09 maggio, 2006

Il Circolo



Il Club non sarebbe bastato a sviluppare le nostre attitudini di potenziali sociopatici, se non avessimo vissuto metà della nostra adolescenza nel Circolo di Peppe. Quel locale esibiva il lato pubblico della nostra esuberanza; e al tempo stesso, in mancanza di luoghi più impegnativi costituiva il riparo della nostra iniziazione alla vita da bar.
Vi passavamo interi pomeriggi a giocare a carte e a biliardo, divorando panini al salame abbrustoliti nel grill e bevendo coca cola in bicchieri che odoravano di detersivo al limone.
Peppe era un cinquantenne dal sorriso furbo che non si limitava a infilare i soldi in cassa, ma intratteneva i suoi giovani clienti, ascoltava le loro barzellette e prendeva parte nelle loro dispute. Se qualcuno di noi mancava un giorno, quello dopo doveva fornire una spiegazione convincente. Se il panino faceva schifo potevi dirglielo a chiare lettere e prenderlo pure a male parole. Se avevi voglia di canzonarlo potevi provarci, sapendo che sarebbe stato al gioco e magari ti avrebbe battuto in spirito. Insomma era uno di noi.
Tranne quando giocava a carte, in quel caso era un avversario suscettibile e spietato.
Perdere lo faceva incazzare sul serio e perdere con uno che ‘gli puzzava ancora la bocca di latte’ lo mandava letteralmente in delirio. Il guaio è che accadeva di frequente, soprattutto quando si ritrovava al tavolo con Vicky e Mimmo.
Giocavano a scala 40 con sballo a 151. Ogni sballo faceva perdere una consumazione e si rientrava in gioco con il punteggio più alto degli altri giocatori. Chi faceva sballare tutti in una sola mano vinceva le consumazioni.
Quella sera la partita si era protratta per più di due ore. Erano passate le otto e nel locale ero rimasto solo io a godermi lo spettacolo.
Peppe aveva sballato una dozzina di volte ed era livido; Mimmo e Vicky veleggiavano tranquilli con due consumazioni perse e pregustavano la possibilità di una vincita memorabile.
Ciò che indispettiva Peppe erano le occhiatine che si scambiavano i due ogni santa volta che sballava. Si prendevano gioco di lui! Quei rompiballe, quei piccoli cagnacci tutto culo e niente bravura. E si sentiva male al pensiero di dover servire loro tutti quei panini; si sarebbero divisi la vincita e avrebbero sbafato sotto il suo naso per farlo morire di rabbia. E sapete qual’era la cosa peggiore? Sarebbero andati in piazza a vantarsi di averlo sbancato. Avrebbero detto a tutta Sarconi e anche a quelli di Roccanova (Peppe veniva da lì): ‘Gli abbiamo scroccato quindici panini, eh, eh! Lo abbiamo mandato in fallimento! Vedeste che faccia aveva!’
Ma in quel momento le cose potevano cambiare. Cazzo se potevano! Vicky gli aveva servito un tris di re, una coppia d’assi e una meravigliosa scala di cuori da tre a sette; e aveva cominciato a friggere sulla sedia. Alla prima pescata aveva preso l’otto di cuori.
Gli altri due pescarono dal mazzo senza aspettare gli scarti. Avevano un’espressione da lucertole e si vedeva che erano preoccupati: Peppe stabilì che non avevano un cazzo.
Il turno successivo arrivò il terzo asso. Peppe si guardò intorno sforzandosi di soffocare l’emozione.
Mimmo si tolse un due di cuori.
Porcaputtana, quella mi serviva!
Vicky scartò un dieci di cuori. Con aria svagata Peppe si concesse un secondo di riflessione. Il dieci poteva tornargli utile. Oppure no. Ma se voleva quella carta doveva scoprire il suo gioco. Calma Peppì, gli altri non potevano avere carte buone come le sue e tanto valeva prendere dal mazzo.
Si gonfiò come un dirigibile quando vide la carta: un nove di cuori. Era la terza pescata buona. Sta a vedere che il vento si è girato.
“Sei messo bene, eh?” Mimmo ruppe il silenzio scartando un tre di picche.
“Ma che. Posso solo scendere i quaranta.”
Vicky scartò un asso di cuori e Peppe si allungò come un suricato, imprecando tra i denti. Aveva già quell’asso!
Una carta! Una sola maledetta carta! Un altro asso o un re, oppure la carta d’attacco per la scala! L’altro due di cuori!
Prese una donna e la scartò immediatamente.
Mimmo la guardò (Peppe lo occhieggiava trattenendo il fiato, bestiaccia non fare scherzi), ma la ignorò e pescò una carta dal mazzo. Sembrava soddisfatto. Scartò un sette di fiori.
Prima di pescare Vicky bussò sul mazzo per invocare fortuna. Fece schioccare le labbra indispettito e lanciò la carta tra gli scarti, un due di quadri.
Peppe ingoiò un grumo che stranamente sapeva già di birra. Prese la sua carta dal mazzo. Per un istante alzò la faccia al soffitto con gli occhi chiusi: un re di fiori, un maledetto doppione.
Mimmo emise un sibilo ironico e pescò. Sistemò il ventaglio, scartò.
Alla sua destra Vicky prese la carta dal mazzo, sotto l’occhio vigile di Peppe, e si tolse un’inutile figura.
Un jolly! Basta un solo jolly per farmi felice.
Pescò.
Per tre giri di seguito aveva ricevuto doni magnifici, tre pietre preziose da incastonare in un gioiello che era cresciuto nelle sue mani e che al più presto doveva mostrare ai due sfacciati. Adesso gli mancava il sigillo. La carta della salvezza.
Ma aveva pescato un altro nove di cuori.
Lo scartò; e nello stesso istante udì qualcosa gridargli dal profondo, la voce del benevolo progenitore di tutti i giocatori di carte, lo spirito che nei momenti decisivi parla a tutti loro, ai più impuniti, ai più sfortunati e anche ai più incapaci...
e quella voce gli gridava: noooo!!
Con la coda dell’occhio vide Mimmo che digrignava i denti e si stringeva nelle spalle come se una bottiglia di nitroglicerina stesse rotolando sull’orlo del banco. Lo vide prendere il nove che aveva scartato lui. Infilarlo tra le sue carte. Disporre sul tavolo un tris, poi una scala di sei carte a fiori... gesti cerimoniali che il cervello ostinato di Peppe si rifiutava di comprendere.
E infine Mimmo calò un poker di nove.

Aveva chiuso.

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Anche questo è un racconto bellissimo e anche questa volta ho avuto l'impressione di rivivere e rivedere quelle indimenticabili scene e circostanze accadute ormai 15 anni fa circa! Il Circolo di Peppe è senza dubbio un tassello fondamentale dei racconti della nostra adolescenza!
Bravo, come sempre!!!
Camillo.

Stefano Santarsiere ha detto...

Caro galafratelllo,
come dicono i sapientoni, si tratta di storie che hanno un significato universale...

Ciao!