legno che usavo da ragazzo, al pascolo, per tagliarmi il pane. La lama si è fatta sottile e opaca proprio come la mia faccia. Ma ha ancora la forza di raccogliere la luce in riflessi bruniti. Di radunarla sul filo del taglio. E di trasformarla nel vigore necessario per incidere la corteccia dell’olmo.
Piccoli tagli. L’uno di seguito all’altro.
A volte mi concentro sugli anni trascorsi e devo fare uno sforzo per accettare che siano così tanti. Perché ricordo ogni cosa.
Ad esempio il giorno di pentecoste, quando indossavo i pantaloni neri e papà mi portava in chiesa. Il paese era pieno di soffioni, nell’aria un intenso profumo di bella stagione. Credevo che quel mondo, quell’aria, non dovessero mai cambiare. Mai smettere di profumare dei gladioli e delle rose fiorite che la gente metteva alle finestre.
Ricordo il giorno che i tuoi occhi si aprirono la prima volta su di me. Quanto tempo era trascorso senza che tu vincessi il pudore di guardarmi davanti a tutti, in chiesa o per la strada. E poi, quel giorno di maggio, il sole diventò due volte più luminoso.
Ero al pascolo, come sempre, quando ti vidi in fondo alla strada col cestino in mano. Così all’improvviso che pensai di sognare.
Venivi a dirmi che eri preoccupata per me, perché era scoppiata la guerra.
Ma che importava? Avrebbero potuto scoppiarne mille, di guerre, se ciò serviva a portarti lassù, in quel campo solitario dove trascorrevo i miei giorni a pensarti, a immaginare il tuo volto all’ombra dell’olmo.
Altri tagli. Uno vicino all’altro.
Non avevo mai disprezzato la solitudine. Anzi, trovavo rassicurante passare buona parte della giornata privo di compagnie. Ma dopo quel mattino che sei venuta al pascolo, ogni minuto trascorso senza di te mi risultava insopportabile. Sei stata tu a insegnarmi a osservare. “Che bello il colore del fieno dopo la pioggia,” dicevi. Come se il miracolo di un acquazzone valesse i racconti di cento vangeli. “Guarda come brillano i fiori di pioppo lungo il fiume!”
Prendevo i tuoi inviti a cogliere i particolari del mondo come incentivi a esserti degno. E allora scrutavo ossessivamente ogni cosa che tu mi indicavi: gli steli secchi del campo, la nuvola che spuntava dietro la collina, il ronzio del calabrone. Per ciascun oggetto mi sforzavo di esprimere un commento che fosse all’altezza del tuo entusiasmo, e per facilitarmi il compito, dentro di me pensavo che quella cosa eri tu. Tutti quei particolari diventavano piccoli tesori, cose troppo belle per essere ignorate.
Proprio come te.
E così, gli oggetti che circondavano la nostra solitudine divennero il tramite che ci rese sempre più vicini. In essi si riflettevano i nostri sentimenti, e si amplificavano i desideri che non osavamo confessare.
Ricordo la sorpresa che provai quando mi rivelasti che il terreno di fianco al pascolo apparteneva alla tua famiglia. Proprio lì avremmo costruito la nostra casa dopo il matrimonio. A tre metri dall’olmo.
Altri tagli.
Con il mio vecchio coltello.
La speranza che il mondo non dovesse mai cambiare sembrava resistere anche nei primi anni della guerra. Di quel dolore così immane che era calato sull’umanità, in paese sentivamo solo un’eco lontana, portata dai racconti dei reduci o dalla mitologia di chi possedeva una radio in casa. Ma l’aria profumava meno. La povertà ingrandiva gli occhi delle persone, e in essi si manifestava il timore verso il futuro.
Lo stesso timore che vidi esplodere nei tuoi quando un anno dopo giunse la lettera.
Di nuovo tagli.
Di nuovo.
Ecco, amore mio. Non devi dubitare di noi. Mi hai accompagnato in ogni strada che ho percorso. Ho amato te, e per il tuo tramite ho amato la vita anche nel buio e nel freddo. In silenzio mi bastava stringere una mano per sentire il calore delle tue dita.
Tu ci sei ancora. A volte esci di casa e mi passi davanti, gravata dai decenni in cui hai conservato il ricordo, specchiandolo in una fotografia scattata un’ora prima che partissi per il fronte. E non hai mai tolto gli abiti neri.
Ma la verità è in questo luogo, proprio davanti alla nostra casa. Nel tronco del nostro caro olmo. Ed è in esso che voglio scriverla a te, e al mondo in cui ancora sei, incidendo l’ultimo taglio con il mio vecchio coltello:
Lo faccio per intervalli lunghissimi. Per ore, per giorni interi.
Mi sistemo la sedia davanti alla porta di casa. Le persone attraversano la strada di fronte a passo veloce o con aria svagata. Se si incontrano si fermano a scambiare due parole. Poi vanno via. Alcuni indugiano all’ombra del vecchio olmo; in questa stagione fa molto caldo. Si tolgono il cappello e si sventolano la faccia come se oltre al sudore volessero asciugare la fatica. Quella fatica di vivere che io non sento più.
Non fanno caso a me, che osservo. Hanno smesso di prestarmi attenzione anni fa. C’è stato un tempo in cui ero proprio come loro: andavo dappertutto e spesso mi fermavo all’ombra di quest’olmo per riposare un poco. Ogni cosa aveva un aspetto diverso. Le strade correvano sotto i miei piedi come stelle comete. Le facciate delle case, le colline dietro il paese, ogni cosa formava un quadro dinamico e indistinto al quale non gettavo mai uno sguardo in più. Le persone popolavano questo mondo come pesci guizzanti: entravano e uscivano da esso con la rapidità generata dalla mia e dalla loro frenesia.
Adesso dipende tutto da loro. Vanno e vengono a proprio gusto, perché io resto fermo a osservare. Sempre. Fin quando gli occhi mi lacrimano e le immagini si accumulano sul mio cuore come foglie secche, soffocandolo.
Mi alzo soltanto per aprire il mio vecchio coltello. Quello con il manico di legno che usavo da ragazzo, al pascolo, per tagliarmi il pane. La lama si è fatta sottile e opaca proprio come la mia faccia. Ma ha ancora la forza di raccogliere la luce in riflessi bruniti. Di radunarla sul filo del taglio. E di trasformarla nel vigore necessario per incidere la corteccia dell’olmo.
Piccoli tagli. L’uno di seguito all’altro.
A volte mi concentro sugli anni trascorsi e devo fare uno sforzo per accettare che siano così tanti. Perché ricordo ogni cosa.
Ad esempio il giorno di pentecoste, quando indossavo i pantaloni neri e papà mi portava in chiesa. Il paese era pieno di soffioni, nell’aria un intenso profumo di bella stagione. Credevo che quel mondo, quell’aria, non dovessero mai cambiare. Mai smettere di profumare dei gladioli e delle rose fiorite che la gente metteva alle finestre.
Ricordo il giorno che i tuoi occhi si aprirono la prima volta su di me. Quanto tempo era trascorso senza che tu vincessi il pudore di guardarmi davanti a tutti, in chiesa o per la strada. E poi, quel giorno di maggio, il sole diventò due volte più luminoso.
Ero al pascolo, come sempre, quando ti vidi in fondo alla strada col cestino in mano. Così all’improvviso che pensai di sognare.
Venivi a dirmi che eri preoccupata per me, perché era scoppiata la guerra.
Ma che importava? Avrebbero potuto scoppiarne mille, di guerre, se ciò serviva a portarti lassù, in quel campo solitario dove trascorrevo i miei giorni a pensarti, a immaginare il tuo volto all’ombra dell’olmo.
Altri tagli. Uno vicino all’altro.
Non avevo mai disprezzato la solitudine. Anzi, trovavo rassicurante passare buona parte della giornata privo di compagnie. Ma dopo quel mattino che sei venuta al pascolo, ogni minuto trascorso senza di te mi risultava insopportabile. Sei stata tu a insegnarmi a osservare. “Che bello il colore del fieno dopo la pioggia,” dicevi. Come se il miracolo di un acquazzone valesse i racconti di cento vangeli. “Guarda come brillano i fiori di pioppo lungo il fiume!”
Prendevo i tuoi inviti a cogliere i particolari del mondo come incentivi a esserti degno. E allora scrutavo ossessivamente ogni cosa che tu mi indicavi: gli steli secchi del campo, la nuvola che spuntava dietro la collina, il ronzio del calabrone. Per ciascun oggetto mi sforzavo di esprimere un commento che fosse all’altezza del tuo entusiasmo, e per facilitarmi il compito, dentro di me pensavo che quella cosa eri tu. Tutti quei particolari diventavano piccoli tesori, cose troppo belle per essere ignorate.
Proprio come te.
E così, gli oggetti che circondavano la nostra solitudine divennero il tramite che ci rese sempre più vicini. In essi si riflettevano i nostri sentimenti, e si amplificavano i desideri che non osavamo confessare.
Ricordo la sorpresa che provai quando mi rivelasti che il terreno di fianco al pascolo apparteneva alla tua famiglia. Proprio lì avremmo costruito la nostra casa dopo il matrimonio. A tre metri dall’olmo.
Altri tagli.
Con il mio vecchio coltello.
La speranza che il mondo non dovesse mai cambiare sembrava resistere anche nei primi anni della guerra. Di quel dolore così immane che era calato sull’umanità, in paese sentivamo solo un’eco lontana, portata dai racconti dei reduci o dalla mitologia di chi possedeva una radio in casa. Ma l’aria profumava meno. La povertà ingrandiva gli occhi delle persone, e in essi si manifestava il timore verso il futuro.
Lo stesso timore che vidi esplodere nei tuoi quando un anno dopo giunse la lettera.
Di nuovo tagli.
Di nuovo.
Ecco, amore mio. Non devi dubitare di noi. Mi hai accompagnato in ogni strada che ho percorso. Ho amato te, e per il tuo tramite ho amato la vita anche nel buio e nel freddo. In silenzio mi bastava stringere una mano per sentire il calore delle tue dita.
Tu ci sei ancora. A volte esci di casa e mi passi davanti, gravata dai decenni in cui hai conservato il ricordo, specchiandolo in una fotografia scattata un’ora prima che partissi per il fronte. E non hai mai tolto gli abiti neri.
Ma la verità è in questo luogo, proprio davanti alla nostra casa. Nel tronco del nostro caro olmo. Ed è in esso che voglio scriverla a te, e al mondo in cui ancora sei, incidendo l’ultimo taglio con il mio vecchio coltello:
‘Io sono sempre stato qui.’
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21 maggio, 2008
Il Venditore di posizioni

Vi segnalo che il 'movimento labirintista', nell'ambito del premio d'arte 'Il labirinto', propone il mio racconto 'Il Venditore di posizioni'.
Chi voglia approfondire il tema allegorico-esistenziale del labirinto - secondo me estremamente moderno - può scoprire il manifesto, gli scopi e i componenti del movimento in questo sito.
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18 maggio, 2008
Ethnos: nuovo album in vista

In dirittura d'arrivo l'ultima fatica musicale degli Ethnos. Un nuovo album dal titolo 'Le tre Sorelle'; uscita prevista per il mese di Maggio.
Le tre sorelle rappresentano le tre regioni che 'circondano' la Lucania: Puglia, Campania, Calabria. E in generale, protagonosta assoluto è il Mediterraneo, con il suo spirito, la sua storia, le sue suggestioni.
Oltre che per i caratteristici virtuosismi degli Ethnos (Graziano Accinni in veste di chitarrista e arrangiatore, Franco Accinni alla voce, Marco Tirone e Silvio De Filippo alle chitarre, Sal Genovese al basso, Gegè De Filippis alle percussioni, Sergio Leopardi al sax e clarinetto), il lavoro si segnala per il livello e la varietà dei musicisti ospiti.
Uno è Davide Cervellino, superbo chitarrista di Oppido Lucano, ospite nel brano "Danza Mediterranea", un libero adattamento su una Pizzica di San Vito dei Normanni. Un altro è Dino Rigillo, chitarrista di estrazione classica, Maestro e concertista di Ginestra (PZ). O ancora il flautista Maestro Antonio Cimino, concertista internazionale di matrice classica che si è esibito con le più importanti orchestre da camera e sinfoniche sulla scena europea. Una curiosità che attendo già con impazienza è quella che si rivela nel brano "Tarantella al Sacro Monte", in cui, con l'ausilio del computer e delle nuove tecnologie, gli Ethnos accompagnano il grande Pietro Di Lascio, mitico musicista di Sarconi, la cui Zampogna Lucana (di sua fabbrcazione) fu occasionalmente registrata nel 1999, due anni prima della sua morte.
'Le tre Sorelle' è stato realizzato interamente in Lucania, e registrato in tre studi diversi da tecnici e fonici lucani.
E', insomma, un disco dedicato alla Basilicata, alle straordinarie regioni confinanti, alla meravigliosa storia del nostro sud.
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12 maggio, 2008
Mille volte 'Hola'
L’espressione è di sana allegria.
Sollevano una mano esibendo un sorriso a trentadue denti – tutti bianchissimi, tranne per quello d’oro che brilla in un angolo.
E dicono ‘Hola!’. Magari aggiungono ‘Descansaste bien?’ o altre espressioni di confidenza, di premura.
Di questo popolo mi faccio un’idea rassicurante. Mi sembra che nella loro cordialità non ci sia ombra di malizia. Nessuna intenzione disonesta. C’è solo, appunto, calore. Come l’aria che si scalda al salire del giorno attizzando l’ardore di mille uccelli esotici, infuocando la giungla che assedia i villaggi.
La nostra guida si chiama David Gonzalo Uicap Rodriguez. Nel nome, ci spiega, c’è traccia della sua origine maya. Il retaggio di una civiltà che ha tracciato una parabola ultra millenaria, mentre l’America non esisteva nemmeno nei sogni più sfrenati dei nostri navigatori. David lo ripete con orgoglio: “Altro che alieni. Erano un popolo molto ma molto umano.”
Eppure i resti di quel mondo sono così stupefacenti da far credere davvero a una cultura superiore. Le loro piramidi sono ancora lì, in mezzo alla foresta, nonostante la natura dirompente che non cessa di aggredirle. I loro templi, i loro campi da gioco, le stradine bianchissime di calce per riflettere la luce lunare, i loro osservatori astronomici hanno resistito ai secoli.
Ma non hanno resistito i loro corpi. Il simulacro essenziale della loro umanità. Di quelli nessuna traccia, come se i maya fossero stati davvero esseri incorporei.
Ma è solo perché i corpi li bruciavano. Polvere alla polvere.
Attraversiamo strade interminabili che aprono un varco nella foresta compatta. Qui dicono che è la stagione secca e la boscaglia non è rigogliosa, ma ai miei occhi europei sembra uscita dal Libro della giungla; mi domando come dovrebbe apparire dopo le piogge.
Qualcuno chiede a David quanta strada stiamo percorrendo nell’entroterra. Lui tira fuori una mappa dello Yucatàn e ci indica il pezzo che stiamo esplorando. E’ come un francobollo, rispetto a un Paese grande quanto l’intero orto. Ne siamo esterrefatti. Capiamo perfettamente quanto poco ci è dato vedere. “Il Messico è grande sette e volte e mezza l’Italia’ dice David.
Già. Mi viene in mente che esistono posti che si chiamano Sierra Madre, Durango, Chiapas, Jalisco, Tabasco, Acapulco, Bassa California. Luoghi che disegnano una mitologia western. Luoghi lontani da Cancùn, la città dell’aeroporto da cui partiremo per il ritorno. E che naturalmente non vedremo.
Ci propongono un itinerario aggiuntivo a quello del tour operator. David ci conduce in grotte carsiche dove i maya celebravano riti sciamanici – e uno sciamano lo incontriamo davvero; ci invita a tuffarci nel laghetto sotterraneo di un cenote, dove l’acqua è blu come un cielo notturno; ci introduce nel mercato della cittadina di Izamal in cui tutto e colore, grida, profumi.
Alla fine ci attende il mar dei Caraibi. Una distesa cristallina che si apre all’infinito, che si tinge di tutte le tonalità dell’azzurro e del verde.
David ci lascia sulla soglia dell’albergo dove trascorriamo l’ultimo scorcio del nostro soggiorno. Bolla come 'americanate' questi mega hotel conclusi come gabbie d'oro, ma è contento che ci rilasseremo un po’ dopo tanto vagare per siti archeologici. E’ felice che siamo venuti da tanto lontano a visitare il suo meraviglioso Paese, perché vuole che sempre più gente apprenda qualcosa di reale sul Messico. Anche qualcosa sulla povertà. Anche sulla corruzione. Ma soprattutto, sulla storia che non ha nulla da invidiare alla vecchia (vecchia?) Europa.
Così ci saluta. Alza la mano ma non dice ‘Adios’.
Come se ci fossimo appena presentati, David dice ‘Hola’.
Sollevano una mano esibendo un sorriso a trentadue denti – tutti bianchissimi, tranne per quello d’oro che brilla in un angolo.
E dicono ‘Hola!’. Magari aggiungono ‘Descansaste bien?’ o altre espressioni di confidenza, di premura.
Di questo popolo mi faccio un’idea rassicurante. Mi sembra che nella loro cordialità non ci sia ombra di malizia. Nessuna intenzione disonesta. C’è solo, appunto, calore. Come l’aria che si scalda al salire del giorno attizzando l’ardore di mille uccelli esotici, infuocando la giungla che assedia i villaggi.
La nostra guida si chiama David Gonzalo Uicap Rodriguez. Nel nome, ci spiega, c’è traccia della sua origine maya. Il retaggio di una civiltà che ha tracciato una parabola ultra millenaria, mentre l’America non esisteva nemmeno nei sogni più sfrenati dei nostri navigatori. David lo ripete con orgoglio: “Altro che alieni. Erano un popolo molto ma molto umano.”
Eppure i resti di quel mondo sono così stupefacenti da far credere davvero a una cultura superiore. Le loro piramidi sono ancora lì, in mezzo alla foresta, nonostante la natura dirompente che non cessa di aggredirle. I loro templi, i loro campi da gioco, le stradine bianchissime di calce per riflettere la luce lunare, i loro osservatori astronomici hanno resistito ai secoli.
Ma non hanno resistito i loro corpi. Il simulacro essenziale della loro umanità. Di quelli nessuna traccia, come se i maya fossero stati davvero esseri incorporei.
Ma è solo perché i corpi li bruciavano. Polvere alla polvere.
Attraversiamo strade interminabili che aprono un varco nella foresta compatta. Qui dicono che è la stagione secca e la boscaglia non è rigogliosa, ma ai miei occhi europei sembra uscita dal Libro della giungla; mi domando come dovrebbe apparire dopo le piogge.
Qualcuno chiede a David quanta strada stiamo percorrendo nell’entroterra. Lui tira fuori una mappa dello Yucatàn e ci indica il pezzo che stiamo esplorando. E’ come un francobollo, rispetto a un Paese grande quanto l’intero orto. Ne siamo esterrefatti. Capiamo perfettamente quanto poco ci è dato vedere. “Il Messico è grande sette e volte e mezza l’Italia’ dice David.
Già. Mi viene in mente che esistono posti che si chiamano Sierra Madre, Durango, Chiapas, Jalisco, Tabasco, Acapulco, Bassa California. Luoghi che disegnano una mitologia western. Luoghi lontani da Cancùn, la città dell’aeroporto da cui partiremo per il ritorno. E che naturalmente non vedremo.
Ci propongono un itinerario aggiuntivo a quello del tour operator. David ci conduce in grotte carsiche dove i maya celebravano riti sciamanici – e uno sciamano lo incontriamo davvero; ci invita a tuffarci nel laghetto sotterraneo di un cenote, dove l’acqua è blu come un cielo notturno; ci introduce nel mercato della cittadina di Izamal in cui tutto e colore, grida, profumi.
Alla fine ci attende il mar dei Caraibi. Una distesa cristallina che si apre all’infinito, che si tinge di tutte le tonalità dell’azzurro e del verde.
David ci lascia sulla soglia dell’albergo dove trascorriamo l’ultimo scorcio del nostro soggiorno. Bolla come 'americanate' questi mega hotel conclusi come gabbie d'oro, ma è contento che ci rilasseremo un po’ dopo tanto vagare per siti archeologici. E’ felice che siamo venuti da tanto lontano a visitare il suo meraviglioso Paese, perché vuole che sempre più gente apprenda qualcosa di reale sul Messico. Anche qualcosa sulla povertà. Anche sulla corruzione. Ma soprattutto, sulla storia che non ha nulla da invidiare alla vecchia (vecchia?) Europa.
Così ci saluta. Alza la mano ma non dice ‘Adios’.
Come se ci fossimo appena presentati, David dice ‘Hola’.
Se avete voglia di vedere il videoclip che ho girato in questo viaggio, potete andare pescarlo nel mio sito.
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21 aprile, 2008
Ferragosto reload

Mi destai di soprassalto chiedendomi se era scoppiata una rivolta.
Solo la certezza di trovarmi a quasi duemila metri di altitudine rendeva il pensiero inverosimile, ma per il resto, il fracasso era quello di un gruppo armato che si accingeva a prendere il controllo dell’intera zona.
Nell’atmosfera umida della tenda da campeggio dove avevamo trascorso la notte, scorsi gli occhi di Massimo che sbattevano verso di me. Nessuno osò fiatare, prima di mettere il naso fuori per capire il motivo del baccano che ci aveva svegliato. Troppo stridente era il contrasto con la quiete immane che era calata sul monte Sirino la sera avanti. Avevamo finito di montare le tende e acceso il fuoco pochi minuti prima che il cielo scurisse, trasformandosi in un manto nero ricamato di stelle sfolgoranti. Avevamo divorato la deliziosa pasta al forno che Patrizia si era degnata di cucinare per tutti noi. Ci eravamo messi in testa di raccontare le storie dell’orrore, ma la pace della montagna ci aveva sopraffatti. Sembrava di esserci accampati in fondo a una cattedrale deserta, dove l’oscurità echeggiava di venti sibilanti tra gigantesche cuspidi. In capo a un quarto d’ora avevamo sentito la necessità di infilarci nelle tende. Non solo per dormire, ma per entrare in una silenziosa simbiosi con quella realtà, per arrenderci alla soggezione che essa ci ispirava.
Era la notte tra il 14 e il 15 agosto.
E adesso, era l’alba del giorno seguente.
Udii la voce di Antonella ululare dalla sua tenda: “Ma sipuossapère che caspita è?” Agli scalpicci si erano aggiunti schianti, martellate e un insistente segare. Il tutto accompagnato da agghiaccianti scoppi di risa, alternate a incomprensibili frasi pronunciate con tutta probabilità da neanderthal redivivi pronti a farci la pelle. Massimo continuava a osservarmi con uno sguardo che rivelava più timore che sorpresa. Era evidente che si aspettava di vedermi uscire dalla tenda per discutere con i neanderthal e scongiurarli di risparmiarci.
L’idea di trascorrere il giorno di ferragosto in cima al Sirino era stata sua. Mi aveva proposto di riesumare la famosa tenda da campeggio della vacanza a Santa Maria del Cedro. Lui ne aveva acquistata una sua, molto più moderna e facile da montare, e mi aveva trascinato sulla montagna il pomeriggio del 14 agosto. Per la prima volta eravamo accompagnati da Patrizia e Antonella, che rappresentavano il più grande spauracchio del nostro gruppo, vista la perfidia con cui quelle due ci avevano sempre trattati. Averle per una volta dalla nostra parte era una vera opportunità di pacificazione.
Nei piani di Massimo c’era una allegra serata al chiaro di luna con pasta al forno e salsiccia arrostita, e successiva nottata d’atmosfera. I programmi si erano svolti secondo copione suppergiù fino alle dieci e mezza. Le risate di Patrizia erano risuonate stridule e con la solita generosità. Antonella non si era risparmiata i lazzi verso di me e le mie malefatte al Club. Massimo aveva chiosato su ufo e dinosauri con l’abituale competenza. In fin dei conti la compagnia era all’altezza delle mie aspettative: ma poi, con una gradualità che sfuggiva alle nostre percezioni, come se una mano invisibile avesse versato del sonnifero nella coca cola, fummo presi da un’invincibile sonnolenza. Credo dipendesse dall’aria più fredda e ricca di ossigeno cui eravamo abituati a valle, o dalle braci che si affievolivano senza che nessuno avesse la compiacenza di ravvivarle. Sta di fatto che avanzammo carponi verso le tende molto più presto di quanto avevamo previsto. E non senza privare un vago senso di colpa.
“Forse mi stanno smontando la macchina,” disse Massimo preoccupato. Io non osai contraddirlo. A giudicare dai rumori che sentivamo appena fuori la soglia della tenda, poteva anche essere. C’era qualcosa in essi che suggeriva una laboriosità disinvolta e inarrestabile, frutto di un manipolo ben organizzato, di un collaudato schema di lavoro.
Quel genere di ferragosto anticipato dal pomeriggio avanti era uno dei suoi crucci. Erano anni che ne parlava. Per lui la scampagnata d’ordinanza aveva un effetto deprimente. “A che serve trascorrere la solita giornata in riva al lago e strafocarsi di carne arrostita? Sono cose che fanno tutti.” Il ferragosto, ma anche la pasquetta o la festa di Monticello a Tramutola, erano un puro pretesto, utile a coinvolgere qualcuno in più nelle sue stravaganze. Una burla con un licantropo che sbuca da un cespuglio era più divertente di una festa in maschera. Accamparsi nottetempo in cima a una montagna risultava più interessante che organizzare un picnic. E per quel genere di evoluzioni non era necessario rigirarsi i pollici in attesa di carnevale, del primo di aprile o della notte di san Lorenzo.
“Uagliù, uscite da quella cavolo di tenda,” fece Antonella, in tono ammonitore.
Finalmente feci scorrere la lampo e misi il naso fuori.
Udii la voce di Massimo alle mie spalle: “…mbé?”
“Siamo in trappola!” risposi.
Avevamo piazzato le tende a margine di una piccola valletta in dislivello. Dietro di noi iniziava un bosco di conifere che risaliva il fianco della montagna fino a una certa altezza, per interrompersi nella parte più ripida prima della cima. Da quella parte non si poteva andare.
E di fronte a noi, presumibilmente calato dall’alto dei cieli, era comparso un semi articolato, dal cui rimorchio una compagnia di sconosciuti tirava fuori il necessario per allestire un vero e proprio ristorante da campo. Quattro di loro stavano montando una tavolaccia lunga seicento metri. Altri gironzolavano tra decine di borse piene di cibo, saggiando pezzi di pane grandi come mattoni. Una coppia di energumeni faceva la spola tra il bosco e la radura, accatastando un cumulo di fascine per il fuoco già miracolosamente acceso e scoppiettante. E in tutto questo, cosa che mi provocò un certo allarme, i loro occhi non facevano che correre alle nostre povere tende, con evidente riprovazione verso gli intrusi.
Il nostro ferragosto consistette nell’osservare tutto il giorno quella portentosa comitiva. Erano persone che venivano dalle campagne di Moliterno, Lauria e Lagonegro. Gente che non si faceva tanti problemi in fatto di goliardia. Iniziarono con lo squagliare un barattolo da cinque chili di Nutella su decine di fette di pane, che si distribuirono tra roboanti risate. Seguì un numero imprecisato di caffè versati da una moka alta quanto il sottoscritto, e vari aperitivi a base di stuzzichini alla brace. Trangugiarono una tale quantità di pasta, carne, insalate, vino da sfamare un esercito, e lo fecero praticamente senza soluzione di continuità nell’intero arco della giornata. Di tanto in tanto si fermavano per ballare il liscio o per tirare due calci a un pallone sgonfio, ma subito ricominciavano a ingozzarsi. Il tutto davanti ai nostri sguardi esterrefatti, mentre il nostro fuoco moriva del tutto e le scatolette che ci tenevano in piedi finivano in una sola busta di plastica.
Verso le sei del pomeriggio rovesciarono una conca di patate dentro una padella colma di olio bollente, col risultato di produrre un geyser sfrigolante che annebbiò l’intera valletta. Alle otto, finalmente, parvero placarsi. Vidi che Massimo adocchiava le fascine residue, nella speranza di potercene servire per rianimare il fuoco quando la compagnia avesse sbaraccato. Ma la speranza fu delusa da una voce roca che gridò: “E mo! Spaghetti aglio e oglio!”
E così di seguito fino alle undici di sera; quando finalmente, con la stessa rumorosa velocità con cui si erano materializzati, i nostri vicini si dileguarono.
Tornammo alla solitudine della sera prima. Le immagini di veri uomini e donne che ci avevano dato un saggio del bel vivere alla vecchia maniera, si asciugarono lentamente dai nostri occhi.
A quel punto Massimo disse: “Bene. Dove eravamo rimasti?”
E restammo lassù per una notte e un giorno ancora.
Solo la certezza di trovarmi a quasi duemila metri di altitudine rendeva il pensiero inverosimile, ma per il resto, il fracasso era quello di un gruppo armato che si accingeva a prendere il controllo dell’intera zona.
Nell’atmosfera umida della tenda da campeggio dove avevamo trascorso la notte, scorsi gli occhi di Massimo che sbattevano verso di me. Nessuno osò fiatare, prima di mettere il naso fuori per capire il motivo del baccano che ci aveva svegliato. Troppo stridente era il contrasto con la quiete immane che era calata sul monte Sirino la sera avanti. Avevamo finito di montare le tende e acceso il fuoco pochi minuti prima che il cielo scurisse, trasformandosi in un manto nero ricamato di stelle sfolgoranti. Avevamo divorato la deliziosa pasta al forno che Patrizia si era degnata di cucinare per tutti noi. Ci eravamo messi in testa di raccontare le storie dell’orrore, ma la pace della montagna ci aveva sopraffatti. Sembrava di esserci accampati in fondo a una cattedrale deserta, dove l’oscurità echeggiava di venti sibilanti tra gigantesche cuspidi. In capo a un quarto d’ora avevamo sentito la necessità di infilarci nelle tende. Non solo per dormire, ma per entrare in una silenziosa simbiosi con quella realtà, per arrenderci alla soggezione che essa ci ispirava.
Era la notte tra il 14 e il 15 agosto.
E adesso, era l’alba del giorno seguente.
Udii la voce di Antonella ululare dalla sua tenda: “Ma sipuossapère che caspita è?” Agli scalpicci si erano aggiunti schianti, martellate e un insistente segare. Il tutto accompagnato da agghiaccianti scoppi di risa, alternate a incomprensibili frasi pronunciate con tutta probabilità da neanderthal redivivi pronti a farci la pelle. Massimo continuava a osservarmi con uno sguardo che rivelava più timore che sorpresa. Era evidente che si aspettava di vedermi uscire dalla tenda per discutere con i neanderthal e scongiurarli di risparmiarci.
L’idea di trascorrere il giorno di ferragosto in cima al Sirino era stata sua. Mi aveva proposto di riesumare la famosa tenda da campeggio della vacanza a Santa Maria del Cedro. Lui ne aveva acquistata una sua, molto più moderna e facile da montare, e mi aveva trascinato sulla montagna il pomeriggio del 14 agosto. Per la prima volta eravamo accompagnati da Patrizia e Antonella, che rappresentavano il più grande spauracchio del nostro gruppo, vista la perfidia con cui quelle due ci avevano sempre trattati. Averle per una volta dalla nostra parte era una vera opportunità di pacificazione.
Nei piani di Massimo c’era una allegra serata al chiaro di luna con pasta al forno e salsiccia arrostita, e successiva nottata d’atmosfera. I programmi si erano svolti secondo copione suppergiù fino alle dieci e mezza. Le risate di Patrizia erano risuonate stridule e con la solita generosità. Antonella non si era risparmiata i lazzi verso di me e le mie malefatte al Club. Massimo aveva chiosato su ufo e dinosauri con l’abituale competenza. In fin dei conti la compagnia era all’altezza delle mie aspettative: ma poi, con una gradualità che sfuggiva alle nostre percezioni, come se una mano invisibile avesse versato del sonnifero nella coca cola, fummo presi da un’invincibile sonnolenza. Credo dipendesse dall’aria più fredda e ricca di ossigeno cui eravamo abituati a valle, o dalle braci che si affievolivano senza che nessuno avesse la compiacenza di ravvivarle. Sta di fatto che avanzammo carponi verso le tende molto più presto di quanto avevamo previsto. E non senza privare un vago senso di colpa.
“Forse mi stanno smontando la macchina,” disse Massimo preoccupato. Io non osai contraddirlo. A giudicare dai rumori che sentivamo appena fuori la soglia della tenda, poteva anche essere. C’era qualcosa in essi che suggeriva una laboriosità disinvolta e inarrestabile, frutto di un manipolo ben organizzato, di un collaudato schema di lavoro.
Quel genere di ferragosto anticipato dal pomeriggio avanti era uno dei suoi crucci. Erano anni che ne parlava. Per lui la scampagnata d’ordinanza aveva un effetto deprimente. “A che serve trascorrere la solita giornata in riva al lago e strafocarsi di carne arrostita? Sono cose che fanno tutti.” Il ferragosto, ma anche la pasquetta o la festa di Monticello a Tramutola, erano un puro pretesto, utile a coinvolgere qualcuno in più nelle sue stravaganze. Una burla con un licantropo che sbuca da un cespuglio era più divertente di una festa in maschera. Accamparsi nottetempo in cima a una montagna risultava più interessante che organizzare un picnic. E per quel genere di evoluzioni non era necessario rigirarsi i pollici in attesa di carnevale, del primo di aprile o della notte di san Lorenzo.
“Uagliù, uscite da quella cavolo di tenda,” fece Antonella, in tono ammonitore.
Finalmente feci scorrere la lampo e misi il naso fuori.
Udii la voce di Massimo alle mie spalle: “…mbé?”
“Siamo in trappola!” risposi.
Avevamo piazzato le tende a margine di una piccola valletta in dislivello. Dietro di noi iniziava un bosco di conifere che risaliva il fianco della montagna fino a una certa altezza, per interrompersi nella parte più ripida prima della cima. Da quella parte non si poteva andare.
E di fronte a noi, presumibilmente calato dall’alto dei cieli, era comparso un semi articolato, dal cui rimorchio una compagnia di sconosciuti tirava fuori il necessario per allestire un vero e proprio ristorante da campo. Quattro di loro stavano montando una tavolaccia lunga seicento metri. Altri gironzolavano tra decine di borse piene di cibo, saggiando pezzi di pane grandi come mattoni. Una coppia di energumeni faceva la spola tra il bosco e la radura, accatastando un cumulo di fascine per il fuoco già miracolosamente acceso e scoppiettante. E in tutto questo, cosa che mi provocò un certo allarme, i loro occhi non facevano che correre alle nostre povere tende, con evidente riprovazione verso gli intrusi.
Il nostro ferragosto consistette nell’osservare tutto il giorno quella portentosa comitiva. Erano persone che venivano dalle campagne di Moliterno, Lauria e Lagonegro. Gente che non si faceva tanti problemi in fatto di goliardia. Iniziarono con lo squagliare un barattolo da cinque chili di Nutella su decine di fette di pane, che si distribuirono tra roboanti risate. Seguì un numero imprecisato di caffè versati da una moka alta quanto il sottoscritto, e vari aperitivi a base di stuzzichini alla brace. Trangugiarono una tale quantità di pasta, carne, insalate, vino da sfamare un esercito, e lo fecero praticamente senza soluzione di continuità nell’intero arco della giornata. Di tanto in tanto si fermavano per ballare il liscio o per tirare due calci a un pallone sgonfio, ma subito ricominciavano a ingozzarsi. Il tutto davanti ai nostri sguardi esterrefatti, mentre il nostro fuoco moriva del tutto e le scatolette che ci tenevano in piedi finivano in una sola busta di plastica.
Verso le sei del pomeriggio rovesciarono una conca di patate dentro una padella colma di olio bollente, col risultato di produrre un geyser sfrigolante che annebbiò l’intera valletta. Alle otto, finalmente, parvero placarsi. Vidi che Massimo adocchiava le fascine residue, nella speranza di potercene servire per rianimare il fuoco quando la compagnia avesse sbaraccato. Ma la speranza fu delusa da una voce roca che gridò: “E mo! Spaghetti aglio e oglio!”
E così di seguito fino alle undici di sera; quando finalmente, con la stessa rumorosa velocità con cui si erano materializzati, i nostri vicini si dileguarono.
Tornammo alla solitudine della sera prima. Le immagini di veri uomini e donne che ci avevano dato un saggio del bel vivere alla vecchia maniera, si asciugarono lentamente dai nostri occhi.
A quel punto Massimo disse: “Bene. Dove eravamo rimasti?”
E restammo lassù per una notte e un giorno ancora.
Etichette: Storie dal Club
16 aprile, 2008
Sfoggio di medaglie
Piccola soddisfazione per me, ma soprattutto per le mitiche ciaule Patrizia e Antonella.
Il racconto 'Il miglior té della contea', che le vede protagoniste, è stato premiato con menzione speciale al Premio Nazionale 'Cris Pietrobelli' per la letteratura e la poesia inedita, e inserito in una piccola antologia.
Gli organizzatori mi hanno addirittura inviato una medaglia! La condivido idealmente con le due disgraziate.
La versione premiata è quella apparsa su 'Tuttiscrittori'
Il racconto 'Il miglior té della contea', che le vede protagoniste, è stato premiato con menzione speciale al Premio Nazionale 'Cris Pietrobelli' per la letteratura e la poesia inedita, e inserito in una piccola antologia.
Gli organizzatori mi hanno addirittura inviato una medaglia! La condivido idealmente con le due disgraziate.
La versione premiata è quella apparsa su 'Tuttiscrittori'
Etichette: News
15 aprile, 2008
Segnalazioni
Una bellissima recensione di Sabrina Matacera sul portale 'Il Calabrone'.
Il tema è 'La Cirasa' e 'Tutto il Nero dell'Italia'.
Inoltre, Venerdì 18 aprile, alle 21.00, presentazione di 'Tutto il Nero dell'Italia' a Novi di Modena, fraz. Rovereto (Bar Polisportiva Roveretana presso Centro Sportivo via Curiel • Rovereto s/S).
Sarà presente la super curatrice Chiara Bertazzoni e lo scrittore Fabio Mazzoni (Valle d'Aosta).
La presentazione è stata voluta dall'associazione culturale 'L'aquilone' e unirà cibo e letteratura, offrendo prodotti tipici regionali a margine delle letture dei racconti.
A presto.
Il tema è 'La Cirasa' e 'Tutto il Nero dell'Italia'.
Inoltre, Venerdì 18 aprile, alle 21.00, presentazione di 'Tutto il Nero dell'Italia' a Novi di Modena, fraz. Rovereto (Bar Polisportiva Roveretana presso Centro Sportivo via Curiel • Rovereto s/S).
Sarà presente la super curatrice Chiara Bertazzoni e lo scrittore Fabio Mazzoni (Valle d'Aosta).
La presentazione è stata voluta dall'associazione culturale 'L'aquilone' e unirà cibo e letteratura, offrendo prodotti tipici regionali a margine delle letture dei racconti.
A presto.
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