
Le occasioni in cui al sabato sera si andava a mangiare una pizza erano per noi il culmine della mondanità. In paese non esistevano pizzerie e il ristorante più vicino si chiamava ‘Il Mulino’, a sei chilometri in direzione Montesano, che raggiungevamo in autostop perché eternamente privi di mezzi di trasporto. Il proprietario del ristorante si chiamava Prospero, uno di quegli universitari contestatori che finiscono per collocarsi nella ristorazione, ed era lui in persona che a fine serata si rassegnava ad accompagnarci in paese. Nei giorni precedenti ci toccava lambiccarci il cervello su come far saltare fuori i denari che ci occorrevano, strizzando i nostri risparmi, lesinando gli svaghi o saccheggiando la magra cassa comune del Club; sta di fatto che la pizza al Mulino era quanto di meglio potevamo sperare dalle nostre serate di adolescenti di paese, ancora in attesa di compagne consenzienti.
La nostra pizzeria si trovava a ridosso di un allevamento di trote alla cui impresa partecipava anche mio padre, spesso oggetto di furti; di recente il vecchio socio di papà aveva pizzicato perfino un impiegato della Provincia di Potenza: pescava rivolto al fiume che costeggiava l’impianto, ma con la lenza lanciata nelle vasche.
Così erano state prese alcune contromisure. Sul lato nord era apparso un grosso riflettore in grado di illuminare a giorno l’intero impianto.
E poi era arrivato Ciuka.
Quella sera io, Mimmo e Carmine avevamo preso un passaggio fino all’altezza del bivio di Moliterno, cosa che ci aveva costretto a una lunga passeggiata sotto la luna piena prima di giungere al Mulino.
Davanti allo spiazzo tra il ristorante e l’ingresso dell’allevamento, oltre la cancellata semiaperta, vidi quella forma gibbosa accovacciata sulla ghiaia. Notai anche la novità del cartello ‘Attenti al cane’ appeso alle sbarre. Mi avvicinai per vedere meglio la scritta che era stata aggiunta con un pennarello nero, diceva: ‘MA VERAMENTE!”
Guardai di nuovo la cosa accovacciata. Di sicuro era grosso ma non aveva un aspetto efficiente. Pareva un pastore tedesco, ma aveva il pelo folto e pecorino come quei vecchi cani randagi dalla razza impura che vagano per le montagne. In seguito venni a sapere che anche Ciuka era stato un randagio - ottimo esempio di come in Basilicata le leggende sui lupi mannari abbiano un salutare fondo di verità. Comunque, il cane dormiva. Aveva quel testone reclinato sulla ghiaia come fosse ubriaco, una zampa stesa di lungo, la coda che giaceva come una corda spampanata. Solo un particolare provocava un accenno di turbamento: la punta ritorta di una zanna che spuntava a lato della bocca.
Carmine mi venne di fianco e mi superò dicendo con voce allegra “E’ il vostro nuovo cane?” Si infilò tra le ante della cancellata e percorse un paio di metri in direzione del cane. “Ehi, bello! Dormi?”
Con un moto fulmineo la bestia si animò: l’occhio che si spalanca, la testa reclinata che si drizza, le zampe che si ritraggono e balzano come molle di una macchina infernale.
Mi convinsi che Carmine era spacciato e che dovevo salvare almeno me stesso. Percorsi i trenta metri fra la cancellata e il ristorante con le tempie che mi scoppiavano, inseguito dall’ansito collerico del cane e dall’urlo lacerante del mio amico che correva alle mie spalle – e subito udii un’altra voce che echeggiava dalla strada e riempiva l’aria notturna come un corno da nebbia, il socio di mio padre che urlava da qualche finestra: “ALLONTANATEVI CHE VI SCANNA!”
Raggiunsi Mimmo che osservava la scena davanti all’ingresso del ristorante con gli occhi spalancati e la sua sigaretta accesa tra le dita. Un rinculo di catena e un singulto rabbioso interruppero la corsa del cane; Carmine ci raggiunse a precipizio con la faccia color marmo e stramazzò a terra scoppiando a piangere e a ridere contemporaneamente.
La faccia barbuta di Prospero fece capolino dalla porta.
“Bè, è una vera fortuna che quella catena non sia lunga un metro in più,” commentò asciugandosi le mani con uno strofinaccio. Nel frattempo Ciuka ci rivolgeva i suoi abbai assordanti. Non avevo mai visto una cosa simile: mi sembrava di percepire chiaramente le sue minacce, le sue promesse di morte mescolate a bestemmie canine.
Riguardai quella scritta col pennarello: ‘MA VERAMENTE!”
Nelle settimane seguenti venni a conoscenza dei vari episodi di intemperanza di cui si era reso protagonista. In un’occasione si era nascosto nella conduttura per l’acqua che giaceva in attesa dei lavori per l’ammodernamento dell’impianto, e aveva morsicato la giovane cameriera del Mulino. Aveva avuto il solo torto di portargli degli avanzi in una scodella.
Lo Yorkshire di Prospero, una specie di spiedino a quattro zampe che non faceva che abbaiare cercandosi freneticamente la coda, era scomparso. Il socio di papà ci confessò di aver rinvenuto dei peli sospetti e una sola goccia di sangue davanti alla cancellata.
Col trascorrere del tempo la sinistra fama di Ciuka divenne argomento di discussione in tutta la valle. Il risultato migliore fu che i furti cessarono del tutto, ma la bestia destava non poche preoccupazioni. Era come se il suo compito di cane guardiano avesse sollecitato e accresciuto il suo odio verso il mondo. Osservava di sottecchi quella cancellata fingendo di dormire, con quella zanna che luccicava attraverso le labbra nere e le zampe nervose pronte a scattare. Si diceva che era stato abbandonato dal vecchio proprietario e che aveva trascorso tutta la vita a battersi con animali di ogni specie tra Moliterno e Lagonegro.
L’unica persona che riusciva ad avvicinarlo era il socio di mio padre: si avviava lentamente al cancello con il secchio del cibo, attendeva con pazienza il momento giusto... si infilava tra le ante e vuotava rapidamente il secchio a qualche metro dalla cuccia. Il cane lo ringhiava ma pareva resistere alla tentazione di assalirlo.
Un giorno, io e mio fratello Roberto andammo all’impianto per sistemare alcuni sacchi di mangime appena scaricati dai fornitori. Entrammo dal lato nord, dove c’era una porta che accedeva direttamente al deposito. Attraversai quegli ambienti umidi e intrisi dell’odore stantio dei mangimi e degli avannotti che nuotavano nelle vasche piccole, e uscii. La catena di Ciuka si infilava nella cuccia. La bestia dormiva.
Rientrai e vidi Roberto a una decina di metri da me, immobile e pallido come la farina.
Ciuka si trovava esattamente tra noi due.
Aveva le fauci semi aperte, il respiro orribilmente corto come se avvertisse il nostro sangue ribollirci dentro. Guardò me e Roberto, a turno, con una strana aria di degnazione, pareva giocare al gatto col topo decidendo chi divorare prima.
Venne verso di me.
Stimai che potevo correre verso l’altro capo dell’impianto. Capii che non sarei arrivato a metà strada. Oppure sarei arrivato alla cancellata che a quell’ora era chiusa. E sarei finito male lo stesso.
Ciuka si fermò a un metro da me. Mi osservò con occhi che sembravano sfidarmi. Prese a ringhiare piano. Le labbra si sollevarono un poco, la fila di zanne balenò un istante. La lingua guizzò.
“Stè non muoverti.” La voce di mio fratello echeggiò in un silenzio che pareva gravare da millenni.
Il cane si voltò verso di lui. Roberto trasalì e fece un passo all’indietro.
Tornò a osservarmi.
All'imrovviso abbassò il testone, mi superò e si allontanò lentamente. Lo seguii con lo sguardo, non ricordo se per l’incredulità di essere graziato o per paura che cambiasse idea.
Ma osservandolo marciare verso quella cuccia, e infilarvisi senza alcuna cura nei confronti dei due intrusi, capii che era solo una bestia macilenta in procinto di tirare le cuoia. Era efficace soltanto da legato, perché non potevi conoscere il bluff.
Il socio di mio padre aveva capito perfettamente che conta solo quel che la gente crede.
3 commenti:
Durante la scorsa estate, in occasione di una festa organizzata dalla pizzeria, sono stato proprio nel parco che qualche anno fa fu il regno di Ciuka e mi sono ricordato di quella specie di "squalo a quattro zampe"...ho trascorso l'intera serata col timore di essere aggredito dal suo fantasma canino che sbucava da qualche siepe!!!
Ciao. Camillo.
In effetti, si dice che sia possibile scorgere la sua ombra scura aggirarsi tra le piante al calar delle tenebre, o quando la luna piena è alta nel cielo.
Ma è un'ombra malinconica, che non fa più tanta paura.
Ciao amigo!
il mio commento c'entra poco col cane, anzi niente, volevo soltanto dirti che ho letto il tuo libro e mi è piaciuto. Aspetto il prossimo lavoro.
ciao Salvatore
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