
Le disadorne pareti del Club erano uno spettacolo che faceva disonore a una banda di adolescenti. Dov’erano i poster dei calciatori o degli attori famosi? Soprattutto, dov’erano le donne nude? Un posto come quello avrebbe dovuto pullularne come un’officina, come la cabina di un Tir.
Filippo si incaricò della decorazione complessiva, portò le bandiere rimediate quando frequentava i boys scout e di cui non ricordava il senso, ma i colori sgargianti erano appropriati. Massimo si procurò pennarelli e fogli bristol e produsse un’intera serie dei suoi zombi rachitici. Io contribuii con una quantità di opuscoli monografici allegati a vecchi numeri di TV Sorrisi & Canzoni, dedicati a personaggi dello spettacolo o dello sport, alcuni dei quali erano nel frattempo deceduti.
Ma il capolavoro lo fecero Mimmo e Camillo. Non so dove le custodissero (posso immaginare nel buio delle loro camere), ma si presentarono con una quarantina di fotografie a tutta pagina di conigliette e playmates da far svenire. In un paese come Sarconi e alla fine degli anni ottanta, una simile collezione valeva oro. Pretesero una parete intera: quella di fronte alla porta d’ingresso, la più importante e luminosa. Scelsero con cura la posizione di ciascuna foto in base alla qualità dei colori, la posizione del soggetto, il particolare che si mostrava all’obbiettivo. Ogni pagina veniva attaccata con il nastro adesivo, osservata da diverse angolazioni, con la porta aperta, con la porta chiusa, giudicata in relazione alle foto che la circondavano. Li vidi attaccare e staccare fino a tre volte la stessa immagine, discutere se conveniva tenerla lì, sostituirla, collocarla una fila più su o più giù. Sembravano due critici d’arte nell’allestimento di un museo.
Io e Massimo andammo al bar per una partita a Galaga insieme a Franco, l’uomo più forte al mondo in quel videogioco. Naturalmente il disgraziato monopolizzò la macchinetta per più di un’ora, raccogliendo il solito capannello di osservatori stregati dall’abilità con cui disintegrava orde di mosche spaziali. Alla fine io e Massimo ci spazientimmo e tornammo a Club, e il capolavoro di Camillo e Mimmo si palesò in tutto il suo splendore.
Aprendo la porta, la luce del sole accese un meraviglioso alveare di forme luccicanti e sguardi carezzevoli, di giarrettiere su gambe accavallate e mani in posizioni impudiche, di decolleté senza fine, di occhi socchiusi e enormi labbra protese.
Massimo era impietrito. Osservava con una tale aria ascetica che sembrava sul punto di cadere in trance. Le foto erano disposte in modo da formare una grande piramide: la punta della composizione era stata riservata alla più grande di tutte, Moana Pozzi.
Era seduta su un esile sgabello bianco ed era inquadrata da dietro. Si stringeva le braccia in una posa di sessualità trattenuta. I capelli biondi le piovevano sulla schiena nuda e uno sguardo ammaliante guizzava da sopra la spalla sinistra. Vidi Massimo sollevare una mano, indicare silenziosamente la foto.
“Hai visto... il culo?”
L’avevo visto. Sorgeva come la luna dietro il castello di Moliterno.
I due autori della Piramide si presero complimenti e pacche sulle spalle.
La fama della composizione si sparse oltre i confini del paese e per giorni il Club fu meta di un pellegrinaggio di guardoni tra i quindici e i quarantacinque anni. Mimmo e Camillo ricevevano gli ospiti da ottimi cerimonieri, lasciavano contemplare la Piramide per il tempo necessario, rispondevano con professionalità ai quesiti sulla provenienza delle foto e sui criteri utilizzati per la messa in opera. Quando i guardoni se ne andavano, loro restavano nel Club a vigilare sulla Piramide, come fosse una sacra reliquia. A forza di guardare, ogni tanto scoprivano un dettaglio mai notato, una piega molle, una pupilla accesa, che commentavano sospirando alla luce del caminetto.
Poi accadde che durante l’andirivieni di visitatori, leggermente stufo della prolungata assenza di tranquillità, scesi le scale del Club per andarmene a casa e in fondo al vicolo avvistai la figura compassata di Peppino. Veniva nella mia direzione con le mani nelle tasche del cappotto, gli occhialoni scuri e l’immancabile cappello indossato di traverso. Aveva chiaramente la luna storta. Rientrai subito nel Club. Mimmo stava redarguendo un tipo che si era permesso di sfiorare una foto con la punta della lingua. Cacciai un paio di guardoni e chiusi la porta.
“Sta arrivando Peppino,” gridai.
Mimmo sbiancò.
“Che facciamo?”
“Non lo so. Ma se scopre la Piramide siamo fregati.”
“Regalatela a me!” disse il ragazzo che aveva leccato la foto.
“Ti piacerebbe!” replicò Mimmo.
Ci guardammo indecisi. Nella penombra del Club udimmo un cozzare di scarpe sulle scale, un ansimare severo a ogni gradino. Infine dei colpi sulla porta.
“Uagliù aprite. Sono Peppino.”
Nessuno fiatò.
“Sono venuto a controllare. Mi sono arrivate voci che non mi piacciono. Aprite.”
Mi schiarii la voce.
“Ehm... un attimo Peppì. C’è un po’ in disordine...”
Feci dei gesti frenetici a Camillo, doveva togliere quelle foto!
Lui guardò la Piramide, si morsicò le labbra.
Peppino diede un colpo spaventoso alla porta. “E allora, aprite o no?”
Camillo si scosse. Staccò la prima immagine dell’ultima fila, con eccessiva delicatezza. Di quel passo avrebbe impiegato due ore.
“Sto aspettando!” Un altro colpo.
Fu Mimmo a prendere in mano la situazione. Si lanciò sulla composizione e strappò tutto in cinque secondi, con la furia e il dolore negli occhi. Fece una gran pallottola e la mise nelle braccia di Camillo.
Aprii la porta. L’ombra del vecchio, immobile sulla soglia, sostituiva la Piramide sulla parete di fronte. Guardò Camillo che reggeva tutta quella carta.
“Che state combinando?”
Con voce tremante Camillo riuscì a dire: “Pulizia.”
Lo sguardo sospettoso di Peppino si rivolse a Mimmo, poi a me.
“Mi hanno detto che avete organizzato uno spettacolo di donne nude.”
Simulai una risata di sdegno. “Ma insomma Peppì! Che razza di storia è questa?”
Il vecchio entrò. Osservò le decorazioni alle pareti, le bandiere, le monografie. Si aggirò nelle stanze del Club.
“Non è troppo sporco. Bravi.”
Io deglutii. Camillo era sempre impalato con i resti della Piramide. Peppino gli si avvicinò, sperai che gli occhialoni non fossero troppo efficienti.
Per un lungo intervallo il vecchio e il mio amico si guardarono negli occhi; poi Peppino alzò un dito, lo puntò sulla carta e disse: “Valla a buttare. A stare con le braccia così ti viene l’artrofia.”
Camillo non volle tentare un impossibile restauro, né rassegnarsi a gettare la Piramide nella spazzatura. Non dimenticherò mai l’aria luttuosa che si respirava, mentre una dopo l’altra bruciava le foto nel caminetto.


3 commenti:
La Piramide è una delle cose più riuscite di quel periodo! Senza dubbio un capolavoro la cui realizzazione è da condividere con il "genio artistico" di Mimmo, mio insostituibile "compagno di merende" quando veniva fuori l'argomento "donne e sesso"! Non dimenticherò mai il culo di Moana e le tette di Serena Grandi.....che fighe!!!
La piramide è un aneddoto che non poteva mancare in questo sito!
Camillo
In effetti ho sempre ammirato la vostra arte.
E qui ho dovuto farle un meritato tributo...
Ciao!
la piramide.........ke spettacolo! e quann a tornu a fa n' ata cosa cum a kedda!!!!
è stato bello ricordare quell' aneddoto, grazie stesan!
mo mi ni vavu a legge natu, tengu nu pocu r' arretrat!!!!
ciao ciao....
mimmo albano
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