12 giugno, 2006

Ninja!




Stavolta non avevo ceduto alle sue proposte strampalate e così Massimo aveva coinvolto Rocco.
Dopo un paio di settimane mi invitò a casa, un pomeriggio in cui la madre e le sorelle erano andate a fare compere a Villa d’Agri. Lui e Rocco mi lasciarono davanti alla porta della camera per più di mezzora; quando Massimo mi disse di entrare, dalla voce mi sembrò che qualcosa gli coprisse la bocca. Avevano abbassato la tapparella, la camera era in penombra e non riuscivo a vedere dove si erano cacciati. Poi ne vidi uno, accucciato oltre il bordo del letto. L’altro era in piedi, nell’angolo tra l’armadio e la parete.
Erano vestiti di nero.
Indossavano dei costumi da ninja acquistati per corrispondenza.
Massimo balzò da dietro il letto gridando ‘AH!’ e mi atterrò sul pavimento.
Rocco ci raggiunse camminando sulle punte, sfoderò una spada ricurva e me la puntò sulla gola.
“E allora?” li gelai. “Cosa cazzo volete dimostrare?”
Si scambiarono un’occhiata, li sentii ridacchiare dietro i fazzoletti neri che nascondevano le loro facce.
“Tranquillo, la spada non è affilata.” Massimo mi aiutò a rimettermi in piedi. Avevano anche i mocassini di tela e le stellette dalle punte affilate da scagliare contro le porte. La katana, la tradizionale spada di quei vecchi guerrieri giapponesi, non era più disponibile in catalogo e così avevano ordinato delle scimitarre malesi. Sembravano un incrocio tra Sandokan e Toshiro Mifune.
“Che hai da fare stasera?” mi chiesero.
“Niente.”
“Allora vieni in pineta verso le undici.”
“Che avete in mente?”
“Esercizi di mimetismo con le ombre e allenamento dell’elasticità fisica.”
Feci un sospiro. A che cavolo serviva?
“Abbiamo intenzione di trasformarci in veri guerrieri ninja,” proclamò Rocco. “Ci siamo procurati anche i libri.” Capii che Massimo gli aveva fatto il lavaggio del cervello. Aveva la capacità di instillare negli altri le sue idee assurde convincendoli della loro serietà e dignità, fino al punto di provocare un fanatismo perfino superiore al suo. Infatti, alle parole di Rocco, vidi Massimo osservare l’amico con aria perplessa.
Comunque accettai di seguirli.
Ci incontrammo in piazza e percorremmo un breve tratto nel Golf di Massimo. Parcheggiammo in uno spiazzo d’erba di fronte all’ingresso della pineta, loro due cominciarono le operazioni con i costumi. La cosa andò avanti per le lunghe tra cinture e fazzoletti da annodare e tutto l’armamentario da sistemare. Ogni volta che compariva una macchina andavano a nascondersi dietro il muso del Golf.
Alla fine Massimo chiuse l'auto e fece un cenno a Rocco. Si fiondarono nella pineta come gatti selvatici e io li seguii a distanza. Fra gli alberi filtrava solo la luminescenza della mezza luna che occhieggiava sopra il castello di Moliterno. Eravamo inseguiti da un refolo che strisciava sul terreno ondulato e secco, e la cosa conferiva un non so ché di fascinoso. Mentre quei due si arrampicavano tra i rami, balzavano giù, facevano brevi tratti di corsa accovacciati, dimenticai l’assurdità della situazione e pensai di essere in un film di Kurosawa. In qualche casa al di là della strada c’era un ricco signore giapponese, chiuso tra pareti di carta di riso, seduto a bere saké con la sua donna in kimono. Aveva i minuti contati perché miei amici ninja avevano ricevuto l’incarico di assassinarlo.
Massimo si stava spingendo di nuovo in su. Aveva scelto un albero bello grosso e Rocco lo seguiva. Io mi sedetti a terra e indugiai sulle mie fantasie giapponesi.
Nei giorni seguenti si diffuse in paese una strana diceria: dei reietti nerovestiti che scorazzavano per i terrazzi e i ballatoi durante la notte. Uno se li era visti spuntare sul davanzale della finestra mentre era al cesso. Un altro aveva acceso la luce della cantina ed era sussultato davanti a un’ombra che sgattaiolava dalla porta. Si raccontava di strani segnali dimostrativi, un gatto incaprettato e chiuso in una gabbia, i granoni messi a seccare in una soffitta che erano spariti. E sul teatro delle malefatte sempre la stessa firma: Ninja! Un pomeriggio che andai al Circolo vidi Peppe, il proprietario, in preda a una crisi isterica perché aveva trovato una volpe impiccata al balcone. Con gli occhi di fuori ripeteva: “Sono stati i Lincia. Se me li trovo tra le mani, quant’è vero Iddio gli torco il collo!”
Dal canto mio tutte le sere, tra le undici e la mezza, andavo in pineta per assistere alla preparazione. I due si allenavano per un’oretta prima di correre in paese a commettere i loro delitti. Mi sdraiavo sul terreno e mi godevo lo spettacolo di quegli scriteriati che evocavano un angolo di Giappone feudale in piena Val d’Agri.
L’ultima sera, d’un tratto mi sembrò di udire qualcosa. Spalancai gli occhi verso i rami scuri per capire se anche Rocco e Massimo avevano sentito, ma loro continuavano ad arrampicarsi. Mi stavo convincendo di aver immaginato quando udii quell’urlo molto forte. A metà tra un richiamo volpino e il grido di un accoltellato. Stavolta i due avevano sentito; si erano bloccati a metà dell’albero e fissavano qualcosa in direzione della strada. Li scorgevo appena nell’intrico dei rami che svanivano nel buio.
Ooohiuuu...!” Ancora quell’urlo.
Sembrava levarsi insieme al vento. Proveniva da una distanza incalcolabile e incombeva come il tuono prima del temporale.
Massimo bisbigliò qualcosa a Rocco in tono preoccupato. Iniziarono la discesa dall’albero.
Un colpo!
Mi rizzai in piedi. Un colpo che era risuonato secco come una frustata alla notte. Seguì a breve distanza una pioggia tra gli alberi, una grandinata che si scaricò tra i rami e sul terreno intorno a me.
I due accelerarono la discesa. Sentii la voce di Rocco (o forse Massimo) piagnucolare: “Ci spara! Un pallino mi è caduto in testa!”
Contemporaneamente la voce urlò di nuovo: “Iatevenne subbito che assoglio il cane!
Un altro sparo. La pioggia di pallini cadde sui cespugli a un metro da noi.
Drogati farabutti e figli ri puttana!
Finalmente Rocco e Massimo raggiunsero terra, i loro occhi lampeggiavano come fari. “E’ Vito! Quello è capace di ammazzarci!”
Ci allontanammo in direzione del Golf sgambando tra gli alberi senza dire una parola.
Poi avvertimmo quel rumore, un galoppo felpato e ansimante che sopraggiungeva.
Il primo ad accorgersi del pericolo fu Massimo: in una frazione di secondo si voltò, vide, spalancò gli occhi, tornò a guardare avanti e iniziò a correre urlando: “Scappate!
Io fuggii in direzione opposta alla sua.
Mentre correvo udii Rocco urlare; un grido di disperazione e anche di coraggio, come i guerrieri indiani che si gettavano sulle giacche blu andando a morte sicura.
D’istinto mi voltai e vidi Rocco e il mastino di Vito, uno di fronte all’altro. Quel cane enorme, un grumo di muscoli e nervi alto come il mio amico in piedi, aveva spiccato il balzo con le fauci spalancate, i denti che luccicavano sotto la luna piena. Rocco gli stava ritto davanti e brandiva la scimitarra malese con entrambe le mani.
Dopodiché vidi con orrore che Massimo aveva mentito: la spada era affilata e come!

3 commenti:

Anonimo ha detto...

d'ora in poi ti sfiderò al grido di guerra "Linciaaaaaaaaaa!!!!!!!!!!!!!!!"

Gran racconto.


Barbara Z.

Anonimo ha detto...

Quando si camuffavano da ninja, non mi piacevano, perchè diventavano violenti!!! Meno male che quella strana passione durò poco....Preferisco il periodo della "ciarbottana"....
Camillo

Stefano Santarsiere ha detto...

E' vero! Avevo dimenticato le gesta alla Orzowey!
Ci sarà qualcosa anche su questo.

Ciao!