Il problema più grosso era la cenere. Capitava di sentirla scricchiolare sotto le scarpe o che ci piovesse dal soffitto come il primo mercoledì di quaresima. Tutto quel sudiciume era diventato una tale ossessione che Giovanni passava gran parte del suo tempo al Club lottando con una vecchia scopa, che liberava molta più polvere di quanta ne trattenesse, e con uno straccio talmente logoro che a spingerlo sul pavimento non faceva che sfilacciarsi come una mozzarella guasta. Ricordo distintamente che una volta fu preso da una sorta di crisi isterica: rovesciò una decina di secchiate d’acqua a terra, con una faccia da forsennato, bofonchiando frasi tipo: “E così vediamo… se viene fuori un po’ di pulizia… se si può respirare un poco di aria… qui dentro.” Credevo si sarebbe gettato anche lui sul pavimento, in un estremo sacrificio nell’impresa donchisciottesca di pulire il Club. Lo abbracciai, trattenendolo, e lui si sciolse in un pianto liberatorio come in quei film strappalacrime.
Fu Massimo a prendere in mano la situazione, proprio lui che si sparava una trentina di sigarette al giorno. Convocò una riunione con un solo ordine del giorno, ‘Riqualificazione e Salubrità’.
Le proposte erano drastiche: una sessione straordinaria di pulizia previo sgombero totale del Club; rimozione dei vecchi tappeti, che ormai a ogni passo esalavano una specie di limatura biancastra; sostituzione della branda e nuovi canoni di comportamento, quali rigidi turni di pulizia e divieto assoluto di fumare all’interno del Club.
L'ultima proposta fu accolta con incredulità; Mimmo gli rise platealmente in faccia. Per tutta risposta Massimo gli lanciò un’occhiata aspra, tirò fuori il pacchetto di Marlboro (conteneva metà del suo contenuto originario), lo accartocciò e lo lanciò dalla finestra. Dalla strada si udì un urlo di spavento, una voce di donna proferì al nostro indirizzo il solito guazzabuglio di insulti e minacce.
Nick e Mimmo, che insieme a Massimo erano i fumatori più incalliti, si guardarono esterrefatti.
“Allora, siete con noi o no?” li incalzò.
“Scherzi? Non lasceremo mai il Club.”
Mi sentii sollevato. Avevo temuto che la faccenda avrebbe causato una divisione.
Il giorno dopo dovetti ricredermi: Mimmo venne da me alle tre del pomeriggio mentre iniziavano le grandi pulizie, e mi annunciò che lui e Nick avevano affittato un’altra casa. Davano vita al Club dei fumatori.
Mi ci condusse. Era un’abitazione ancora più vecchia e malridotta della nostra, una catapecchia sudicia in fondo a un vicolo deserto che trasudava abbandono e morte. Nick era già dentro. Se ne stava davanti a un caminetto coperto di ragnatele con l’atteggiamento di Marlon Brando nel Padrino.
Dissi che mi dispiaceva. Lui strinse le spalle e commentò con filosofia: “E’ la vita.”
Con un certo disagio mi guardai intorno; avvertii un pericoloso senso di precarietà sotto quel soffitto marcio.
“Non è che se parlate a voce troppo alta viene giù?”
Mimmo mi diede una pacca sulla spalla “Tranquillo. Il proprietario ha detto che è resistita al terremoto del 1980. E’ antisismica.’
“Per me qui dentro non resistete.”
“Lo dici tu.”
“Nel giro di un paio di settimane vi sarete ridotti così male che tornerete da noi con la coda fra le gambe.”
“E invece ce la spasseremo,” disse Nick.
Nei giorni seguenti andai da loro ogni pomeriggio. Li trovavo davanti al solito caminetto a fumare e chiacchierare come dei gentleman inglesi. Avevano portato anche un tavolino che fungeva indifferentemente da poggia piedi, tavolo da gioco e base per bicchieri e bevande.
Col passare del tempo notavo una progressiva dissociazione tra l’autosufficienza che si premuravano di esibire e la realtà del loro degrado. Lo sguardo di Nick si faceva annacquato, come quello dei tossici irriducibili. Mimmo mi lanciava lunghe occhiate come se volesse confessarmi qualcosa.
Spesso erano sprovvisti di sigarette, e mentre al Club potevano sempre scroccarle a qualcuno, in quella bicocca toccava arrangiarsi. La circostanza li aveva spinti a una pericolosa ricerca di surrogati. Nick aveva aggiunto al tabacco una buccia di cipolla triturata. Sul davanzale erano stati messi a seccare fili di bucce di banana e barbe di pannocchia.
L’ultimo giorno andai un po’ più tardi del solito. Erano nella consueta posizione davanti al caminetto, Mimmo mi accolse con insolita ilarità: “Finalmente! Vieni a brindare!”
Sul tavolino facevano bella mostra due bicchieri e una bottiglia di plastica. Il contenuto della bottiglia sembrava risciacquatura di pennelli da tempera.
“Perché brindate?”
“Ci eravamo dimenticati di festeggiare il nuovo Club.”
Apparve un terzo bicchiere che Nick riempì.
“Cosa bevete?”
“Un cocktail di nostra invenzione,” disse orgogliosamente, porgendomi il bicchiere. “Un quarto di Orophilla e un quarto di succo di pera.”
“E un quarto di Southern Comfort,” aggiunse Mimmo.
“E un quarto di Stock 84.”
“E uno di Sprite.”
“E uno di Gin.”
“E tanto per stare sul sicuro,” concluse Mimmo, “12 gocce di Novalgina e mezza compressa di Aspirina.”
Posai il bicchiere sul tavolino. Loro ne vuotarono tre.
“Andiamo al Circolo,” propose Nick circondandomi la spalla con un braccio.
Durante il tragitto continuarono a sbellicarsi su questioni come la lunghezza delle colonnine di mercurio nei termometri e il numero medio di acari sotto le suole.
Nick irruppe nel Circolo annunciando: “Beppe, le racchette da ping pong, please.”
Se le prese da solo, ne consegnò una a Mimmo e si piazzarono al tavolo da gioco. Io mi sedetti in un angolo.
Iniziò uno scambio pazzesco. Colpi ostinati, precisi, sempre più rapidi. Da dietro il banco, Beppe asciugava bicchieri e osservava quei due con furore crescente.
Ad ogni battuta i gemiti di sforzo si facevano più rudi e il fiatone di Mimmo sembrava il mantice di una fisarmonica, ma nessuno cedeva.
Dopo un po’, Beppe si avvicinò al tavolo.
“Siete venuti per rompere i cosiddetti?”
Nick si fermò.
“Perché? Che facciamo di male?”
Beppe lo guardò fisso. “Ma sei ubriaco?” Guardò Mimmo; in un attimo capì e scoppiò a ridere. “Sì cazzo, siete ubriachi tutti e due!” Si fece serio. “Ma dovete ubriacarvi qui altrimenti come faccio a tirare avanti?”
Lo sguardo di Nick oscillò dal barista al tavolo da ping pong, e da questo a Mimmo, che aspettava ancora la battuta piegato in avanti e con la lingua che faceva capolino da un angolo di labbra.
“A Stefano lo dici tu o lo dico io?”
Mimmo non capiva.
“Che cosa?”
“Che torniamo al vecchio Club, con gli altri.”
“E perché?”
Nick gettò la racchetta sul tavolo.
“Perché è un quarto d’ora che giochiamo a ping pong senza la pallina!”
06 marzo, 2006
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3 commenti:
Una coppia di fuoco era quella composta da Nick e Mimmo! La storia della cipolla è sempre molto ricorrente tra di noi....è un pò come la storia delle mani sulle orecchie di Vincenzo per il gavettone.....
Mi aspetto l'aneddoto sulla famosa piramide....
Camillo.
Carissimo, certe cose ribollono sepolte nel nostro animo come eruzioni sotterranee, e poi esplodono con effetti diversi. Per fortuna stavolta si tratta di semplice grafomania.
La Piramide verrà sicuramente citata a breve.
Cià!
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