
Il giorno seguente avevo il compito in classe e cercavo inutilmente di concentrarmi sul libro di letteratura italiana. La mia mente continuava a librarsi dalle pagine come un fantasma e fluttuare verso il Club, dove avevo lasciato Massimo a sonnecchiare e Cosimo a sbucciare castagne, quando bussarono alla porta.
Era Filippo. Aveva il respiro corto e la faccia cadaverica.
“Stè, stavolta siamo fregati, l’abbiamo combinata troppo grossa!”
Udii la voce di mia madre dalla cucina: “Chi è?” Da qualche tempo aveva fatto scattare una sorveglianza strettissima sulla mia persona e le mie attività, per via di certe voci sul Club che le erano giunte all’orecchio e per un paio di incontri scuola-genitori dove i miei insegnanti le avevano fornito un quadro piuttosto allarmante sulle mie qualità di studente.
“Niente mà. Non ti preoccupare.” E prima che potesse intercettarmi afferrai il giubbotto e uscii sul pianerottolo. Presi Filippo sottobraccio e mormorai: “Che cavolo succede?” Lui si passò una mano sulla fronte e mi disse di andare subito al Club.
Durante il tragitto mi raccontò una delle storie più balorde che avessi mai sentito. Due ore prima era andato al Club e aveva incontrato Cosimo, con cui faceva coppia fissa. Poco dopo erano arrivate anche Patrizia e Antonella con un pacco di patatine formato famiglia e una coca cola. Avevano ravvivato il fuoco e si erano messi a sgranocchiare le patatine.
“E allora?” lo incalzai.
A un certo punto Antonella aveva tirato fuori un pacco di Marlboro e si erano distribuiti le sigarette. Non era una novità che nel Club si continuasse a fumare nonostante i divieti e onestamente non me ne fregava più niente. Filippo disse che avevano utilizzato un vecchio barattolo di Nutella come posacenere. Dopo la seconda o terza sigaretta, Cosimo aveva deciso di svuotare la cenere del barattolo, ma non nel fuoco, come avrebbe fatto qualsiasi cristiano con un poco di sale in zucca, bensì dalla finestra. Lo sparo di cenere aveva centrato una delle mutande stese ad asciugare della vecchia Pasqualina. Colpito e dispiaciuto, ma altresì deciso a porre rimedio, Cosimo aveva riempito un bicchiere d’acqua e l’aveva tirato alla mutanda nel tentativo di smacchiarla, con l’unico risultato di trasformarla in un’ammiccante poltiglia scura. Per colmo della sfortuna proprio in quel momento Pasqualina aveva spalancato la finestra e aveva cominciato a ritirare i panni. I miei amici avevano assistito a quel rituale con il sangue gelato, la vecchia che recuperava le sue mutande una dopo l’altra, avvicinandosi all’ultima...
“Avessi sentito come ha strillato!” Raccontò Filippo. “Un’aquila inferocita, una ciaula a cui hanno rubato le uova!”
Tutte le finestre circostanti si erano spalancate e uno sciame di voci tremule si era messo a strepitare: “Pasqualì, chi hai? Chi succere?”
“Sti disgraziati! M’ann ‘mbruscinat a mutanda! Povera a mme! POVERA A MME!”
Un’altra vecchia si era calata lo scialle ed era scesa in strada dichiarando: “Mo basta! Vado da Peppino, questi qui se ne devono andare!”
Quando io e Filippo arrivammo vidi che il vespaio era al culmine. Un crocchio di vecchie e un paio di personaggi più giovani assediavano la scalinata e lanciavano accuse. Per un paio di minuti restammo a distanza, incerti e alquanto spaventati, dopodiché una vecchia ci notò.
“Eccone altri due!”
Io alzai le mani ed esibii un sorrisone conciliante, ma fummo ugualmente investiti da una selva di vituperi. Con un angolo di bocca bisbigliai a Filippo: “Questa Cosimo me la paga!”
Mi avvicinai al gruppo di contestatori. “Signori vi prego! Lasciate che vi spieghi.”
Uno dei più giovani, un padre di famiglia con le manone da lavoratore mi puntò l’indice sotto il naso: “Che cosa vuoi spiegare? Siete solo una banda di delinquenti!” Gli altri assentirono in coro “Delinquenti!” Pasqualina fece un passo: “Mo arriva Peppino e finalmente risolviamo la storia. Ve ne dovete andare!” “Sì... sì...” le fecero eco gli altri, “ve ne dovete andare alle case vostre!”
Osservai Filippo nella speranza di un sostegno, ma lui si manteneva in disparte con la schiena ingobbita, affranto dalle accuse. Le finestre del Club erano sbarrate, gli altri tre se ne stavano asserragliati e mi convinsi che nessuno di loro avrebbe mosso un dito per uscire da quell’imbroglio.
Allora mi giocai una carta disperata. Alzai di nuovo una mano, stavolta in modo imperioso e urlando: “BASTA!”
Si tacquero all’istante. La vecchia che mi stava di fronte ebbe un’espressione sbalordita e fece un passo indietro, come se un’autorità municipale si fosse all’improvviso materializzata davanti al suo naso. Il padre di famiglia pareva indeciso se prendermi subito a schiaffi o concedermi un altro paio di secondi.
Approfittai dell’indecisione generale e iniziai il mio discorso. “Signori! Per secoli la gioventù ha goduto della sfiducia e del pregiudizio degli anziani! La storia ufficiale, gli annali di Tacito, le pagine dei grandi moralisti e la Bibbia stessa abbondano di esempi di tale ingiustificata diffidenza.” Il silenzio e una reverente incomprensione mi circondavano. Ne fui incoraggiato, continuai: “Ma nonostante l’annosa vertenza io faccio appello alla vostra compassione e alla vostra inveterata saggezza, signori miei!” Sentivo come se gli occhi stessero per uscire dalle orbite. Nel suo angolo, Filippo mi osservava a bocca aperta. “Ebbene, signori! Ciò che è accaduto all’indumento della signora Pasqualina è il frutto della cattiva applicazione della meccanica quantistica, proprio qui, nella nostra onorata cittadinanza.” Mi fermai. Le espressioni che mi circondavano esprimevano una totale incomunicabilità, ma almeno tutte quelle bocche avevano smesso di urlare i loro strali. Vidi che le due persone più anziane mi guardavano con rispetto. Una, addirittura, assentiva convinta.
All’improvviso il gruppetto davanti a me si aprì, dividendosi in due ali che si fecero a lato. In mezzo apparve un cappotto rigido come una suola e un cappello color cenere. Peppino aprì una mano nella mia direzione: “Smettila di fare discorsi a vanvera e dammi la chiave! Avete finito di rovinare la vita alla gente.”
Dovemmo sgombrare il Club seduta stante. Non potei nemmeno ottenere un rinvio per recuperare le nostre cose. Cosimo uscì per primo, seguito da Patrizia e Antonella visibilmente imbarazzate sotto gli occhi tutti quei paesani. Il clangore della chiave che subito dopo Peppino fece girare platealmente nella serratura entrò nelle mie orecchie come un allarme subliminale, una specie di campana a morto per i nostri divertimenti futuri.
Il pomeriggio seguente mi aggiravo sconfortato per il paese. Avvertivo rabbia, soprattutto verso quei disgraziati di Cosimo e Filippo che avevano combinato quel macello, ma anche verso Peppino e verso i paesani. Sembrava che non attendessero altro per buttarci fuori dal Club. La storia della mutanda era certo un buon motivo, ma ero convinto che l’odio venisse da prima e non capivo perché.
Incontrai Massimo e gli chiesi dove stava andando.
“Al Club,” disse tranquillamente.
“Che? Guarda che non c’è nessuno. Non sai che Peppino ha sequestrato la chiave?”
Mi restituì uno sguardo dubbioso, poi sollevò le spalle.
“Mah... Ieri pomeriggio ero insieme a Cosimo. Avevo sonno, sono andato nell’altra stanza a dormire un po’. Mi sono svegliato all’ora di cena e ho scoperto che quello stronzo mi aveva chiuso dentro.”
Sapevo bene che era un dormitore da competizione, ma fino a quel punto! Feci uno sforzo per non piegarmi in due dalle risate.
“Ho lasciato la porta socchiusa,” spiegò. “Possiamo entrare anche senza chiave.”


2 commenti:
Bella storia pure questa! Non poteva mancare il racconto che vede come protagonisti Filippo e Cosimo che erano due pazzi scatenati....anche loro....
Camillo
e menu mal ca cosimu era o' nipot ri pippinu, si no era la fine........ke assassini!!!!
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