
Restava il problema del canone d’affitto.
Racimolare le cinquantamila mensili che ci aveva chiesto Peppino costituiva una preoccupazione continua. Un tarlo che iniziava a manifestarsi intorno alla metà del mese, e pian piano riempiva i nostri pensieri distraendoci da ogni altra attività. Gli ultimi cinque o sei giorni prima della fatidica scadenza erano impiegati esclusivamente nella raccolta di quel denaro.
Non avevamo una cassa comune. Tonino era l’unico che avesse un lavoro (in una carrozzeria) ma naturalmente si rifiutava di contribuire con una lira più degli altri.
Si era stabilito di dividere il canone in parti uguali: a partire da un certo giorno, ognuno doveva versare la sua quota al sottoscritto, che poi era incaricato di recare la somma nelle mani di Peppino. Non dovevano esserci disguidi o ritardi, altrimenti il proprietario ci avrebbe ritirato la chiave. Ognuno era responsabile di come si sarebbe procurato i soldi della quota, risparmiando, rubando, non importava.
Dopo meno di un anno avevamo già tre mesi di arretrato.
A luglio le cinquantamila erano state impiegate per l’iscrizione della nostra squadra all’annuale torneo di calcetto; ne valeva della nostra visibilità e della partecipazione alla vita sociale del paese, non potevamo mancare. Accadeva normalmente che non tutti versassero la quota, adducendo problemi come spese impreviste, furti, litigi in famiglia che erano costati la revoca della paga mensile. Di solito tali mancanze venivano compensate da un complesso sistema di dare-avere che nel lungo periodo garantiva una certa equità (salvo che nel mio caso: c’era sempre qualcuno che mi doveva dei soldi), ma a ottobre quasi nessuno aveva versato la quota e il pagamento era saltato.
Peppino mi aveva fatto sapere, tramite la moglie Filomena che spesso veniva a fare visita a mia madre, che la Principa, la misteriosa possidente per cui gestiva la casa, era sul punto di perdere la pazienza.
Fu così che Massimo si presentò con una delle sue idee.
Aveva ordinato un libro scritto nientemeno dal famoso prestigiatore Tony Binarelli, intitolato ‘Tutti i trucchi del gioco d’azzardo’. Era un testo pazzesco, insegnava letteralmente a diventare dei bari. Vi erano illustrate una serie di tecniche per servire un poker di donne, un full di re e una scala mista agli avversari, e un poker d’assi a sé stessi. Un intero capitolo insegnava a servire le carte da sotto il mazzo, oppure saltando la prima.
Le conseguenze erano inimmaginabili.
“Ci alleniamo,” propose Massimo, raggiante. “Diventiamo dei giocatori imbattibili. E così ci procuriamo i soldi per l’affitto.”
Era una trovata geniale. Per una ventina di giorni ci esercitammo nella penombra del mio garage, evitando l’indiscrezione dei nostri colleghi di club. Io cercavo di sviluppare la manualità e la disinvoltura dei gesti, Massimo preferiva nascondersi le carte sotto il sedere. Non riusciva a togliersi il vizio di dare due colpetti di tosse mentre sostituiva le carte con quelle nascoste. E così, quando sentivo quell’ ‘Hep... hep...’, sapevo esattamente che stava combinando.
Finalmente giunse il momento di mettere in pratica il lavoro e l’investimento del libro. Organizzammo una serie di partite al club con avversari sempre diversi; tavoli di poker all’americana, con tutte le carte del mazzo.
All’inizio avevamo convenuto di non esagerare: non era opportuno scoraggiare i polli infliggendo perdite troppo pesanti. Inoltre bisognava selezionare quelli più ingenui e magari disposti a ricchi rilanci.
Dopo ogni giro Massimo insisteva nel nascondersi le carte sotto il sedere, fino a dieci o quindici a partita; al momento opportuno le utilizzava per comporre un colore o addirittura una scala reale, che poi, hep... hep..., sostituiva con le carte che aveva in mano.
In capo a tre o quattro partite fu Giuseppe a rivelarsi il giocatore più accanito. Non era un buon pollo, era intelligente e guardingo come se si aspettasse qualche brutto tiro da noi, ma voleva giocare ogni pomeriggio. Era lui stesso a cercarci al bar o al campo sportivo, ed era sempre lui a portare il quarto giocatore.
Al termine di un ciclo di sei partite in cui le vincite e le perdite si erano sostanzialmente equivalse, io e Massimo decidemmo di dare la stoccata finale.
Ci incontrammo al club con Giuseppe e un altro ragazzo che si chiamava Roberto, uno che aveva sempre l’aria di voler essere da qualche altra parte.
Avevamo preparato un mazzo con i poker. Al momento convenuto Massimo lo avrebbe sostituito con quello regolamentare: Roberto avrebbe ricevuto un poker di sei, Giuseppe un colore a cuori, io un poker di nove.
Giocammo una decina di mani in cui sia Giuseppe che Roberto rilanciarono e persero regolarmente. Roberto la prendeva con filosofia, Giuseppe si stava irritando, e con il malumore cresceva anche la sua voglia di rifarsi.
Notai con disagio che Massimo non rinunciava a nascondersi le sue dannate carte: a un certo punto ne aveva sottratte così tante che il mazzo si era assottigliato visibilmente. Per fortuna quei due non si accorgevano di niente, anche perché il mio compare era diventato improvvisamente bravo: riusciva a nascondere e sostituire le carte senza i suoi penosi colpetti di tosse.
Verso le sei di sera, dopo tre ore di partita, gli strizzai l’occhio e lui si sistemò meglio sulla sedia. Era il suo turno di dare carte. Mischiò per lunghi minuti. Notavo la sua concentrazione e anche il nervosismo di Giuseppe, che perdeva parecchio. Roberto era in pari e durante gli ultimi giri si era chiaramente annoiato.
Massimo porse il mazzo a Giuseppe per l’alzata. Questi lo tagliò perfettamente in due, il mio compare lo raccolse e per un attimo lo fece sparire oltre l’orlo del tavolo; spostai lo sguardo verso Giuseppe che si studiava le unghie della mano sinistra... Roberto aveva le braccia incrociate, lo sguardo perso in direzione della porta...
Hep... hep...
L’attimo successivo Massimo iniziò a distribuire le carte. Liscio come l’olio.
Roberto se ne uscì con una puntata doppia. Sulla sua faccia non c’era traccia di emozione. Io coprii la puntata. Giuseppe raddoppiò, lo faceva ogni volta che aveva buone possibilità. Massimo coprì la puntata e lo stesso fece Roberto.
Tutto secondo le previsioni.
Giuseppe cambiò una carta. Quando vide l’ultima di cuori, per un attimo notai i suoi occhi stringersi e le labbra stirarsi. Capii che era cotto a puntino.
Io e Roberto cambiammo due carte. Come previsto mi arrivò l’ultimo nove per il poker.
Cominciamo!
Giuseppe, che aveva rilanciato sull’apertura, sparò cinquemila lire. Era una puntata mai vista al nostro tavolo. Massimo recitò la parte dello spaventato e uscì. Io coprii, e Roberto che aveva il poker di sei rilanciò di altre cinquemila.
Giuseppe dondolò sulla sedia e si morsicò le labbra. Guardò le pochissime fiches che gli erano rimaste e chiese a Massimo di prestargli quanto occorreva per coprire la puntata.
Io coprii e rilanciai di altre duemila. Con la coda dell’occhio vidi Giuseppe sbiancare; ma quel punto non poteva uscire dal gioco e Massimo dovette prestargli le duemila. Stavolta Roberto si accontentò, e venne il momento della verità.
Calai il mio poker di nove. Giuseppe sibilò come un canotto bucato, rifacendo i conti di quanto aveva perso.
Feci per chinarmi sul piatto stracolmo di fiches ma Roberto disse con voce calma: “Che cavolo fai?”
Non guardai lui; di scatto sollevai gli occhi verso Massimo che mi restituì un’espressione vacua, da carapace.
Roberto aveva calato un poker di re.


3 commenti:
Hola!
Ho letto quest'ultima tua storia, da quando sai giocare alle carte?
Peccato che non ho il dizionario con me, ogni tanto mi perdo...
Saluti dall'altra parte dell'Europa, Carusso.
..........infatti, il problema del canone d'affitto non lo risolvemmo.......
Camillo
Cara Judith, ieri ho guardato la Spagna in tv e mi siete venuti in mente. Mamma Mia, siete forti!
Ciao!
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