15 maggio, 2006

Spiritismo


Quando non avevano null’altro da fare, soprattutto d’estate, ci restava sempre il soprannaturale. Io e Massimo avevamo accumulato una personale biblioteca del mistero; la chiamavamo ‘la nostra Alessandria’ e cresceva come un fungo mucillagginoso dentro un armadio nella mia casa. Ogni mese compravamo per corrispondenza un nuovo volume: titoli come ‘Introduzione alla magia pratica’, ‘Manuale di Radioestesia’, ‘Corso di ipnosi in 13 lezioni’. Il più intrigante era ‘Fatture, controfatture e pratiche magiche’, in cui spiccava un intero capitolo sulle sedute spiritiche.
I nostri nomi dovevano essere finiti in qualche lista di soggetti border line o a rischio criminale, perché iniziammo a ricevere depliant su comunità di recupero per tossicodipendenti, e pubblicità di oggetti come speciali candele in grado evidenziare il corpo astrale e piramidi per il teletrasporto. Naturalmente eravamo orgogliosi di tale circostanza, e Massimo volle ordinare gli occhiali a raggi X. Per seimila lire ci consegnarono un inutile pezzo di plastica a forma di montatura di occhiali, con una retina semitrasparente incastrata nei cerchi. La bufala era lampante perfino ai nostri occhi creduloni.
Il problema era che quei libri non ci insegnavano niente. Non riuscivamo a compiere uno solo degli esperimenti descritti. In un’occasione scrivemmo perfino all’autore per chiedere consigli, certi di sbagliare qualcosa nelle procedure. Il tizio ci rispose che dovevamo impegnarci di più e magari frequentare un corso intensivo organizzato nei suoi laboratori. Accludeva un buono sconto del cinque per cento, nel caso avessimo restituito subito il contratto firmato. Purtroppo non avevamo abbastanza denaro per cogliere quella magnifica opportunità.
Fino al giorno in cui Massimo mi comunicò che aveva scoperto come far funzionare le sedute spiritiche.
“Dobbiamo essere almeno in cinque,” spiegò. “E comunque sempre in numero dispari. Bisogna scegliere il luogo adatto, una casa dove sono successe delle cose...”
Sapevo a cosa pensava. “Tipo un suicidio?”
“Esatto. Il resto è questione di crederci.”
Verso il muraglione c’era questa vecchia casa abbandonata, in paese si raccontava di una donna che vi si era uccisa bevendo il verderame; alcuni giuravano che in certe notti, dalla finestra che dava sul vicolo, si poteva scorgere una figura lattiginosa nell’atto di bere.
Massimo disse che aveva già parlato con Antonio, Rocco e Franco, gli esuli bresciani che consumavano gli ultimi giorni di vacanza nel paese prima del ritorno alle loro pizzerie. La seduta spiritica era prevista per la mezzanotte.
Alle undici ci incontrammo al bar che pullulava ancora di ragazzi. La serata era tiepida e i tre convitati di Massimo erano su di giri per qualche campari di troppo. Avevano quest’atteggiamento a metà tra la scioltezza e un rispetto mistico e un po’ timoroso. Dicevano di essere impazienti di partecipare alla seduta, di morire dalla voglia di vedere questo spirito e op! un altro campari.
A mezzanotte meno dieci, Massimo si alzò dal tavolo e annunciò: “E’ l’ora.”
I tre si fecero seri. Li vidi scambiarsi occhiate fugaci, ma nessuno voleva passare per il codardo della situazione.
Ci inoltrammo nel paese lasciandoci la piazza alle spalle. In breve eravamo circondati solo dal ronzare dei lampioni.
La casa della suicida chiudeva un vicolo non troppo lontano da casa mia; durante il giorno il sole vi colava a raggi sbilenchi lambendo i primi gradini della scala esterna. Ma in quel momento la luce di lampioncino sul vicolo principale moriva appena svoltato l’angolo, e la facciata della casa appariva come un’unica massa nera. Sopra il profilo del tetto le stelle spiccavano come lustrini.
Massimo ci precedé. Salimmo la scala invasa dall’erbaccia, oltre la fradicia porta ci investì la puzza di pipì animale e calcinacci marci, l’inconfondibile odore dell’abbandono.
Ci fece strada in una specie di disimpegno e ci condusse in una stanza sulla destra. Vi si respirava una polvere densa e spessa come cenere. Finalmente Massimo accese una torcia elettrica, bisbigliando di fare attenzione al pavimento. A terra aveva disposto una grossa superficie di cartone sulla quale ci sedemmo in cerchio. Al centro del cartone e alle nostre spalle c’erano delle candele che Massimo ci chiese di accendere passandoci l’accendino.
La finestra che si affacciava sul vicolo era chiusa. Dall’altra parte si trovava la porta di legno che dava in mansarda.
Massimo ci disse di fare silenzio e spense la torcia. La luce delle candele tremolò sulle facce di Antonio, Rocco e Franco, rivelando le loro espressioni tese. Eravamo seduti sul cartone e non riuscivamo a tenere le mani a contatto come nelle tipiche sedute spiritiche; Massimo ci chiese di tenerle in grembo e di chinare la testa.
Calò il silenzio. Io mi sentivo assediato dal buio che incombeva oltre il cerchio delle candele. Dopo un certo tempo, Massimo trasse uno strano respiro, socchiudendo gli occhi.
Lo udimmo bisbigliare “Spirito...
Con la coda dell’occhio notai che a Franco tremavano un poco le spalle.
Spiritooo... spirito inquieto di questa povera donna...
Antonio aveva la fronte aggrottata e si guardava le mani.
Spiritooo, se ci sei dacci un segno!
Nello stesso istante ci voltammo di scatto alla finestra: in tempo per cogliere l’ultima parte del movimento delle ante che si spalancavano! Le fiammelle tremolarono tutte insieme proiettando i loro arabeschi intorno a noi.
L’attimo successivo udimmo una sequenza di tonfi dietro la porta della mansarda come se qualcuno scendesse ad aprirla!
Rocco, Franco e Antonio si sollevarono come l’onda di uno tsunami e si precipitarono verso la porta della stanza spintonandosi per uscire; li sentimmo correre per la scala esterna e fuggire nel vicolo come invasati.
Io e Massimo eravamo distesi sul cartone, travolti dalla fuga. Io lo guardavo con occhi che mi schizzavano fuori, lui si tratteneva la pancia per le risate.
Presi la torcia elettrica e l’accesi. “Che cazzo è successo?”
Lui si raddrizzò, controllando il riso e grattandosi la gola. Mi mostrò il palmo di una mano. C’era un piccolo pezzo di cartone, grande all’incirca quanto un francobollo. Poi girò il palmo. Tra le dita spuntava un filo di nylon che seguii illuminandolo con la torcia. Andava in direzione della finestra. Mi sollevai da terra e andai a controllare: l’altra estremità era legata alla maniglia della finestra.
Massimo andò ad aprire la porta della mansarda. Lo raggiunsi con le gambe che mi tremavano ancora, e lui mi mostrò il cubetto di porfido che aveva fatto rotolare lungo la scaletta di legno per mezzo di un altro filo.
Infine mi guardò soddisfatto: “Te l’avevo detto: il resto è questione di crederci.”

7 commenti:

Anonimo ha detto...

A me non piaceva proprio fare i "giochetti di paura"!
Ho sempre avuto una paura fottuta di queste cose! Ricordo quella sera in cui diedi le spalle alla televisione per circa un'ora prima di tornarmene a casa, mentre voi vi divertivate guardando Profondo rosso! Che schifo di serata!
Camillo

Stefano Santarsiere ha detto...

Siiiii! Ricordo anch'io, ma il film era Suspiria.
E' una visione che ogni tanto mi ritorna alla mente. Surreale ma divertente: tu intento a osservare con aria attenta, il mento appoggiato nel palmo della mano, ma con la televisione alle spalle!

Ciao!!!

Anonimo ha detto...

Preferivo nettamente i pomeriggi e le serate passate a vedere film del tipo Trinità, La stangata o Ritorno al futuro...quelle si che erano belle immagini da vedere!!!
Camillo

Stefano Santarsiere ha detto...

Comprendo, caro galafratello. E devo dire che anch'io ho amato le opere cinematografiche da te citate!

Anonimo ha detto...

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Anonimo ha detto...

Pensa che invece a me ste cose capitano senza fili e quello che c'è di bello è che nessuno si spaventa.

Fe....R....

Stefano Santarsiere ha detto...

Davvero? Bè, raccontaci qualcosa di più. E' mooolto interessante!