13 febbraio, 2006

ANTEFATTO NUMERO UNO: il grande spettacolo

Le pareti erano spoglie come quelle di un sepolcro. L’umidità che scendeva dagli angoli del soffitto era come il mascara sciolto dalle lacrime. In mezzo al pavimento di cotto (spaccato in diversi punti) c’era un avvallamento spaventoso dove si raccoglieva l’acqua piovana che penetrava dal vetro rotto della finestra. La porta divisoria con la zona notte era marcia e malferma. L’unico armadio a muro aveva un’anta divelta e sulla mensola putrida spiccava una cacca di topo. La porta che dava sulle scale del solaio era chiusa e nessuno osava immaginare ciò che nascondesse.
Al che Mimmo espresse il suo commento: “E’ meravigliosa!”
Come dargli torto!
L’avevamo presa dopo una lunga trattativa con Peppino, che dichiarava di gestirla per conto della fantomatica proprietaria: una donna che viveva “all’estero” e che chiamavano la Principa. L’immaginavamo come una gran dama in grado di tutto sapere e tutto disporre, un personaggio innominabile che si manifestava per mezzo della longa manus di Peppino Dalessandri.
Prezzo d’affitto, cinquantamila lire al mese. Abbastanza da renderci morosi dopo due o tre mesi. Ma per adesso era un problema che non ci toccava.
Massimo studiava l’ambiente con l’entusiasmo di Ed Wood.
“In quel punto mettiamo la bara di compensato,” indicò un angolo invaso dalle ragnatele, tra la porta e il caminetto.
“Appena mi passano davanti spalanco il coperchio e faccio Aaaarrgh!! Roba da farli pisciare addosso.”
“Com’è che fai?” chiese Camillo.
Aaaarrgh!!” ripeté Massimo ridendo.
Ero impaziente di appendere le vecchie lenzuola rimediate in soffitta e riempirle di figure spaventose con la vernice nera. Immaginavo le musiche dei Goblin in sottofondo, le candele sparse lungo il percorso, i timorosi visitatori che si muovevano nel barbaglio delle fiammelle in attesa di terrificanti apparizioni.
Sarebbe stato un successo. Il più grande spettacolo della storia di Sarconi.
Mimmo aprì la porta del solaio e dichiarò: “Anche quassù è meraviglioso.” Significava che l’ambiente era altrettanto degradato del piano di sotto.
Battezzammo il nostro covo con un nome enigmatico: ‘il Club’. Vi trasportammo il materiale di scena e iniziammo l’allestimento. Cinque giorni di lavoro frenetico sotto l’occhio perplesso delle due vecchiette vicine di casa. Tre prove generali, una riunione tecnica per stabilire il prezzo del biglietto (500 lire) e ci dichiarammo pronti.
Io appesi nei bar dei manifestini pubblicitari scritti con pennarello nero. Avevo ricopiato un passo da un’Odissea apocrifa in cui Ulisse incontra il re dei cimmeri (?) e vi discute di spiritismo. Massimo aveva aggiunto il disegno di uno zombi.
Tutto molto efficace, anche se la gente non capiva che cosa esattamente stessimo combinando. Doveva essere l’allegoria delle nostre paure inconsce, la sublimazione adolescenziale del concetto di morte.
Arrivò il pomeriggio della prima.
L’onore dell’inaugurazione toccò a Antonella e Patrizia. Quest’ultima era la sorella di Massimo. Teoricamente delle alleate.
Il punto è che le due appartenevano a un gruppetto che si faceva chiamare le Ciàule, per l’atteggiamento irriverente e beffardo verso il mondo intero e soprattutto i soggetti di sesso maschile.
Non avevano nemmeno tutti i soldi del biglietto, ci obbligarono ad accettare 350 lire.
Appena si trovarono davanti all’apparato di panni disegnati, di lumini e di scheletri di cartone, iniziarono a ridere come delle pazze. Fecero due passi e tirarono giù un lenzuolo. Un altro passo e rovesciarono un tavolino con una candela e un ramarro di plastica.
Massimo saltò fuori dalla bara di compensato.
“Che cazzo state combinando?” sbraitò. Dalla voce sembrava che avesse la bocca piena di lenticchie. Effetto della dentiera da vampiro.
Quando le due lo videro conciato come un imbecille scoppiarono in risate ancora più stridule.
A quel punto spensi lo stereo (la colonna sonora di Suspiria), mi tolsi la maschera da strega e cacciai quelle due dal Club, tirandogli dietro le 350 lire.
Le ragazze si precipitarono per le scale ridendo a crepapelle. Gli altri visitatori aspettavano il loro turno nel cortiletto e ne risultò un istantaneo aumento di interesse.
Un ragazzo disse che voleva entrare subito. Ci offriva il doppio del biglietto: 1000 lire!
Io chiusi la porta demoralizzato.
Vidi Camillo, Mimmo e Filippo che avevano abbandonato i loro nascondigli. Massimo stava ritto in mezzo alla stanza con l’aria di un cane bastonato.

Quello fu l’unico e indimenticabile spettacolo della Caverna degli Spettri. L’evento horror della storia di Sarconi.

7 commenti:

Panzallaria ha detto...

come si fa a prendere la cittadinanza a Sarconi??? ;-)

bravo!

Stefano Santarsiere ha detto...

Non è difficile. Basta chiederla e te la diamo gratis, cara Frò. Sarebbe una gradita inversione di tendenza visto che in genere la gente scappa.

Ciao!!!

Anonimo ha detto...

E' una sensazione gradevolissima leggere un libro nel quale io sono uno dei personaggi! Leggere e, conseguentemente, rivivere cio' che è realmente accaduto è davvero incredibile. Come tornare indietro nel tempo: mi tornano automaticamente alla memoria le nostre facce, i nostri discorsi, la nostra sana follia e il nostro entusiasmo!!!
Bellissimo e commovente!
Camillo

Anonimo ha detto...

Ciao Stefano,
davvero bello il tuo blog,
leggendo ho immaginato a come lo avresti raccontato tu a voce.Comlimenti davvero.
Rita

Anonimo ha detto...

Perche non:)

Anonimo ha detto...

good start

Anonimo ha detto...

La ringrazio per intiresnuyu iformatsiyu