27 marzo, 2006

CAMPEGGIO parte I


Venne l’estate e ci accaparrammo una vecchia tenda da campeggio appartenuta a mio fratello e i suoi amici. Uno di loro ci concesse una dimostrazione per il montaggio. Venne una sera nel mio garage (altro luogo gravido di pericolosi ricordi) e montò la tenda in dieci minuti, fissando i picchetti nei fori dei mattoncini di cotto o assicurandoli ai vecchi ganci nel muro. Io e Camillo cercavamo di memorizzare le operazioni.
Tre giorni dopo mio fratello ci accompagnò a Santa Maria del Cedro, una località sul Tirreno affollata di napoletani chiassosi e virgulti calabresi che la sapevano lunga. L’avevamo scelta perché il nostro amico Carmine vi stava trascorrendo la stagione estiva, al servizio di un albergo a dieci metri dalla spiaggia. Eravamo io, Camillo e Vicky. Roberto, mio fratello, ci scrutava dallo specchietto e si chiedeva se saremmo tornati a Sarconi con le nostre gambe.
Ci scaricò al campeggio consegnandoci al titolare, un tipo sulla quarantina, ridanciano e ammiccante, con una canottiera blu e basette lunghe un chilometro. Ci indicò le aree dedicate alle tende e quelle per i bungalow. Avevamo bisogno di acqua fresca e di una bombola di gas per il fornello, ma ci annunciò che il supermercato del campeggio era chiuso. Era una disdetta, perché si preparava il lavoro della tenda ed eravamo già assetati e ci restava solo mezzo litro della Levissima usata in viaggio, risciacquata e lessata nella bottiglia di plastica. Quanto alla bombola, non ne avevano più. Il giorno dopo era domenica e il supermercato sarebbe rimasto chiuso, se tutto andava bene avremmo potuto cucinare solo il lunedì successivo.
Accaldati e già piuttosto avviliti iniziammo il lavoro della tenda. Fu un massacro. Io e Camillo non ci ricordavamo alcunché della dimostrazione nel mio garage. Tabula rasa. Studiavamo i picchetti domandandoci a che diavolo servivano, alzavamo le matasse di fili e cordicelle senza capirne il senso. Vicky ci riempì di improperi.
Verso le tre del pomeriggio dovemmo fare una pausa. Una cicciona di mezza età era tornata dalle libagioni con i figli e infilandosi nel bungalow ci diffidò dal fare baccano. Tutto il campeggio era sprofondato nei sonni della controra. Non si muoveva una sola foglia di quei ridicoli oleandri e pini nani da cui eravamo circondati. Rassegnati, ci sistemammo intorno all’aborto di tenda da campeggio che avevamo tirato su. Eravamo forniti di due sedie pieghevoli, la terza me l’ero dimenticata a casa e mi toccò sedermi a gambe incrociate sul terreno cosparso di aghi di pino. Il frastuono delle cicale mi dava la sensazione di un immenso dileggio. Per fortuna Camillo si era trascinato una borsa piena di Spuntì al tonno e un pacco di grissini. Ci nutrimmo di quella melassa senza bere un goccio d’acqua, masticando lentamente e senza fiatare. Poi Vicky si addormentò sulla sedia. Si distese gradualmente sullo schienale, allungò le gambe e prese a ronfare come una gatta in calore. Tempo un minuto e la sedia si disintegrò facendolo capitombolare vicino alla tenda. Io e Camillo scoppiamo a ridere; lui ci guardò con occhi che lampeggiavano di collera ma si addolcì subito, si mise una mano sulla fronte e sorrise a sua volta.
“Diosanto, come siamo ridotti...” commentò.
Ridemmo come matti per un quarto d’ora, nell’indifferenza del campeggio strafatto di pasta al forno e alcolici, circondati dalle scatolette di Camillo e da una tenda che non stava in piedi. E il riso allontanò la sete dalla bocca sostituendola con l’arsura di quella pazza ilarità, scacciò la stanchezza dalle nostre membra indolenzite dal caldo e dalla fatica invadendole di un’energia immotivata, frutto di affiatamento e leggerezza.
Con gli occhi che lacrimavano ancora sollevammo i lembi della tenda, tirammo le corde, piantammo i picchetti nel terreno. Era tutta storta e non c’era alcun criterio di posizionamento e orientamento, nessuno di noi era stato nei Boys Scout e ce ne fregavamo. Ma andava bene. Ci infilammo dentro e dormimmo della grossa per un paio d’ore.
Quando sgusciai dalla tenda e mi stiracchiai vidi che il sole si era ingentilito, pago dei tormenti che ci aveva inflitto per ore, e una brezza di gelsomino dilagava per il campeggio mettendo i villeggianti di buonumore.
In quel momento un tizio arrivò rombando con una moto. Sgommò a due metri dalla nostra tenda sollevando una nuvola di terriccio. Era un giovane di meno di trent’anni, con i capelli lunghi e l’aria da trasvolatore solitario. Lo vidi scaricare uno zaino e tirare fuori una tenda pressoché identica alla nostra. Con mia somma umiliazione la montò ad una velocità da cartone animato e alla fine vi entrò e chiuse la lampo dell’apertura.
Io infilai la testa nella nostra e a quei due che russavano ancora urlai: “Sveglia!!!

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Vero vero!!! Tutto vero! Pure quel pranzo a base di pane e spuntì...senza un goccio d'acqua...e il turno per sedersi sull'unica sedia rimasta integra....marò!!! Meno male che ci salvò la dottoressa....Fu una vacanza memorabile, la prima vacanza insieme (e purtroppo pure l'ultima)! Un week end insieme dobbiamo farcelo, che cavolo!!!
Hey Stè, ma te lo ricordi Tardiano dance???
Camillo

Stefano Santarsiere ha detto...

Eh... eh... mi ricordo tutto, fratello. Ti invito al leggere la seconda parte...