
Il viavai delle macchine a rimorchio verso le colline iniziava una settimana prima. Era un periodo in cui il freddo poteva ancora stenderti a colpi di montanti allo stomaco, ma l’impudente primavera si faceva annunciare con un tripudio di ginestre in fiore. Lungo la strada per Montesano capitava di ritrovarsi in un mare giallo che si apriva tra le curve della provinciale come al passaggio di Noè, e tutto riluceva d’oro, quasi che la terra si divertisse a imitare il sole, le albe e i tramonti. Era segno che si avvicinava la vigilia di San Giuseppe.
Le macchine a rimorchio tornavano cariche di ginestre, gli abitanti di ciascun rione iniziavano ad ammucchiare la legna in un angolo della piazza o dello slargo prescelto per il fucarone. Ceppi massicci per la base, legni via via più sottili per il resto della struttura, una solida pigna da imbottire e rivestire di ginestre. I fucaruni erano il nostro personale addio all’inverno e al contempo il benvenuto alla stagione del disgelo. Dopo di essi non doveva più nevicare e neppure piovere troppo forte, il vento del nord doveva invertire rotta, gli alberi ricoprirsi di gemme. A volte l’auspicio era miseramente tradito e tra fine marzo e inizi aprile venivano giù delle nevicate degne del miglior gennaio, ma quel che contava era l’idea che il peggio fosse alle spalle, che l’ora legale stava per tornare e le giornate si facevano più lunghe. Qualche settimana ancora e l’aria si sarebbe riempita di profumi.
Nei giorni dei preparativi, intorno al 16 o 17 marzo, i cumuli di ginestre formavano un bizzarro corredo di fianco ai beverini, alle porte dei garage o delle cantine. I ragazzini più piccoli vi si arrampicavano e si nascondevano tra il groviglio di rametti, sprofondando come insetti nell’ovatta, e ne uscivano tutti bucherellati e ansimanti. I ragazzi più grandi ne rubavano una certa quantità per portarla alla propria piazza, dove un cumulo troppo magro li faceva sfigurare: non bastava organizzare il fucarone più imponente, occorreva esibire l’arsenale di ginestre e di legname più maestoso.
Io abitavo nella zona di piazza XX settembre, ed ero fortunato perché era il rione di Papabbìt. Era un mio vicino di casa agricoltore e artigiano, nel senso che era fisicamente attrezzato per fare entrambe le cose, come se per lui i limiti spazio temporali non avessero significato. Non era altissimo, non più di una persona media, ma era robusto il triplo. Aveva dita grosse come salsicce e un collo che avrebbe retto tranquillamente a uno scontro con un mini-van. Lo chiamavano Papabbìt perché si diceva che negli anni ’70 avesse fondato l’unica vera comunità beat dell’Italia meridionale.
A metà marzo s’incaricava di andare per ginestre, da solo. Riempiva il suo rimorchio e tornava in paese a scaricare. Partiva di nuovo e tornava carico, scaricava e ripartiva. Dopo quattro o cinque di questi andirivieni, nell’angolo tra la fontana e il vecchio olmo della nostra piazza compariva un grattacielo di ginestre, alto come un edificio di tre piani. Ricordo che una volta mi arrampicai fino in cima e mi ritrovai sul tetto della casa di Peppino, il proprietario del nostro Club. Raggiunsi il comignolo che fumava e vi infilai una ginestra a cui avevo legato uno straccio con la scritta: “Peppì, grazie di esistere”. Il risultato fu che la casa di Peppino si riempì di fumo (ce lo raccontò la moglie Filomena durante la sua visita quotidiana) e a sera dovetti tornare lassù a rimuovere l’ostacolo.
Quell’anno, Papabbìt scaricò l’ultimo carico di ginestre davanti ai miei occhi. Non era un carico completo perché il rimorchio era per metà ingombro di lattine piene di un liquido nero. La cosa mi provocò un pizzico di delusione. Mi avvicinai e gli chiesi cosa ci fosse nelle lattine. Senza degnarmi di uno sguardo, continuando a tirar giù le ginestre dal rimorchio rispose: “Olio lubrificante. Da buttare.” Finì il lavoro, saltò sul trattore e andò via.
Io restai a osservare il cumulo, che appariva meno imponente del solito (non avrei potuto raggiungere il tetto di Peppino) ed ero preoccupato per come sarebbe diventato dopo i furti.
Eravamo particolarmente tormentati dai ladri di ginestre. I furti avvenivano a notte fonda perché nessun ladro con un minimo d’amor proprio avrebbe rischiato di farsi cogliere sul fatto da uno come Papabbìt. Dopo le incursioni il cumulo era ridotto di un terzo, e Papabbìt iniziava le sue personali indagini. Faceva il giro del paese osservando gli altri cumuli e cercando di scoprire le differenze rispetto al giorno prima. A volte giungeva a delle conclusioni che reputava assolutamente indiscutibili, ma bestemmiava a denti stretti di non avere la prova provata della colpevolezza del ladro e si sfogava con le raccapriccianti descrizioni di quello che avrebbe voluto fargli.
La mattina del 17 marzo, il giorno prima della sera fatidica, feci colazione e uscii per andare a prendere l’autobus che mi avrebbe portato a scuola. Raggiunsi la piazza con il terrore di scoprire il nostro cumulo ridotto alla metà o peggio. Invece era integro, i ladri non avevano colpito. Me ne rallegrai ma sapevo che il pericolo non era passato: c’era un’altra notte a disposizione. La legna per il catuozzo non era stata preparata, era un’operazione che andava organizzata nel pomeriggio del 18 per non rischiare che la pioggia rovinasse i ciocchi.
La mattina seguente uscii di casa con lo stesso timore. Andai in piazza e il mio cuore fece un balzo. Il cumulo era intatto! Per la prima volta in tanti anni non era stato toccato dai ladri. Avremmo potuto organizzare il fucarone più grande della storia, una vera pira sacrificale che si sarebbe potuta fotografare dai satelliti. Nel pomeriggio tutto il rione contribuì a edificare un enorme catuozzo, impiegando la perizia necessaria a renderlo più stabile possibile; era fondamentale che, bruciando, non crollasse troppo presto su sé stesso. Alle sette di sera, nel silenzio mistico del rione, Papabbìt accese la carbonella alla base del catuozzo. Un guizzo di fiamma balenò ricavandosi una strada verso l’alto, si fece largo tra le pallottole di carta inzuppate d’alcool gonfiandosi di ossigeno e restituendo ansimi di fumo leggero, lingueggiò a spirale intorno al perimetro sempre più stretto della pira e sbucò in cima, dove Papabbìt aveva collocato un paio di ginestre. In breve, la fiamma le avvolse in un furioso sfrigolare. Un nugolo di scintille si gonfiò impennandosi verso l’alto come la scia di un razzo, e per la prima volta avvertii un calore intenso sulla faccia.
Per l’intera serata mi sarei sottoposto a quel bollore dal forte odore di bosco, vagabondando tra una piazzetta e l’altra, tendendo le mani ai falò per sfuggire ai rigori della notte e sottraendomene quando il caldo fosse diventato insopportabile. La notte dei fucaruni funzionava così, un alternarsi brutale di freddo e caldo tra le spire dei roghi in lotta con l’inverno, alla luce delle braci, in mezzo agli effluvi del vino e delle patate arrostite seguendo la scia sonora di una fisarmonica.
Tutto contento mi avvicinai a Papabbìt.
“Hai visto? Stavolta i ladri ci hanno risparmiati.”
Lui mi osservò con una certa commiserazione. “Dobbiamo solo ringraziare Michele il meccanico,” rispose con la sua voce querula. “Nemmeno io mi sarei avvicinato a quelle ginestre.”
Improvvisamente capii l’arcano. Altro che intenso odore di bosco.
Le ginestre sprigionavano odore di olio lubrificante che bruciava.
Le macchine a rimorchio tornavano cariche di ginestre, gli abitanti di ciascun rione iniziavano ad ammucchiare la legna in un angolo della piazza o dello slargo prescelto per il fucarone. Ceppi massicci per la base, legni via via più sottili per il resto della struttura, una solida pigna da imbottire e rivestire di ginestre. I fucaruni erano il nostro personale addio all’inverno e al contempo il benvenuto alla stagione del disgelo. Dopo di essi non doveva più nevicare e neppure piovere troppo forte, il vento del nord doveva invertire rotta, gli alberi ricoprirsi di gemme. A volte l’auspicio era miseramente tradito e tra fine marzo e inizi aprile venivano giù delle nevicate degne del miglior gennaio, ma quel che contava era l’idea che il peggio fosse alle spalle, che l’ora legale stava per tornare e le giornate si facevano più lunghe. Qualche settimana ancora e l’aria si sarebbe riempita di profumi.
Nei giorni dei preparativi, intorno al 16 o 17 marzo, i cumuli di ginestre formavano un bizzarro corredo di fianco ai beverini, alle porte dei garage o delle cantine. I ragazzini più piccoli vi si arrampicavano e si nascondevano tra il groviglio di rametti, sprofondando come insetti nell’ovatta, e ne uscivano tutti bucherellati e ansimanti. I ragazzi più grandi ne rubavano una certa quantità per portarla alla propria piazza, dove un cumulo troppo magro li faceva sfigurare: non bastava organizzare il fucarone più imponente, occorreva esibire l’arsenale di ginestre e di legname più maestoso.
Io abitavo nella zona di piazza XX settembre, ed ero fortunato perché era il rione di Papabbìt. Era un mio vicino di casa agricoltore e artigiano, nel senso che era fisicamente attrezzato per fare entrambe le cose, come se per lui i limiti spazio temporali non avessero significato. Non era altissimo, non più di una persona media, ma era robusto il triplo. Aveva dita grosse come salsicce e un collo che avrebbe retto tranquillamente a uno scontro con un mini-van. Lo chiamavano Papabbìt perché si diceva che negli anni ’70 avesse fondato l’unica vera comunità beat dell’Italia meridionale.
A metà marzo s’incaricava di andare per ginestre, da solo. Riempiva il suo rimorchio e tornava in paese a scaricare. Partiva di nuovo e tornava carico, scaricava e ripartiva. Dopo quattro o cinque di questi andirivieni, nell’angolo tra la fontana e il vecchio olmo della nostra piazza compariva un grattacielo di ginestre, alto come un edificio di tre piani. Ricordo che una volta mi arrampicai fino in cima e mi ritrovai sul tetto della casa di Peppino, il proprietario del nostro Club. Raggiunsi il comignolo che fumava e vi infilai una ginestra a cui avevo legato uno straccio con la scritta: “Peppì, grazie di esistere”. Il risultato fu che la casa di Peppino si riempì di fumo (ce lo raccontò la moglie Filomena durante la sua visita quotidiana) e a sera dovetti tornare lassù a rimuovere l’ostacolo.
Quell’anno, Papabbìt scaricò l’ultimo carico di ginestre davanti ai miei occhi. Non era un carico completo perché il rimorchio era per metà ingombro di lattine piene di un liquido nero. La cosa mi provocò un pizzico di delusione. Mi avvicinai e gli chiesi cosa ci fosse nelle lattine. Senza degnarmi di uno sguardo, continuando a tirar giù le ginestre dal rimorchio rispose: “Olio lubrificante. Da buttare.” Finì il lavoro, saltò sul trattore e andò via.
Io restai a osservare il cumulo, che appariva meno imponente del solito (non avrei potuto raggiungere il tetto di Peppino) ed ero preoccupato per come sarebbe diventato dopo i furti.
Eravamo particolarmente tormentati dai ladri di ginestre. I furti avvenivano a notte fonda perché nessun ladro con un minimo d’amor proprio avrebbe rischiato di farsi cogliere sul fatto da uno come Papabbìt. Dopo le incursioni il cumulo era ridotto di un terzo, e Papabbìt iniziava le sue personali indagini. Faceva il giro del paese osservando gli altri cumuli e cercando di scoprire le differenze rispetto al giorno prima. A volte giungeva a delle conclusioni che reputava assolutamente indiscutibili, ma bestemmiava a denti stretti di non avere la prova provata della colpevolezza del ladro e si sfogava con le raccapriccianti descrizioni di quello che avrebbe voluto fargli.
La mattina del 17 marzo, il giorno prima della sera fatidica, feci colazione e uscii per andare a prendere l’autobus che mi avrebbe portato a scuola. Raggiunsi la piazza con il terrore di scoprire il nostro cumulo ridotto alla metà o peggio. Invece era integro, i ladri non avevano colpito. Me ne rallegrai ma sapevo che il pericolo non era passato: c’era un’altra notte a disposizione. La legna per il catuozzo non era stata preparata, era un’operazione che andava organizzata nel pomeriggio del 18 per non rischiare che la pioggia rovinasse i ciocchi.
La mattina seguente uscii di casa con lo stesso timore. Andai in piazza e il mio cuore fece un balzo. Il cumulo era intatto! Per la prima volta in tanti anni non era stato toccato dai ladri. Avremmo potuto organizzare il fucarone più grande della storia, una vera pira sacrificale che si sarebbe potuta fotografare dai satelliti. Nel pomeriggio tutto il rione contribuì a edificare un enorme catuozzo, impiegando la perizia necessaria a renderlo più stabile possibile; era fondamentale che, bruciando, non crollasse troppo presto su sé stesso. Alle sette di sera, nel silenzio mistico del rione, Papabbìt accese la carbonella alla base del catuozzo. Un guizzo di fiamma balenò ricavandosi una strada verso l’alto, si fece largo tra le pallottole di carta inzuppate d’alcool gonfiandosi di ossigeno e restituendo ansimi di fumo leggero, lingueggiò a spirale intorno al perimetro sempre più stretto della pira e sbucò in cima, dove Papabbìt aveva collocato un paio di ginestre. In breve, la fiamma le avvolse in un furioso sfrigolare. Un nugolo di scintille si gonfiò impennandosi verso l’alto come la scia di un razzo, e per la prima volta avvertii un calore intenso sulla faccia.
Per l’intera serata mi sarei sottoposto a quel bollore dal forte odore di bosco, vagabondando tra una piazzetta e l’altra, tendendo le mani ai falò per sfuggire ai rigori della notte e sottraendomene quando il caldo fosse diventato insopportabile. La notte dei fucaruni funzionava così, un alternarsi brutale di freddo e caldo tra le spire dei roghi in lotta con l’inverno, alla luce delle braci, in mezzo agli effluvi del vino e delle patate arrostite seguendo la scia sonora di una fisarmonica.
Tutto contento mi avvicinai a Papabbìt.
“Hai visto? Stavolta i ladri ci hanno risparmiati.”
Lui mi osservò con una certa commiserazione. “Dobbiamo solo ringraziare Michele il meccanico,” rispose con la sua voce querula. “Nemmeno io mi sarei avvicinato a quelle ginestre.”
Improvvisamente capii l’arcano. Altro che intenso odore di bosco.
Le ginestre sprigionavano odore di olio lubrificante che bruciava.


2 commenti:
Belli i fucaruni! Altri tempi! Ora nessuno li fa più! Nel nostro paese, anche questa tradizione sta morendo per colpa del perenne stato apatico di gran parte dei suoi abitanti! Che tristezza!
Camillo
Io non vado a Sarconi per la vigilia di San Giuseppe da anni. Non sapevo che la tradizione stava morendo. E' angosciante!
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