Non potevo credere ai miei occhi.
A piegare le sue resistenze, promettendogli imprese da brivido come un salto dal bunging jumping e un giro con il paracadute acquatico, era riuscito o’ bello.
“Ma non avessi mai accettato!” esclamò Massimo, affranto. “Se fossi rimasto a lavorare con Roberto mi sarei rilassato di più.” Alludeva a un suo fratello carpentiere che lavorava duramente anche d’estate.
“Dovresti ringraziarmi!” lo rimproverò o’ bello. “Ti ho portato lassù per farti godere il panorama più spettacolare dell’isola.”
Massimo continuò a parlarmi come se l’altro non fosse presente: “Mi ha costretto a scalare una montagna di tremila metri. In cima mi stava venendo un infarto e ho dovuto sdraiarmi per riposare…”
“Ha dormito per due ore,” s’intromise il suo compagno.
“… altro che panorama spettacolare,” concluse Massimo.
Nonostante le esagerazioni del racconto tendevo a credere a quelle lagnanze. O’ bello era capace di correre per ore sotto il sole, di saltare con la bicicletta sui dossi di terra, di costruire una diga per creare un laghetto artificiale e di raccogliere un intero campo di fagioli, senza dare il minimo segnale di stanchezza. Massimo era diverso. Viveva momenti di incontenibile entusiasmo per un’idea, per un progetto nuovo che gli veniva in mente, e poi si spegneva al primo impedimento dichiarandosi annoiato e stanco. Forse aveva ceduto alle insistenze di o’ bello perché aveva intravisto qualche avventura all’orizzonte, dopodiché aveva scoperto i disagi del viaggiatore squattrinato e ne era rimasto deluso.
Fummo raggiunti da Mimmo e Marco, che rimasero a bocca aperta dinanzi all’apparizione agli amici sarconesi. La discoteca non agevolava la conversazione e uscimmo.
Vagammo per la capitale fino alle quattro del mattino, ciarlando ininterrottamente come se non ci vedessimo da trent’anni – ma ci eravamo separati quarantotto ore prima. Massimo e o’ bello erano a Corfù da quella stessa mattina, proprio come noi tre, ma avevano viaggiato su un’altra nave. Per settemila lire al giorno avevano affittato una sorta di bungalow che definivano, misteriosamente, ‘il nido’. Inoltre avevano già fatto conoscenze fra i locali. Un tipo allampanato che rispondeva al nome di Georgios li seguiva dappertutto con aria sollecita, elargendo consigli sui posti da visitare.
L’arrivo di quei due ci rendeva più sicuri di noi stessi e iniziammo a spassarcela sul serio. Massimo e o’ bello affittarono due motociclette. Niente a che vedere con gli scooter di Placanos: erano delle moto da cross con un bel motore brioso. O’ bello propose di visitare le spiagge più remote dell’isola e Massimo accettò di malavoglia, occhieggiando preoccupato la fiocina dell’amico. In effetti, quest’ultimo lo esortò a procurarsi delle pinne per seguirlo in una battuta di pesca. Dopo tre spiagge e altrettante uscite in mare, Massimo proclamò di aver bisogno di riposo: si stese sulla sabbia e si addormentò sotto il sole a picco. Trovava preferibile quella specie di tortura cinese piuttosto che assecondare o’ bello nelle sue smanie. Mimmo, invece, trovò preferibile tuffarsi da uno scoglio centrando in pieno un riccio di mare. Venne fuori dall’acqua con il volto contratto e zoppicando. Massimo aprì un occhio. “Nel nido devo avere un ago,” borbottò. “Quando torniamo ti opero io.” E si rigirò sulla sabbia, iniziando a rosolarsi sulla schiena.
Al rientro scoprii perché chiamavano il loro bungalow in quel modo. Si trattava di quattro pareti di cemento con un enorme sombrero come tetto. O’ bello mi disse che era infestato di zanzare, ma era quanto di meglio potevano permettersi. Massimo chiese a Mimmo di mostrargli il piede, e davanti a quella pianta infestata di aculei esclamò: “Cribbio! L’hai depilato!” Seguì la delicata operazione con cui estrasse una per una le puntine nere, mentre Mimmo lacrimava di dolore.
Il giorno successivo partimmo di buon’ora per esplorare l’entroterra dell’isola, dove normalmente i turisti evitavano di mettere piede. Giungemmo in un paesino fatto di case piccole e calcinate, dalle cui finestre spuntavano di continuo facce curiose al nostro passaggio nei vicoli. Davanti a una chiesetta scoprimmo un prete ortodosso che ci osservava seduto sui gradini, curiosamente simile a un gufo imbalsamato. C’era qualcosa, nell’atmosfera immobile di quel luogo, che mi metteva a disagio. Gli altri proseguirono l’esplorazione, io e Marco decidemmo di ritornare verso la costa a bordo del mio scooter. Imboccammo per errore una stradina deserta che non era indicata nella mappa, e all’improvviso il mezzo di Placanos finì la benzina. Per un tempo incalcolabile arrancammo accecati dal sole, ognuno scrutando la propria fatica nella faccia dell’altro. A un tratto scorgemmo un’installazione che aveva tutta l’aria di un distributore di benzina, che a parere di Marco era certamente chiuso. Gli chiesi, preoccupato, cosa glielo faceva pensare. “Mi preparo al peggio,” rispose filosoficamente. “Così non rischio delusioni. E se scopriremo che è aperto, sarò ancora più contento.”
Per fortuna lo era. Il gestore era un ciccione che leggeva il giornale all’ombra di un cedro, immerso in un chiasso di cicale. Gli chiedemmo il pieno e lui rispose: “Subbito, uagliù!”
Era napoletano.
Quella stessa sera, durante la cena, Massimo si mostrò pensieroso e distratto. Gli chiedemmo cosa diavolo avesse ma lui non volle rispondere. Dopo varie insistenze, puntò l’indice verso o’ bello e disse: “Stanotte mi hai rubato le tracte.” Intendeva le dracme greche.
“Come sarebbe a dire?” rispose o’ bello, scandalizzato.
“Avevo una certa somma, ora ho quasi zero. E non ho comprato un cavolo di niente. Confessa!”
“Stai scherzando?” esclamò l’amico, con la voce che gli tremava per l’indignazione.
“Ma dove le avevi messe, le tracte?” Intervenne Marco.
“Nei camperos.”
“DOVE?”
“Nei camperos,” ripeté il disgraziato. “Gli stivali! Ma lì dentro non ci sono più.”
Marco insisté per farsi consegnare quegli stivali. Li capovolse e li agitò, inutilmente. Con una smorfia di ribrezzo vi infilò una mano e, nella sorpresa generale, ne estrasse una pallottola ammuffita di denaro contante. Massimo spalancò gli occhi e commentò: “Devono essersi spinte troppo in fondo!”
I giorni seguenti furono punteggiati da una serie di sciagure che segnarono la rapida fine delle vacanze. In una notte di pioggia, il nido di Massimo e o’ bello si allagò, e quelli dovettero trovare riparo in una roulotte di francesi. La mattina successiva, il motore di una delle loro superbe motociclette si fuse e dovettero restituirla, non senza un lungo battibecco con il proprietario che insisteva per essere risarcito. Proseguendo su una sola moto, in una curva si strinsero troppo a destra ed ebbero una caduta. Iniziarono a saltellare di dolore intorno a una Fiat 112 parcheggiata sul lato opposto, con quattro ragazze italiane nell’abitacolo. Parevano due indiani ubriachi che facevano la danza della pioggia. Le ragazze pensarono bene di accendere e filare via.
Nel frattempo, a forza di sperperare in cibo greco, Mimmo aveva esaurito le sue risorse finanziarie. Io e Marco fummo costretti a restituire gli scooter di Placanos per incassare la cauzione e dividerla con il nostro amico.
L’ultimo giorno, dinanzi al traghetto che ci avrebbe ricondotti in Italia, Massimo e o’ bello ci vennero ad annunciare che avrebbero proseguito per Atene. Fu una vera sorpresa, soprattutto per come Massimo si era fatto convincere. Ma o’ bello mi confessò, in gran segreto, che gli aveva promesso una capatina presso la base militare di Salonicco per ammirare i MIG dell’esercito greco.
Con un pizzico di invidia salutammo i due scapestrati e li vedemmo sparire nella folla che sciamava nel porto.
Massimo non mi disse mai nulla della seconda parte della sua avventura in Grecia. In un paio di occasioni si limitò ad alludere, con amarezza, a una misteriosa ‘scimmia’ che aveva lasciato laggiù. Ma non volle mai spiegarsi.
Un giorno chiesi a o’ bello se ne sapeva qualcosa e lui mi raccontò la storia dell’acropoli. Erano ad Atene, sulle scalinate che conducono al Partenone. In cima sostava un tizio che teneva per mano uno scimpanzé. Ogni tanto, l’uomo piazzava la scimmia fra le braccia di qualche ignaro turista, per poi scattare una foto e ricavarne un po’ di quattrini.
All’improvviso la scimmia aveva scorto Massimo. E in lui, nel suo incarnato scurissimo e negli occhi color nocciola, doveva aver riconosciuto un progenitore redivivo. Si era staccata dalle mani del padrone, aveva scalato i gradini con tutte e quattro le zampe e si era gettata al collo del nostro amico, coprendolo di baci.
Secondo o’ bello, la scena in cui i due erano stati separati dal proprietario del primate, sotto gli occhi commossi di decine di turisti, era stato il momento più straziante di tutta la vacanza. E da quel punto in poi, un’ombra era calata sugli occhi del suo compagno di viaggio.
A piegare le sue resistenze, promettendogli imprese da brivido come un salto dal bunging jumping e un giro con il paracadute acquatico, era riuscito o’ bello.
“Ma non avessi mai accettato!” esclamò Massimo, affranto. “Se fossi rimasto a lavorare con Roberto mi sarei rilassato di più.” Alludeva a un suo fratello carpentiere che lavorava duramente anche d’estate.
“Dovresti ringraziarmi!” lo rimproverò o’ bello. “Ti ho portato lassù per farti godere il panorama più spettacolare dell’isola.”
Massimo continuò a parlarmi come se l’altro non fosse presente: “Mi ha costretto a scalare una montagna di tremila metri. In cima mi stava venendo un infarto e ho dovuto sdraiarmi per riposare…”
“Ha dormito per due ore,” s’intromise il suo compagno.
“… altro che panorama spettacolare,” concluse Massimo.
Nonostante le esagerazioni del racconto tendevo a credere a quelle lagnanze. O’ bello era capace di correre per ore sotto il sole, di saltare con la bicicletta sui dossi di terra, di costruire una diga per creare un laghetto artificiale e di raccogliere un intero campo di fagioli, senza dare il minimo segnale di stanchezza. Massimo era diverso. Viveva momenti di incontenibile entusiasmo per un’idea, per un progetto nuovo che gli veniva in mente, e poi si spegneva al primo impedimento dichiarandosi annoiato e stanco. Forse aveva ceduto alle insistenze di o’ bello perché aveva intravisto qualche avventura all’orizzonte, dopodiché aveva scoperto i disagi del viaggiatore squattrinato e ne era rimasto deluso.
Fummo raggiunti da Mimmo e Marco, che rimasero a bocca aperta dinanzi all’apparizione agli amici sarconesi. La discoteca non agevolava la conversazione e uscimmo.
Vagammo per la capitale fino alle quattro del mattino, ciarlando ininterrottamente come se non ci vedessimo da trent’anni – ma ci eravamo separati quarantotto ore prima. Massimo e o’ bello erano a Corfù da quella stessa mattina, proprio come noi tre, ma avevano viaggiato su un’altra nave. Per settemila lire al giorno avevano affittato una sorta di bungalow che definivano, misteriosamente, ‘il nido’. Inoltre avevano già fatto conoscenze fra i locali. Un tipo allampanato che rispondeva al nome di Georgios li seguiva dappertutto con aria sollecita, elargendo consigli sui posti da visitare.
L’arrivo di quei due ci rendeva più sicuri di noi stessi e iniziammo a spassarcela sul serio. Massimo e o’ bello affittarono due motociclette. Niente a che vedere con gli scooter di Placanos: erano delle moto da cross con un bel motore brioso. O’ bello propose di visitare le spiagge più remote dell’isola e Massimo accettò di malavoglia, occhieggiando preoccupato la fiocina dell’amico. In effetti, quest’ultimo lo esortò a procurarsi delle pinne per seguirlo in una battuta di pesca. Dopo tre spiagge e altrettante uscite in mare, Massimo proclamò di aver bisogno di riposo: si stese sulla sabbia e si addormentò sotto il sole a picco. Trovava preferibile quella specie di tortura cinese piuttosto che assecondare o’ bello nelle sue smanie. Mimmo, invece, trovò preferibile tuffarsi da uno scoglio centrando in pieno un riccio di mare. Venne fuori dall’acqua con il volto contratto e zoppicando. Massimo aprì un occhio. “Nel nido devo avere un ago,” borbottò. “Quando torniamo ti opero io.” E si rigirò sulla sabbia, iniziando a rosolarsi sulla schiena.
Al rientro scoprii perché chiamavano il loro bungalow in quel modo. Si trattava di quattro pareti di cemento con un enorme sombrero come tetto. O’ bello mi disse che era infestato di zanzare, ma era quanto di meglio potevano permettersi. Massimo chiese a Mimmo di mostrargli il piede, e davanti a quella pianta infestata di aculei esclamò: “Cribbio! L’hai depilato!” Seguì la delicata operazione con cui estrasse una per una le puntine nere, mentre Mimmo lacrimava di dolore.
Il giorno successivo partimmo di buon’ora per esplorare l’entroterra dell’isola, dove normalmente i turisti evitavano di mettere piede. Giungemmo in un paesino fatto di case piccole e calcinate, dalle cui finestre spuntavano di continuo facce curiose al nostro passaggio nei vicoli. Davanti a una chiesetta scoprimmo un prete ortodosso che ci osservava seduto sui gradini, curiosamente simile a un gufo imbalsamato. C’era qualcosa, nell’atmosfera immobile di quel luogo, che mi metteva a disagio. Gli altri proseguirono l’esplorazione, io e Marco decidemmo di ritornare verso la costa a bordo del mio scooter. Imboccammo per errore una stradina deserta che non era indicata nella mappa, e all’improvviso il mezzo di Placanos finì la benzina. Per un tempo incalcolabile arrancammo accecati dal sole, ognuno scrutando la propria fatica nella faccia dell’altro. A un tratto scorgemmo un’installazione che aveva tutta l’aria di un distributore di benzina, che a parere di Marco era certamente chiuso. Gli chiesi, preoccupato, cosa glielo faceva pensare. “Mi preparo al peggio,” rispose filosoficamente. “Così non rischio delusioni. E se scopriremo che è aperto, sarò ancora più contento.”
Per fortuna lo era. Il gestore era un ciccione che leggeva il giornale all’ombra di un cedro, immerso in un chiasso di cicale. Gli chiedemmo il pieno e lui rispose: “Subbito, uagliù!”
Era napoletano.
Quella stessa sera, durante la cena, Massimo si mostrò pensieroso e distratto. Gli chiedemmo cosa diavolo avesse ma lui non volle rispondere. Dopo varie insistenze, puntò l’indice verso o’ bello e disse: “Stanotte mi hai rubato le tracte.” Intendeva le dracme greche.
“Come sarebbe a dire?” rispose o’ bello, scandalizzato.
“Avevo una certa somma, ora ho quasi zero. E non ho comprato un cavolo di niente. Confessa!”
“Stai scherzando?” esclamò l’amico, con la voce che gli tremava per l’indignazione.
“Ma dove le avevi messe, le tracte?” Intervenne Marco.
“Nei camperos.”
“DOVE?”
“Nei camperos,” ripeté il disgraziato. “Gli stivali! Ma lì dentro non ci sono più.”
Marco insisté per farsi consegnare quegli stivali. Li capovolse e li agitò, inutilmente. Con una smorfia di ribrezzo vi infilò una mano e, nella sorpresa generale, ne estrasse una pallottola ammuffita di denaro contante. Massimo spalancò gli occhi e commentò: “Devono essersi spinte troppo in fondo!”
I giorni seguenti furono punteggiati da una serie di sciagure che segnarono la rapida fine delle vacanze. In una notte di pioggia, il nido di Massimo e o’ bello si allagò, e quelli dovettero trovare riparo in una roulotte di francesi. La mattina successiva, il motore di una delle loro superbe motociclette si fuse e dovettero restituirla, non senza un lungo battibecco con il proprietario che insisteva per essere risarcito. Proseguendo su una sola moto, in una curva si strinsero troppo a destra ed ebbero una caduta. Iniziarono a saltellare di dolore intorno a una Fiat 112 parcheggiata sul lato opposto, con quattro ragazze italiane nell’abitacolo. Parevano due indiani ubriachi che facevano la danza della pioggia. Le ragazze pensarono bene di accendere e filare via.
Nel frattempo, a forza di sperperare in cibo greco, Mimmo aveva esaurito le sue risorse finanziarie. Io e Marco fummo costretti a restituire gli scooter di Placanos per incassare la cauzione e dividerla con il nostro amico.
L’ultimo giorno, dinanzi al traghetto che ci avrebbe ricondotti in Italia, Massimo e o’ bello ci vennero ad annunciare che avrebbero proseguito per Atene. Fu una vera sorpresa, soprattutto per come Massimo si era fatto convincere. Ma o’ bello mi confessò, in gran segreto, che gli aveva promesso una capatina presso la base militare di Salonicco per ammirare i MIG dell’esercito greco.
Con un pizzico di invidia salutammo i due scapestrati e li vedemmo sparire nella folla che sciamava nel porto.
Massimo non mi disse mai nulla della seconda parte della sua avventura in Grecia. In un paio di occasioni si limitò ad alludere, con amarezza, a una misteriosa ‘scimmia’ che aveva lasciato laggiù. Ma non volle mai spiegarsi.
Un giorno chiesi a o’ bello se ne sapeva qualcosa e lui mi raccontò la storia dell’acropoli. Erano ad Atene, sulle scalinate che conducono al Partenone. In cima sostava un tizio che teneva per mano uno scimpanzé. Ogni tanto, l’uomo piazzava la scimmia fra le braccia di qualche ignaro turista, per poi scattare una foto e ricavarne un po’ di quattrini.
All’improvviso la scimmia aveva scorto Massimo. E in lui, nel suo incarnato scurissimo e negli occhi color nocciola, doveva aver riconosciuto un progenitore redivivo. Si era staccata dalle mani del padrone, aveva scalato i gradini con tutte e quattro le zampe e si era gettata al collo del nostro amico, coprendolo di baci.
Secondo o’ bello, la scena in cui i due erano stati separati dal proprietario del primate, sotto gli occhi commossi di decine di turisti, era stato il momento più straziante di tutta la vacanza. E da quel punto in poi, un’ombra era calata sugli occhi del suo compagno di viaggio.
1 commenti:
ciao da mimmo il greco!
grande Santarsiere, continua così.........me gusta, me gusta mucho!
p.s. ho raggiunto quota 199 soprannomi sarconesi, se mi dai la tua mail te li invio! la mia è mimmo.4k@libero.it
ciao ciao!
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