17 aprile, 2007

La Pergamena





A noi interessava il film, non il libro. E quando finalmente l’avevano trasmesso in tv io non mi ero perso l’occasione di registrarlo. Il giorno dopo lo guardai insieme a Massimo.
Era magnifico. C’era tutto quello che per noi aveva un valore: atmosfere gravide di mistero, la tetra abbazia circondata da una landa ghiacciata, una colonna sonora densa di spiritualità… Senza contare quei monaci trafelati e superstiziosi che Guglielmo/Sean Connery metteva alla berlina attribuendo cause razionali, e non soprannaturali, agli oscuri eventi.
L’intera vicenda era immersa nel chiarore lattiginoso degli esterni innevati, o nel fioco del convento tra volumi polverosi, cori di preghiere, discussioni erudite e incomprensibili, monaci eretici, delitti sanguinosi… Era naturale che da quel calderone saltasse fuori l’idea di una burla.
La scena che fece scattare la molla era quella in cui Guglielmo entra in possesso di un lembo di pergamena, scoprendo dei caratteri scritti con succo di limone. I caratteri restano invisibili fin quando il monaco non passa il foglio sulla fiamma di una candela, e allora ecco il prodigio! I caratteri affiorano tra le bruciature.
Io e Massimo ci guardammo esterrefatti. In pochi minuti avevamo concepito lo scherzo e scelto anche la vittima: il nostro amico Francesco. Aveva la stessa età di Massimo, tre anni più di me, e frequentava il mio stesso liceo scientifico. Aveva una mente aperta e dubitativa e ciò rappresentava un’agevolazione e insieme una sfida. Di sicuro avremmo suscitato la sua curiosità, ma allo stesso tempo occorreva un lavoro particolarmente accurato.
Ci lavorammo nel mio garage per l'ntero pomeriggio. Prendemmo un foglio di carta color sabbia, ne consumammo i bordi e lo trattammo in modo da renderlo apparentemente antichissimo; con un pennarello verde tracciamo delle linee astrologiche e dei simboli cabalistici copiati da uno dei nostri libri; aggiungemmo delle frasi smozzicate in un semplice latino, che alludevano a catacombe sotto il paese e a un rituale di magia nera. Infine le scritte con il succo di limone, che inserimmo nello spazio vuoto della pagina e lungo i bordi: altri simboli esoterici, pentacoli, occhi e corna demoniache. Passammo il foglio sopra una candela per rivelare una piccola parte delle scritte, sperando di indurre Francesco a continuare per conto suo.
Con il coperchio di una scatola da scarpe fabbricammo una logora copertina e il giorno dopo, nell’autobus che ci portava a scuola, dissi a Francesco di aver fatto questa scoperta in una casa abbandonata nel centro storico.
A tutta prima lui mi guardò di traverso. Conosceva i miei precedenti. Io insistetti e gli proposi di vedere con i suoi occhi. Gli detti appuntamento per il pomeriggio a casa mia.
All’ora stabilita si presentò con la sua aria sospettosa.”Allora, dove sarebbe questo foglio?”
Presi la chiave del garage e ve lo condussi. Esibivo una studiata cautela nel trattare il foglio, che maneggiavo solo dopo aver infilato un vecchio guanto da sci.
Dopo averlo osservato, Francesco sentenziò immediatamente: “E’ una tua invenzione.”
“Ti stragiuro di no.”
Tornò a studiarlo. Lo compitò stringendo gli occhi e bisbigliando le scritte. Poi mi chiese un dizionario di italiano-latino. Corsi in casa a prenderlo e lui iniziò a sfogliarlo. “Hai della carta e una penna?” Scrisse la traduzione delle frasi e le rilesse ad alta voce: “Il cuore impavido che scende nelle viscere del mondo, non dovrà temere l’oscurità… il dedalo è vasto… scale che si avvitano in giù… ecco la via per l’incantesimo.”
Mi osservò compiaciuto, ma con un residuo di scetticismo. Sembrava volesse confidare nell’autenticità della pergamena senza rischiare la figura del credulone. In fondo anche lui era alla ricerca di diversivi.
Massimo comparì sulla porta del garage. Aveva la faccia scura come se avessimo scoperto un cadavere. “Hai visto, Francé?” Mormorò.
Francesco lo fissò. “Mah…” Tornò a rivolgere l’attenzione al foglio. “Ci sono delle bruciature. Vedo come delle figure disegnate…”
Io e Massimo ci scambiammo un’occhiata. “Fa’ vedere,” dissi. “Però… hai ragione!”
“Forse ci sono delle altre scritte in trasparenza,” osservò. “Non hai un accendino o un fiammifero?”
“Vado a prendere una candela.”
Tornai reggendo un moccolo già acceso. Francesco mi ordinò di prendere il foglio con la mano inguantata, mi diresse il polso fino a collocare la pergamena sulla fiamma: voleva osservarla sopra una luce diretta.
Io feci uno studiato e impercettibile movimento e il foglio sfiorò la punta della fiamma. La faccia di Francesco era a quindici centimetri dalla pergamena, e quei simboli affiorarono tra le bruciature e l’alone di luce in trasparenza: il pentacolo, l’occhio, le corna demoniache…
Francesco si voltò di scatto verso di me, gli occhi spalancati e le guance infiorate di rosso.
Maroooo! MAROOOO!” Urlò.
Immediatamente afferrò la pergamena e la copertina-scatola da scarpe, e fuggì dal garage.
Il giorno dopo venni a sapere che aveva parlato con l’insegnante di religione, il quale era anche il parroco di Paterno. Lui gli aveva chiesto se il nostro era un paese di fattucchieri e stregoni. Aveva anche chiesto dettagli su chi avesse scoperto la pergamena, dopodiché ne aveva preteso la consegna per discuterne con un esperto. La faccenda prendeva una piega incontrollata, ne parlai a Massimo. Lui doveva godersela fino in fondo e non voleva sentirne di svelare la bufala.
Nel frattempo Francesco volle che gli mostrassimo il luogo della scoperta. Mi toccò accompagnarlo in una bicocca semi diroccata, con un camino annerito dove avevo buttato della cenere trasportata da casa mia in un sacco.
Per una settimana, a scuola non si parlò che della scoperta di Sarconi. Mi domandavo quando la faccenda sarebbe diventata di dominio pubblico anche in paese e, soprattutto, quando avrebbero mangiato la foglia. Onestamente non mi divertivo per niente; per adesso il mio nome circolava tra i professori come l’autore della scoperta, ma presto sarebbe diventato il nome di un imbroglione.
Contavo le ore in attesa che ciò avvenisse.
E infatti avvenne.
Otto giorni dopo l’abboccamento di Francesco, il Preside del liceo mi fece chiamare in aula. Nel suo ufficio non era solo ad aspettarmi, c’era anche il prof di religione e un altro personaggio, seduto nella poltrona del Preside. Un tipo affilato come un fantasma, con un vestito scuro e liscio e attraenti ricami rossi, che mi osservava con una fissità da gelare il sangue nelle vene.
“Siediti,” il Preside mi indicò una sedia. “Questo signore è il Vescovo. E’ qui per te.” Mi squadrò con aria grave. Io sentivo le ginocchia tremarmi.
A quel punto il vescovo fece un cenno e cominciò a parlare con voce flautata.
“Figliolo, abbiamo saputo quello che hai fatto. In curia abbiamo parlato di te e del tuo amico.” Fece un sospiro, alzando le sopracciglia. Sembrava dispiaciuto per quello che doveva dire. “Credimi figliolo, abbiamo ponderato, discusso, valutato la situazione. E’ una cosa troppo grave.” Abuso della credulità popolare, pensavo. Era questo il nome. Lo avevo sentito in televisione.
“Una cosa troppo pericolosa. E così abbiamo deciso il da farsi… con te.”
Il prof di religione arricciò le labbra e abbassò gli occhi. Il Preside curvò le spalle come se non volesse sentire il resto.

E il vescovo disse: “Un esorcismo.”

1 commenti:

Anonimo ha detto...

ma non te l'hanno ancora fatto l'esorcismo?