27 giugno, 2007

Il Lupo



Non ricordo più per quale motivo i ragazzi chiamassero il nonno di Massimo o’ lupo. Forse era per via dell’atteggiamento erratico e solitario nei vicoli del paese, o per via della sua figura svelta, una frusta di nervi che ti si rivolgeva con il basco calato sulla fronte e i baffetti alla fuhrer.
Abitava in una vecchia casa nel centro storico. Mangiava scrutando il vicolo attraverso i vetri di una finestra; quando ci vedeva apparire di ritorno dalla scuola, lui chiudeva gli scuri con fare sprezzante. Il resto del tempo lo passava a vagare chissà dove o ascoltando musica folk con un enorme giradischi.
Per me e Massimo era l’oggetto di uno straordinario passatempo. Lo scopo consisteva nel riuscire a entrare in quella casa e poi trovare la maniera di farsi sbattere fuori. Era una gara di astuzia e resistenza: noi nel vicolo, lui dentro che ci sbeffeggiava dalla solita finestra; se trascurava di chiudere la porta noi entravamo e il lupo iniziava ad accampare pretesti per uscire. Dichiarava di dover fare la spesa, agitava un inutile pezzo di carta sostenendo che si era dimenticato di pagare una fantomatica bolletta. Se riusciva con qualche scusa a spingerci oltre la porta, schizzava subito dentro, rinserrava il chiavistello e correva alla finestra per canzonarci in modo orrendo, il che era duro da mandar giù per gli sfrontati furfanti che eravamo.
Fin quando Massimo se ne venne con il progetto.
Come al solito me ne parlò durante un pomeriggio al Club, in una di quelle circostanze soporifere ma potenzialmente favorevoli ai più dissennati propositi. Si trattava di un sistema che comprendeva un filo da pesca, un pezzo di nastro adesivo, un chiodo a semicerchio e un martello preso in prestito. L’idea consisteva nel legare un’estremità del filo al chiavistello, tendere l’altro lembo attraverso il chiodo fissato al muro laterale e farlo passare da sotto la porta. Tirando il filo dall’esterno, avremmo aperto la casa a piacimento. Massimo mi mostrò il disegno del progetto con atteggiamento divulgativo, illustrando il funzionamento con estrema dovizia.

Sulla carta era efficace, ma restava il problema del come installarlo senza essere scoperti.
Risolvemmo la questione un giorno che il lupo era su di giri e stava propinando le sue mazurche al circondario. La porta era spalancata, Massimo ed io entrammo. Il mio complice rimase sulla porta, io salii le scale e iniziai a complimentarmi con il vecchio per la raffinatezza dei gusti musicali. L’argomento, insieme ai suoi trascorsi di gioventù al servizio di un certo signor Caputo, un latifondista dal quale aveva ricevuto apprezzamenti bastevoli a riempire d’orgoglio una vita intera, era il migliore di tutti per farselo amico. Mentre il vecchio esibiva uno dopo l’altro i suoi 33 giri, Massimo smartellava dabbasso, cercando di fare meno rumore possibile. Dopo un po’ venne su anche lui, visibilmente soddisfatto, e suo nonno si spazientì: non era in grado di sopportarci entrambi. Dichiarò che doveva andare dal medico per via di un dolore nell’unghia del piede e ci invitò a uscire.
Mentre il lupo si allontanava (nella direzione opposta all’ambulatorio), noi restammo nei paraggi per una decina di minuti. Massimo raccolse il lembo del filo da pesca sui gradini esterni dell’ingresso, tirò e il miracolo avvenne: la porta si aprì.
Ci chiudemmo in casa e ci accomodammo al tavolo del soggiorno iniziando una scopa a 11. Due minuti dopo udimmo l’inconfondibile passo del vecchio. Mentre apriva la porta sentimmo cantilenare: “Li aggio frecati… frecati… frecati…” sul motivetto di ‘Volevo un gatto nero’. Chiuse la porta con quattro scatti, salì le scale e… trasalì nel vederci al tavolo. Si girò alla porta con aria smarrita, indugiò sui gradini, guardò l’orologio come a chiedersi se era davvero uscito oppure se l’era immaginato.
Uè papanò,” disse Massimo in tono gioviale. “Vieni. Gioca insieme a noi.”
“Devo andare dal medico perché mi fa male l’unghia del piede,” propose il vecchio nuovamente. “Forza, uscite con me.”
Fingendo delusione raccogliemmo le carte e lo seguimmo fuori, salutandoci con un gesto della mano. Lui si avviò nel vicolo con aria frastornata.
Aspettammo il necessario e rientrammo. Il lupo tornò dopo mezzo minuto. Fece capolino sulla scala con cautela, senza cantilene. Salì pian piano… entrò nel soggiorno e scrutò ogni angolo di quell’ambiente e della cucina. Più sollevato, fece ingresso nella camera da letto, dove io e Massimo ci stavamo godendo la sua vecchia televisione.
Ecchiccazzuuuu!” gridò.
Afferrò una frusta di fili elettrici intrecciati che teneva appesa al muro, dal nome ambiguo di urpino, che brandiva nei momenti di vera emergenza.
Ma ra ddove cazzu trasino!!! FORA RA QQUA'!
Quel momento inaugurò una lunga serie di ingressi clandestini, ai quali seguiva lo sgomento del vecchio ed espulsioni condite di grida e frustate. Dopo un po’ iniziammo a irrompere nella casa anche se lui era dentro. Ci osservava salire le scale come fossimo due fantasmi, mentre stirava una camicia o compitava le sue bollette scadute, e poi cominciava a urlarci di uscire rimproverandosi di non aver chiuso bene.
Col passare dei giorni il suo sguardo si accendeva di una luce maniacale. Rinserrava la porta facendo scorrere avanti e indietro il chiavistello, dopodiché dava degli strattoni alla maniglia per accertarsi che il battente non cedesse. Non si accorgeva del filo perché la porta era in ombra e le sue mani cotte avevano perso quasi tutta la sensibilità.
Finché Massimo mi rivelò che il nonno aveva mangiato la foglia. A pranzo si era presentato a casa loro, aveva infilato la testa in sala mentre tutta la famiglia era china sui piatti e aveva dichiarato: “Ho capito come fate a entrare, mò non mi frecate più… Strunzi!” Aveva pronunciato l’epiteto con un lampo alcolico negli occhi, e se n’era andato.
Alzando le spalle commentai: “Prima o poi doveva scoprirlo per forza.”
Per tutto il pomeriggio evitammo di andare a casa del lupo. Eravamo certi che ci avrebbe canzonato dalla solita finestra esibendo il filo da pesca e il chiodo come trofei di guerra.
All’ora di cena ci trovammo a passare davanti alla vecchia porta. Alzammo lo sguardo alla solita finestra senza scorgere il vecchio. In quel momento Massimo mi trattenne per il polso e indicò i gradini: con mio grande stupore, notai il filo da pesca che spuntava ancora in mezzo alla polvere.
Guardai di nuovo la finestra: un metro e mezzo più a destra c’era una stretta apertura di dieci centimetri per dieci. Era la presa d’aria del bagno, un gatto più grosso del normale non sarebbe riuscito a passarvi.

Il lupo l’aveva murata.

1 commenti:

Anonimo ha detto...

quello che stavo cercando, grazie