25 settembre, 2006

Teledipendenza


Sfuggii al pomeriggio uggioso rintanandomi al Club dove credevo di non trovare nessuno, invece c’era Massimo. Contemplava il caminetto; la fiamma che guizzava tra le fascine rubate in una vicina legnaia accendeva un riflesso ondeggiante sulla sua faccia tetra.
“Bè?” feci. “Ti è morto il gatto?”
“Non ce l’ho il gatto,” mugugnò. “E se fosse morto sarei dispiaciuto, non preoccupato. Invece sono preoccupato.”
“E perché sei preoccupato?”
Mi rivolse uno sguardo obliquo, poi tornò a fissare il fuoco. “Sono tre giorni che Rocco si rifiuta di uscire di casa. Non capisco che cavolo gli è preso.” Si strinse nelle spalle e protese le mani verso il fuoco. “Sto cercando di ricordare se gli ho fatto qualcosa di male.”
“Magari ha l’influenza.”
“No, perché a scuola ci va. E’ solo che non vuole uscire con me.”
Non era frequente vederlo così abbattuto, ma capivo la sua inquietudine. Rocco era il suo miglior compagno di avventure; con lui imbastiva le situazioni più assurde perché riusciva a farsi seguire in ogni strampalato progetto gli venisse in mente. Con me era molto più dura, e anche gli altri non erano sempre disposti ad assecondare le sue fantasie. Ma Rocco era il suo feticcio, il suo alter ego nelle scorrerie, negli esperimenti, nelle burle ai danni del mondo. Era insomma la mano da tenere mentre varcava la mitica soglia dell’età adulta.
“Andiamo a casa sua,” proposi. “Vediamo che gli prende, così smetti di essere preoccupato e finalmente cominci a essere dispiaciuto.”
“Sai che bel cambiamento,” borbottò sollevandosi dalla sedia.
Al citofono rispose la madre di Rocco: appena sentì le nostre voci fece “Ah!” e aprì la porta. Ci venne incontro per le scale.
“Meno male che siete venuti, speriamo che almeno voi lo fate ragionare quel disgraziato.”
La casa era avvolta da un invitante profumo di cannella, molto appropriato per l’atmosfera autunnale e per l’umore di Massimo.
“Sto cucinando delle mele al forno, se rimanete un po’ ve le faccio assaggiare” disse Maria sbrigativamente, e ci condusse in salotto. Massimo gettò un’occhiata verso la sala da pranzo da cui proveniva il rumore del televisore acceso; aveva intravisto Rocco seduto in poltrona.
“Voi non avete idea!” esclamò la donna. “Passa giornate intere davanti alla televisione. Non si schioda nemmeno per mangiare! Solo per andare al bagno e per cambiare canale, perché il telecomando si è scassato. Se può, si alza una sola volta per fare le due cose insieme: va al bagno e al ritorno cambia canale.”
Maria spiegò che ogni giorno, dopo la scuola, Rocco si piazzava in poltrona e iniziava la sua maratona televisiva: cominciava con i cartoni animati, Pollon Combinaguai e Holly & Benji, quindi i telefilm di metà pomeriggio e infine Happy Days; pausa cena con la Conquista del West su Telenorba, film in prima serata su Italia 1, horror in seconda serata su canale 5 il martedì oppure Colpo Grosso con Umberto Smaila sulla tv privata, il venerdì. E se ci scappava il filone a scuola, la maratona iniziava con i telefilm del mattino e includeva i programmi di cucina a mezzogiorno.
“Fate qualcosa,” implorò Maria. “Sta diventando verde come una televisione spenta.” Ci precedé in sala da pranzo annunciando al figlio che eravamo lì a farli visita. Rocco ci accolse con un sorriso stirato e senza staccare gli occhi dal televisore.
“Che piacere uagliù! Benvenuti!”
In effetti aveva una faccia terrea, come uno che stesse inconsapevolmente per tirare le cuoia, ma mi sembrava anche un po’ più in carne.
Esplosero delle pistolettate e una Ferrari sgommò a tutta saetta tra le palme di Miami Beach. Rocco saltò sulla poltrona “Marò! Stavolta se l’è vista proprio brutta!”
“Si può sapere che hai?” disse Massimo. “Avanti, spegni la televisione e vieni fuori con noi. E’ una giornata bellissima.”
Osservai la finestra. Da uggioso il pomeriggio si era trasformato in piovoso. Mi scoprii a pensare che non era Rocco quello ammattito.
“Devo finire la puntata di Magnum P.I. Poi usciamo, state tranquilli. Intanto sedetevi. Mà, offri la tua limonata ai ragazzi.” Maria sospirò e aprì il frigorifero. Un tizio con una camicia a fiori e una coppia di doberman al seguito veniva incontro a Tom Selleck.
Massimo fece una smorfia e si sistemò su una sedia di fianco alla poltrona di Rocco. “Dopo però usciamo. Non ho voglia di stare chiuso in casa.”
“Ma certo!” Assicurò Rocco. “Ora zitto e guarda la televisione.”
Maria ci servì dei bicchieroni di una limonata fatta in casa. Ne presi uno e mi sedetti anch’io.
“Buona, eh?” Rocco mi strizzò un occhio appena assaggiai la limonata.
Era squisita e feci i complimenti alla madre. Massimo sorseggiava senza dire niente. Tutto in lui manifestava la sua impazienza di tagliare la corda; come stava seduto sulla punta della sedia picchiettando il piede sul pavimento; gli occhi che correvano di continuo in direzione della porta. Sui titoli di coda del telefilm si alzò di scatto.
“Bene. Usciamo.”
Ehi mà!” gridò Rocco. “Sono pronte le mele al forno?”
Maria rispose dalla cucina. “Le ho appena tirate fuori, ve le faccio assaggiare subito.”
Massimo mi guardò terrorizzato. “E dai Rocco!” gemé. “Avevi promesso!”
“Sì, sì, non ti preoccupare! Ma che fretta hai? La mamma si risente se non assaggi le mele!”
Io posai il bicchiere vuoto sul tavolo e mi pulii con un tovagliolo di carta. Massimo scrollò le spalle, rassegnato.
Maria apparve con un vassoio colmo di globi color bronzo che fumavano come minuscoli vulcani. Ci servì le mele su un piattino, mentre alla tv attaccava la sigla dei Chips e due poliziotti con occhialoni scuri e casco scorrazzavano in motocicletta per le vie di una metropoli americana.
Infilai il cucchiaino nel foro in cima alla mela, ed estrassi la polpa attraverso una pozzetta di miele fuso. Fuori pioveva più forte.
“Allora, che ne dite?” chiese Rocco. Stavolta anche Massimo approvò; Maria ci osservava orgogliosa.
L’episodio dei Chips riguardava una falsa accusa di traffico di droga contro il fratello di uno dei protagonisti. Poncharello si stava prodigando per dimostrare la verità e scoprire il vero colpevole. Vidi che Massimo aveva finito la sua mela e guardava la tv con aria scontenta. Non insisteva più per uscire. Rocco mangiava lentamente, una cucchiaiata di polpa dopo l’altra, occhieggiando ora la tv ora me e Massimo. La madre si presentò un paio di volte a recuperare i bicchieri vuoti e i gusci delle mele al forno. L’ultima volta chiese: “Ma non dovevate uscire?” Massimo allargò le braccia come a dire: e io che ci posso fare?
All’ora di cena ringraziai Maria per la limonata e le mele (e anche per certi biscottini all’uovo che erano comparsi alla fine della puntata dei Chips, prima che attaccasse Happy Days) e me ne andai.
Nei giorni seguenti il tempo peggiorò; si preparava un inverno lugubre e io cercavo sempre il calore del fuoco o di un boccone in grado di scaldarmi. Mi ritrovavo ovunque in completa solitudine, al Club, al bar o al Circolo che fosse, a tremare di freddo e sentirmi più smagrito del solito.
Così presi l’ombrello e mi recai a casa di Rocco.
Maria mi accolse con la solita concitazione. “Vieni Stefano! Vediamo se almeno tu riesci farli ragionare.”
Era comparsa una seconda poltrona accanto a quella di Rocco. Massimo stava finendo di sorbire la sua cioccolata calda.
E in tv davano ‘L’incantevole Creamy’.

2 commenti:

Anonimo ha detto...

uaglio'..bravo; ma... a proposito che fanno in tv satsera?

Anonimo ha detto...

cumma a gia descriv lui non e un'essere di questo pianeta lui e ra un membro dell'enterprais, dada ma lui non dava un caz e l'anno sbattuto sul nostro pianeta e capit mo