
Un immenso uccello grigio-perla si librava dal mare di Santa Maria del Cedro al suono di Eclipse dei Pink Floyd, sotto la luce abbagliante del mattino. L’uccello sbatteva le ali sopra la spiaggia deserta, dove spiccava solitaria la nostra tenda sbilenca, e noi tre accovacciati che guardavamo con la meraviglia dei fanciulli.
Poi apriva il becco e gridava stridulo: ‘Santarsiero... Santarsierooo’.
Fui svegliato da una specie di terremoto. Qualcuno scuoteva la tenda storpiando, appunto, il mio nome.
Strisciai fuori e vidi il proprietario del campeggio che mi osservava con occhi spiritati.
‘C’è qualcuno per te al telefono. E’ mezzora che ti chiamo’.
Lo seguii nella reception e mi porse una cornetta. Era mia madre. Parlare con lei dopo una giornata trascorsa tra una tenda che non reggeva e il deprimente spettacolo dell’ottovolante mi fece sospirare di nostalgia. Con lo Spuntì al tonno che ci toccava per pranzo ebbi la tentazione di chiederle cosa stava cucinando.
Le dissi che stavamo bene, che preparavamo da mangiare, che ci stavamo divertendo. Mentre uscivo dalla reception il proprietario mi richiamò con un fischio.
“Ho qualcosa per voi,” disse a voce bassa. “Roba di prima categoria. Vi faccio un prezzo da sballo.”
Fece comparire una mezza dozzina di canne.
Non me l’aspettavo, e avevo ancora gli occhi impastati di sonno.
Misi una mano avanti e dissi che non mi interessava.
“E i tuoi amici?”
“Neanche a loro.”
Lui mi guardò con disprezzo e si ricacciò le canne nella tasca del bermuda.
“La bombola arriva domani sera,” disse, per vendicarsi. Il sapore dello Spuntì al tonno mi investì la bocca.
Dopo aver fatto colazione nel bar di fronte andammo in spiaggia. C’era vento, il mare si frangeva sulla battigia con la stanca ritualità di un pescatore che sbatte il polipo sopra un masso.
Vicky si era portato un Super Santos. Iniziammo a fare dei passaggi ma il vento ci costringeva a lunghi inseguimenti a zigzag fra le ragazze stese ad abbronzare. Loro dovettero credere a un maldestro tentativo di corteggiamento e ci guardarono con odio. Sbuffi di sabbia ci finivano continuamente negli occhi.
Un certo Alfredo attirava l’attenzione di mezzo litorale lanciandosi con il materassino sulle ragazze che chiacchieravano a qualche metro dalla riva, le quali rispondevano con deboli proteste. Era un ragazzo poco più grande di noi, magro e ossuto, con i capelli tirati all’indietro dall’acqua. Aveva un aspetto già troppo simile a un vecchio pappone e bisognava ricondurlo a uno stato di ragionevolezza.
L’idea fu di Camillo. Ci tuffammo e nuotammo nella sua direzione. Alfredo guidava il materassino stando a pancia in giù e spostando l’acqua con le braccia. Dopo un po’ io e Vicky lo affiancammo. Io gli dissi “Ciao,” lui mi rivolse uno sguardo indifferente. Capivo che era già proiettato sulle ragazze, che dal canto loro lo aspettavano con evidente degnazione. Vicky si avvicinò di più. “Di dove sei?”
Alfredo bofonchiò “Casoria,” e aumentò le pagaiate con le braccia. Per tutto il tempo Camillo aveva nuotato nella sua scia come un silenzioso marlin. Giunto a una decina di metri dal crocchio delle ragazze, Alfredo iniziò il solito scatto, e Camillo diede la sua stoccata di fioretto. Si udì un sibilo gorgogliante. Alfredo si dibatté e affondò con il materassino proprio sotto il naso delle ragazze, che si sperticarono di risate. Cercai Camillo con lo sguardo: aveva fatto dietro front nuotando sott’acqua ed era riemerso una ventina di metri più a largo. Pressoché insospettabile.
Per tutta la vacanza Alfredo ci guardò con ostilità, ma non riuscendo a capire come diavolo avevamo fatto a staccare il tubicino non osò mai accusarci apertamente.
Il giorno dopo smettemmo di pranzare con gli Spuntì al tonno. La bombola del gas era arrivata e iniziammo a utilizzare il fornello da campeggio, ma sempre con un occhio ai cibi precucinati: per quattro giorni ci ingozzammo di spaghetti al sugo di vongole Star.
Per fortuna ci concedevamo le cene dalla Dottoressa, la quale ci accoglieva con amore quasi materno. Il menu era sempre lo stesso, ma almeno il sapore dei maccheroncini all’arrabbiata assumeva un retrogusto di pomodoro rancido sempre più forte. Si trattava di un’interessante variazione sul tema.
L’ultima sera andammo al Luna Park per assistere al concerto di Joe Cavalazzo. Era un artista famoso su tutta la costa tirrenica e Carmine aveva detto che non potevamo perderci lo spettacolo.
In effetti la spianata del parco era piena di fans.
Avrei goduto della musica di Cavalazzo con più tranquillità se per ben tre volte non avessi pestato i piedi di un tipo in canottiera alle mie spalle. Costui, per manifestarmi il suo malanimo, durante l’intero concerto mi soffiò fumo di sigaretta nei capelli. A fine serata Vicky mi disse che somigliavo a un’acacia.
Dopo il solito giro nei pub lungo la statale tornammo al campeggio, già sprofondato nel sonno dei giusti.
E inciampai di nuovo nella fune di quella stramaledetta tenda. La quale si abbatté di lato, proprio come la prima volta.
Il motociclista bestemmiò e accese subito la torcia elettrica.
Stavolta non era il caso di affrontarlo e scappammo a gambe levate dal campeggio.
Per ore non trovammo il coraggio di ritornare. Vagammo lungo la statale seguendo le macchine che sparivano oltre le curve, ascoltando i nostri passi sull’asfalto e il concerto dei grilli nella pineta. D’un tratto una nuance rosa apparve dietro le colline opposte al mare e io, non so perché, iniziai a cantare More fool me imitando il falsetto di Phil Collins.
Vicky e Camillo fumarono l’ultima Marlboro.
Ci mettemmo le mani intorno alle spalle e tornammo verso il campeggio. Non passava più alcuna macchina. Le costellazioni spiccavano nitide e un alito di vento si levò dal ciglio della strada come un applauso.
Avrei prolungato quegli istanti per sempre, era la nostra personale notte di gala.
Il giorno dopo ci svegliammo molto male. Io avevo le spalle ricoperte di bolle trasparenti, effetto di giorni sotto il sole senza la crema protettiva. Vicky aveva un occhio chiuso dall’orzaiolo e Camillo era afflitto da crampi allo stomaco e diarrea.Chiamai mio fratello e lo pregai di venirci a prelevare.


5 commenti:
Un affettuosissimo abbraccio da quattro grandi amici tuoi: Filippo, Angelo, Camillo e Claudia. Siamo a Sarconi e fa molto freddo....ti pensiamo e ci manchi!!!! Ciaooooo e buona Pasqua!!!!!
Grazie Raga!
Anch'io vi penso molto, come potete vedere dai raccontini del lunedì. A proposito, lunedì 17 ci sarà la pausa Pasquettale, il prossimo episodio è previsto per il 24 aprile.
So che da voi fa freddo, qui è primavera.
Un abbraccio a tutti e... DIVERTITEVI!!!!
Ciao carissmo Stefano da Claudia, Mimmo, Angelo, Biagio e Camillo dal quartier generale Claudia's home!!!!
La ringrazio per Blog intiresny
imparato molto
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