24 settembre, 2007

Ipnosi


Il nostro amico Demi arrivava con il caldo, come se la sua provenienza tropicale recasse il solleone e le notti da dormire con la finestra spalancata. Viveva in Venezuela, figlio di emigranti del paese. Si presentava con il suo volto rubizzo e contento, il benessere americano mescolato alla giovialità sarconese. Di lui sapevamo tutto e niente. Il tutto era dovuto alla sua loquacità. Il niente, all’accento incomprensibile della sua lingua, il dialetto spagnoleggiante dei vecchi che tornavano dal Benezuòlo.
Sarconi pullulava di quei personaggi. Gente che predicava sui tempi passati adducendo talenti inespressi. Talenti commerciali, scientifici, musicali. Talenti favoriti e sviluppati da un mondo dove si potevano incontrare i più grandi geni del pianeta, apprendere qualunque arte, diventare favolosamente ricchi. Parlando con quelle persone era facile sentire di macchine che in dieci minuti trasformavano maiali vivi in prosciutti, o di radio che trasmettevano le previsioni del tempo dell’anno dopo. Dopodiché il cuore aveva tradito la ragione: i vecchi erano tornati in patria e tutto era andato perduto. Restavano i rimpianti, le prediche, e un paio di clarini che si aggiungevano abusivamente alla banda di Spinoso per la festa del patrono, allo scopo di rinverdire l’antica arte.
Demi era la versione in calzoni corti di quella gente, ma senza il disincanto negli occhi. In quelle pupille acquamarina c’era ancora, e tutta intera, la facondia del suo Venezuela, e un’accecante fiducia nel prossimo.
Cosa potevamo offrire noi ragazzini di paese che fosse all’altezza di quella messe? Soltanto un miracolo. E al Club potevamo anche quello.
Avevamo letto di soggetti sottoposti a ipnosi che rivelavano esistenze pre-natali. Vite precedenti in cui dentisti erano stati inquisitori, impiegati vescovi, ostetriche donne di malaffare. I protagonisti di tali resoconti metafisici finivano perlopiù di morte violenta, assassinati, bruciati sul rogo, sottoposti a indescrivibili torture; come se ogni ipnotizzato esprimesse l’urgenza di un risarcimento, o almeno il desiderio di essere lasciato in pace.
Con una serie di stratagemmi, che includevano oscure allusioni a un certo ‘esperimento’ e la rapida apparizione del libro ‘Corso di ipnosi in tredici lezioni’, io e Vicky inducemmo Demi a seguirci al Club.
Gli scuri delle finestre socchiusi, uno studiato bisbigliare mentre spostavamo le sedie per preparare la ‘seduta’, e Demi parve già sedotto dai prodigi che lo attendevano. Si guardava intorno con un sorriso timido, insicuro se godersi la scena o filare via.
Ordinai a Vicky di chiudere gli occhi, di rilassarsi, di pensare a un prato inondato di sole. Gli dissi di immaginare una brezza tiepida che sfiorava il viso. Gli dissi di indugiare sulle evoluzioni di un falco che si lasciava trasportare dalla corrente.
Alle mie spalle, Demi osservava senza muovere un muscolo.
Chiesi all’ipnotizzato se si sentiva a suo agio, se era pronto a tornare indietro…
Ciondolando il capo, Vicky rispose di sì.
“Bene,” esclamai, “allora andiamo indietro nel tempo… ora hai tredici anni, ne hai dieci… cinque… due…”
Avvertii uno scricchiolio inquieto provenire dalla sedia di Demi.
“… hai sei mesi…”
Molto abilmente, Vicky esibì un sorriso beato.
“… Hai un giorno di vita…”
Il sorriso si trasformò in un pianto acuto e singhiozzante.
“Torniamo ancora più indietro… indietro…”
Vicky si rannicchiò sulla sedia.
“… INDIETRO!…”
Lentamente, tornò in posizione normale, seduto composto sulla sedia e l’espressione di nuovo adulta.
Sbirciai il nostro amico venezuelano, immobile sulla sedia dietro di me. Nella penombra del Club il suo volto lentigginoso assumeva connotati da vampiro.
Mi rivolsi di nuovo a Vicky. “Come ti chiami?”
Attese un paio di secondi, prima di rispondere in falsetto: “Filumena.”
Demi accolse quella novità con un singhiozzo.
“Dimmi Filumena, in quale paese abiti?”
“Rocca di Papa!” Il tono era volutamente inquieto.
“Qualcosa ti turba, Filumena?”
“Li briganti…li briganti me vengono appresso…” si lamentò l’ipnotizzato.
“E perché ti inseguono?”
Prese ad ansimare, come se compisse uno sforzo intenso e prolungato. “Li aggio visti rubà le pecore de Zampasì, lu sindaco nostro. Loro… loro se ne so accorti… povera me, POVERA ME!”
Gettai un’occhiata afflitta alle mie spalle. Demi mi restituì uno sguardo esterrefatto, e mi incitò a continuare.
“In che giorno siamo, Filumena?”
“Lu quindici di aprile,” rispose fra i singhiozzi. “De lu ottocentosettantatrè.”
“I briganti ti inseguono ancora?”
“Oh, sì, sì!”
“Dimmi cosa succede!”
“Me vengono dietro…” strillò Vicky con incomparabile maestria. “Debbo arrivà a lu granaio de Zi Antò! Mo so a mmezzu lu campo…” Il tono era sempre più animato. “Me stanno a ddu passi, li sento correre e respirà come diavoli, e… OH!” all’improvviso trasalì. “Me hanno preso!”
Dietro di me, Demi seguiva il racconto come fosse seduto su un barbecue.
Me so catapultata sull’erba!” continuava l’ipnotizzato sull'onda delle invenzioni. “Due de loro me tengono… so diavoli che me sorridono coi denti neri…” Per un istante, le parole si ruppero in un pianto isterico; poi Vicky continuò. “L’altro m’è sopra! L’alito gli puzza de uova marcite!”
Mi voltai di nuovo verso Demi, lasciando intendere che volevo finirla lì. Lui aveva una mano sulla bocca e gli occhi gonfi come palloncini d’acqua. Mi fece cenno di proseguire.
Con pietosa riluttanza tornai a guardare davanti. “E ora che succede, Filumena?”
Vicky ricominciò a tormentarsi. Gli occhi strizzati. La bocca contratta in una sorprendente smorfia d’orrore.
“Quello con l’alito che puzza me se approssima, e a denti stretti me dice ‘Ce volevi fregà, eh sgualdrinella? CE VOLEVI PROPRIO FREGA'?’”
“E poi?” insisto.
Il respiro si accelera, gli occhi dell’ipnotizzato si riempiono di una specie d’incredulità.
“Ha preso lu coltello!” annuncia Vicky-Filumena, con calma spaventosa. “Sottile e scura com’è, la lama me pare finta. Me la piazza sopra la gorgia e… Oh!” rabbrividisce, contorcendosi sulla sedia. “Scorre… scorre come l’acqua…”
Un altro singhiozzo si leva alle mie spalle.
“… come l’acqua bollente!
“BASTA!” Urlo a quel punto. “Andiamo avanti velocemente!”
“Aspetta!” strilla Demi. “Un altro momentito!”
“Sei di nuovo Vicky!” continuo senza badargli. “Hai sei anni… dieci… diciassette…Sei qui, ora! Svegliati!
“Ma porca miseria!” si lagnò il venezuelano. “Porchè hai interrotto? Bolevo sapere come andava a finire!”
Nel frattempo Vicky si massaggiava la fronte. “Che cosa… è successo?”
Prima che potessi inventarmi il resto, Demi si alzò come un invasato e corse fuori dal Club.
E finalmente mi piegai in due per le risate.
Nei giorni seguenti, il venezuelano ci venne dietro smaniando come un drogato. Insisteva per riprendere l’esperimento. “Devi procedere secondo per secondo!” mi ripeteva, sbarrandomi la strada alla svolta di un vicolo, gli occhi che parevano incupirsi come il mare prima della burrasca. “Boglio sapere cosa prova mentre trapassa!” Io inventavo qualche scusa per svicolare e nel frattempo mi godevo la sua ingenuità. Il prodigio era avvenuto: Sarconi era più misteriosa del selvaggio Venezuela. E al ritorno in patria, Demi avrebbe avuto un’esperienza eccitante da raccontare.
Ma Vicky non sembrava divertirsi quanto me. Non capiva le insistenze di Demi. Sembrava considerare la sua straordinaria performance un gioco troppo stupido per dedicarvi tanta energia. Imputai quell’atteggiamento al suo carattere smaliziato: durante l’inverno viveva a Palermo e gli spassi di paese lo affascinavano sempre meno.
Trascorsero alcuni giorni in cui Demi non si fece vedere. Un pomeriggio, infine, vidi che mi aspettava in fondo alle scale del Club.
Mi venne incontro agitando un foglio. “Amigo! Mi sono fatto mandare questa da mio zio a Roma,” annunciò.
Presi il foglio, cercando un pretesto per liberarmi di lui e ficcarmi nel Club in santa pace.
“E’ una fotografia,” spiegò il venezuelano. “Scattata dabanti a un palazzo di Rocca di Papa.”
L’immagine era molto scura, ma si distingueva una lapide. Le parole dicevano:

In memoria di Filomena Mastrocapino, 22 giugno 1858 – 15 aprile 1873.
Tenero fiore reciso nel cuore di gioventù.
Innocente vittima del sanguinario brigante Dentaguzzo.
Lo zio della fanciulla, Antonio Mastrocapino, pose.

2 commenti:

claudia ha detto...

hei stè ma come avete fatto a sapere della filomena di rocca di papa scommetto che vicki aveva fatto una ricerca, non posso credere sia solo una coincidenza.
bella storia come tutte del resto.

claudia

Anonimo ha detto...

cara Claudia, e chi dice che lo scherzo non si fosse trasformato... in realtà?