21 agosto, 2006

Mazzata


Era uno di quei pomeriggi torridi e fermi che si allineavano come una processione, a cavallo tra luglio e agosto, dopo gli entusiasmi di inizio estate e prima della mia partenza per Roseto. In quel periodo mi sembrava che l’estate volgesse già alla fine, perché odiavo andarmene al mare per un mese intero e lasciare il mio paese dei balocchi; sapevo che sarei tornato a settembre, quando aleggiava il puzzo del nuovo anno scolastico e in tv davano le pubblicità degli zaini.
Io, Carmine, Mimmo, Camillo e Filippo vagavamo per i vicoli senza un piano. Una di quelle situazioni potenzialmente devastanti, che in passato erano sfociate in gesti di pura intemperanza. Carmine giocherellava con quel pezzo di legno da più di un’ora, non ricordo più dove l’avesse rimediato. Davanti alla salita della posta vecchia dichiarò di volersene sbarazzare.
“E allora buttalo via,” lo esortò Mimmo.
“E dove?”
“Come dove! A terra! Oppure in qualche finestra aperta.”
Ancora oggi non capisco il senso di quella frase. Me la ripeto quasi ogni giorno (in qualche finestra aperta) e non mi spiego perché Mimmo avesse detto così.
E naturalmente ancor meno riesco a capire perché Carmine s’illuminò tutto, sorrise come se avesse preso l’LSD, indicò la finestra del vecchio Umberto spalancata sul vicolo deserto e gridò: “Andiamo!”
Si lanciò in fondo a quel vicolo - dopo una breve esitazione lo seguimmo tutti. Una fila di inutili hooligans da cortile. Vidi la mano di Carmine scattare, il legno partire a razzo e sparire volteggiando nella finestra.
E si udì l’urlo.
Un singulto di spavento e dolore.
Di colpo accelerammo la corsa; per diversi minuti incrociammo stradine e spiazzi bruciati dal sole, saltammo scalinate di marmo bianco e grossi vasi di fiori dinanzi alle porticine socchiuse. Poi ci fermammo dietro un angolo, trafelati e sorridenti. Ci scambiammo occhiate che mescolavano eccitazione e inquietudine: chi avevamo colpito? Filippo si guardò intorno e disse: “Ci avranno visto?”
“Non ci ha visto nessuno!” si affrettò a rassicurarlo Camillo. “Qui dormono tutti.” Ma i suoi occhi incrociarono i miei in cerca di conferma. Io mi limitai ad annuire. Stavo ancora riprendendo fiato.
Fummo scossi da una persiana che si chiudeva sopra le nostre teste. Trattenemmo il fiato e frugammo con lo sguardo le facciate delle case. Non ne ero sicuro, ma mi sembrava di aver udito una risata interrotta da un colpo di tosse catarrosa.
Poi echeggiarono grida confuse (forse in direzione della casa di Umberto) attutite dalla teoria di mura e vicoli. Noi ci guardammo con frenesia e senza dire una parola.
Inventai una scusa, dissi che dovevo andare a casa. Camillo e Filippo fecero lo stesso. Mimmo si accodò a Carmine e ci separammo.
A sera venni a sapere della leggenda. Un’anima in pena che si aggirava nel paese in cerca di soddisfazione, o forse di vendetta. Aveva una fasciatura intorno alla testa a coprire l’occhio sinistro, con un’enorme chiazza verde-rossa in corrispondenza del globo – e a tutti diceva che degli assassini le avevano schkattato (fatto esplodere) il suo povero occhio.
Era la moglie del vecchio Umberto. E dichiarava di sapere chi era stato.
Camillo mi chiamò alle sei in punto.
Cristo! Hai saputo?”
“Sta’ tranquillo, non può aver visto niente.”
“Ma se è andata già a casa di Mimmo!”
Sentii rizzarmi i peli delle braccia. Mi sforzai di mantenere calma la voce.
“Sai se ha cantato?”
“No. Ha negato tutto. Ma Pasquale lo ha cinghiato lo stesso.”
Il pensiero delle cinghiate si materializzò nella mia mente con inattesa virulenza. Mi pareva che le cosce mi dolessero già.
Mezz’ora dopo mi contattò Filippo. La sua voce era poco più di un sussurro: “Sono chiuso in camera. Giù c’è la moglie di Umberto. Urla come una pazza, dice che l’occhio sinistro gli è cascato nel buco del lavandino.”
Dovetti reprimere un moto di disgusto.
Filippo gemé: “Stè, sono fottuto!” Sentii che qualcuno bussava con violenza a una porta. “Filippo, apri!” Era la voce del padre.
Il mio amico mi sparò un’ultima parola nella cornetta “Addio!”. E chiuse.
La faccenda mi stava riempiendo di angoscia. Controllai l’ora – le sette meno venti. Mio padre era andato a fare visita agli zii. Se tornava abbastanza tardi, diciamo alle otto, otto e mezza, sarebbe venuto dritto a casa e senza fermarsi in piazza. C’era la possibilità che non venisse a sapere.
Chiamai Carmine. Non sapeva ancora niente e rimase senza parole.
“Come cazzo ha fatto a scoprirci? I vicoli erano deserti e le finestre sbarrate!”
“Questo paese è diabolico,” commentai. “C’è sempre qualcuno che spia dietro le tende.”
“Va bene, ma ora che facciamo?”
“Io dico che dobbiamo soltanto negare. Negare tutto. La parola della vecchia contro la nostra. In fondo perché dovrebbero credere a lei?”
“Perché ha un occhio perforato,” rispose lui con voce afflitta.
“Ma và! Che esagerazione!”
“E poi se conosce i nomi di tutti, vuol dire che qualcuno glieli ha detti. Forse c'è un testimone.”
Una vampa di calore mi invase la faccia. Mio Dio, doveva proprio essere così!
Mi concessi un secondo per studiare una risposta che suonasse rassicurante, soprattutto per me. “Vedrai che non ha alcun testimone. Ha visto uno di noi, uno qualunque, e ha collegato tutti gli altri.”
Carmine si tranquillizzò un poco. Ci salutammo a mezza voce.
Ma a studiarla bene la situazione presentava risvolti davvero allarmanti.
Attesi nel soggiorno mentre calavano le ombre della sera, gli occhi fissi sulle lancette dell’orologio a muro come a spingerle avanti con la forza del pensiero, le orecchie tese ad ogni rumore proveniente dalle scale esterne. Più il tempo passava e più cresceva la speranza di cavarmela. Pensai che un paio di sigarette mi avrebbero aiutato a sopportare l’ansia e mi rammaricai di non avere il vizio. In compenso cominciai a rosicchiarmi le unghie.
Da qualche casa vicina provenne la sigla de ‘L’almanacco del giorno dopo’: erano le sette e cinquanta. Poco dopo iniziò il Tg della sera. Ascoltavo la voce confusa di Paolo Frajese e contai i servizi che venivano proposti: il primo, quello più importante, poi il secondo, il terzo. Mi concentravo sulle notizie, mi sforzavo di capire quello che dicevano; era un buon modo di non pensare ai minuti che trascorrevano. Calcolai che se fossi arrivato allo sport senza che mio padre era rincasato, potevo ritenermi in salvo. Almeno per quella sera. All’indomani avrei inventato qualcosa per evitare le accuse.
Il telegiornale finì. Esultai in mezzo al soggiorno come se avessi segnato il gol decisivo nella finale di coppa del mondo. Nello stesso istante sentii i passi che venivano su per le scale.
Mi lanciai ad accogliere il mio amato e comprensivo papà.
Aprii la porta con un sorriso a trentadue denti.

La moglie di Umberto sibilò: “Ridi... ridi. Fra poco riderò io.”

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