26 giugno, 2006

Chierichetti


La generosità di Mario nel tentativo di condurci sulla retta via era commovente.
Era un seminarista pieno di entusiastica convinzione nella bontà degli uomini, anche di quelli più indifferenti, distratti, o sensibili alle tentazioni del vandalismo gratuito come noi. E dimostrava di possedere il dono più importante per un prete: sapeva cogliere ciò che gratificava l’animo delle persone. Per esempio, di noi aveva capito che eravamo anticonvenzionali, che avevamo inclinazione verso il magico e il meraviglioso. Sapeva che non ci avrebbe mai conquistati con i soliti metodi a base di catechismo e messe cantate. Così organizzava partite di calcetto e di pallavolo, veniva insieme a noi al fiume, partecipava ai nostri picnic; era come Robert De Niro in Sleepers. E al calar del sole ci invitava a riunioni di preghiera nella chiesa della Madonna del Carmine, al barbaglio dei ceri e nel vago odore di incenso e vino dell’Eucaristia.
In quella chiesa incastonata tra un lembo di campagna e la strada provinciale, sovrastata dell’enorme quercia dai rami fruscianti, le nostre preghiere notturne sembravano più un rituale carbonaro o un incantesimo. Dentro di me, il Dio che Mario si sforzava di far entrare si dileguava e al suo posto si materializzavano gli spiritelli dei vecchi racconti, insieme al confuso timore del buio oltre il portone semiaperto. L’occhio ligneo di San Rocco che mi scrutava con indulgenza era di scarso aiuto.
Dopo un po’, Mario cominciò a proporci di servire messa. Ci provò anche con me, con Camillo e con Mimmo. Loro due accettarono, io sul momento declinai. Non sopportavo l’idea di infilare quelle vesti bianche da prima comunione davanti alla gente del paese. Mario mi capì al volo e mi propose di servire la messa del pomeriggio, dove le vesti non erano richieste. Dissi che ci avrei pensato.
Dopo una serie interminabile di prove, per Camillo e Mimmo venne il giorno della prima esperienza da chierichetti. Per nulla al mondo mi sarei perso lo spettacolo e andai alla funzione mattutina della domenica. I due avevano un’espressione impettita, di fianco ai chierichetti più esperti, e le vesti bianche davano loro un’aria regale che invidiai un po’. Tra un passaggio e l’altro, dopo la predica, la preghiera, la scampanellata, notai che si passavano qualcosa. Mimmo infilava una mano fra le pieghe della veste, e Camillo riceveva furtivamente degli oggetti che non riuscivo a scorgere. In un’occasione mi parve di cogliere un movimento di mascelle, una lingua che leccava un labbro.
Verso la fine della funzione, mentre reggeva inginocchiato il grande cero, Mimmo infilò la solita mano. Vidi che si incastrava. Lui cercò di liberarla. Camillo lo osservava in attesa del solito pegno. Mimmo tirò con più forza. Diede uno strappo, un altro, il cero oscillò un poco. Uno strappo più forte e la mano fuoriuscì di colpo, stringendo il pacco di Puff al formaggio che si rovesciarono sul marmo, sparpagliandosi sotto l’altare.
Il clamore provocato dall’incidente non scoraggiò Mario, il quale si limitò a una benevola reprimenda. E comunque una prova ben più impegnativa attendeva il nostro gruppo di chierichetti: la funzione del Giovedì Santo.
Per tutta la settimana Mario aveva imposto turni serrati di prove. I ragazzi che impersonavano i dodici apostoli avevano ripetuto mille volte la fatidica frase: “Sarò forse io, Signore?” e ogni volta Mario chiedeva di migliorare l’intonazione, l’enfasi, il pathos drammatico della misteriosa domanda. Si sforzava di evitare alla funzione un senso di monotonia.
“Se l’apostolo che vi precede dice: ‘Sarò forse io, Signore?’, cercate di cambiare un po’, invertite la frase: ‘Signore, sarò forse io?’”
Solo questo chiedeva.
Il più teso era Giovanni. Non era abituato a fare discorsi in pubblico e temeva una figura barbina al cospetto del paese intero. Nella paura di scordare le parole continuava a ripetere: ‘Sarò forse io Signore Sarò forse io Signore Sarò Sarò Sarò...
Durante la celebrazione, con i fedeli al culmine della commozione, gli apostoli fecero degnamente la loro parte alternando l’ordine delle parole come aveva chiesto Mario. Alla sinistra di Giovanni c’era Rocco: quando arrivò il suo turno declamò: “Sarò forse io, Signore?”
Giovanni gli lanciò uno sguardo stravolto; si alzò sbattendo i pugni sul tavolo e gridò: “Questo dovevo dirlo io, porco giuda!
Rocco si voltò offeso verso Mario: “Non mi avevi mica detto che faccio Giuda!”
Fu un duro colpo per Mario. Nei giorni seguenti si mostrò avvilito, incapace di esprimere il vecchio entusiasmo, le solite belle parole. Si stava accorgendo di aver scommesso sui cavalli sbagliati.
Decisi di farlo ricredere. Lo andai a trovare un pomeriggio e gli dissi che volevo servire messa. I suoi occhi si illuminarono speranzosi. Per giorni e giorni provammo nella chiesa della Madonna del Carmine; voleva trasformarmi in un angelo dell’altare, in un fuoriclasse dei paramenti, dei calici, degli ampollieri. Mi resi conto che aveva un progetto preciso: plasmare il chierichetto totale, l’assistente in grado di leggere nella mente del celebrante, di anticiparne i gesti come i cortigiani dei grandi monarchi. Grazie a lui la messa diventava un rituale fluido, dai movimenti accurati come gli ingranaggi di un orologio a pendolo, di un astrolabio, di un planetario meccanico. Io non mi risparmiavo. Desideravo soddisfare Mario sopra ogni cosa, volevo che fosse fiero della sua creatura e di sé stesso. Ero sempre concentrato, puntuale in ogni fase della celebrazione.
Arrivò la domenica del battesimo, il varo di questo super chierichetto. Per l’occasione mi ero comprato un paio di scarpe nere lucide, mi ero tagliato e pettinato i capelli come il migliore dei bravi ragazzi.
Era la messa domenicale nella chiesa Madre del paese, e scivolò perfetta sotto gli occhi compiaciuti di don Vito. Dalla prima fila Mario mi osservava con orgoglio. Dietro di lui, file e file di sguardi adoranti, vecchiette commosse, padri che mi studiavano e poi gettavano un’occhiata ai figli distratti e sospiravano.
Giunse il momento della comunione. La coda dei fedeli si allungò davanti al parroco e a me. I ragazzi più giovani mi guardavano ammirati. Alla fine, don Vito mi affidò il calice affinché lo portassi in sacrestia. In chiesa era calato il solito silenzio riflessivo dopo il sacramento; si udiva soltanto il cozzare delle mie scarpe sul marmo.
Aprii la porta della sacrestia, alzai il piede per scavalcare il gradino e quelle dannate scarpe parvero più lunghe di quel che erano. Inciampai. Il calice mi cadde e rimbalzò fragorosamente sul pavimento. Con la sensazione che un proiettile mi avesse colpito alla bocca dello stomaco, mi chinai per afferrarlo. Avevo le mani sudate e mi scivolò di nuovo. Avvertii quelle cornacchie delle prime file che vociavano scandalizzate.
Posai il calice nella custodia e corsi a chiudere la porta della sacrestia. Non avevo il coraggio di ritornare in chiesa.

Mario ci riunì nella chiesa della Madonna del Carmine. In programma non aveva nessuna preghiera di gruppo, voleva solo parlarci. Per lunghi minuti camminò su e giù davanti all’altare con le mani in tasca, rimuginando qualcosa. Alla fine si fermò, ci rivolse uno sguardo di ghiaccio e disse:“Siete tutti licenziati.”

6 commenti:

Anonimo ha detto...

A me piaceva molto fare il chierichetto! Ricordo con enorme piacere il rosario recitato molto velocemente prima della messa serale e le vecchiette che mi dicevano: "Camillù...va chianu!"!
Ricordo le "zimarre" e alcuni dei miei "colleghi" chierichetti: Nicola, Giovanni e Tonino...........per non parlare poi delle innumerevoli volte in cui ci recavamo sul campanile a suonare le campane.........che tempi!!!!
Nella Chiesa madre ho trascorso gran parte della mia fanciullezza; ogni volta che ci entro, mi vengono in mente tutte queste cose e un gran senso di nostalgia mi prende l'animo!
Gran bel racconto! Pure questo!
Ciao!
Camillo

Anonimo ha detto...

Siccome io sono stata tantissimi anni dalle suore mi sono stufata di tanta messa ma c'era una cosa che mi piaceva...cantare!!. Immagina con questa voce angelicale che ho.
Il racconto mi è piaciuto assai.
Bacioni
Judith

Anonimo ha detto...

FORZA ITALIAAAAAAAAA!!!!!!! Facci sognareeee!!!!
Camillo

Anonimo ha detto...

Ammirate il TRICOLORE sul tetto del mondo perchè noi siamo i CAMPIONI DEL MONDOOOOO!!!! E voi chi c... siete?!?!
Solo noi ce l'abbiamo...GROSSO!!!
CAMILLO

Anonimo ha detto...

Buon compleanno al mio carissimo amico, compagno di innumerevoli avventure, nonchè titolare di questo sito, STEFANO!!!!
Camillo.

Anonimo ha detto...

Grande Stefano! Un racconto bellissimo... Se ti interessa ti faccio sapere le date del mio prossimo corso per chierichetti, così puoi venire a raccogliere altro materiale interessante!

Complimentoni!
Ghibo!