04 dicembre, 2007

Il miglior tè della contea


Volevo sperimentare le mie doti di anfitrione al cospetto di Patrizia e Antonella, cancellando una volta per tutte i pregiudizi che nutrivano verso di me. Il Club non era un buon posto per farlo: lì dentro non c’era gas o elettricità; e quanto al cibo, vi restava solo un pacco di patatine rancide.
Per quelle due occorreva molto di più. Soprattutto per il rischio di essere svergognato in tutta Sarconi se non fossi stato all’altezza delle loro aspettative. Davanti al mio invito di prendere un tè al pomeriggio, avevano accettato con una luce di stupore e curiosità nelle pupille, e una risata stridula che mi echeggiava ancora nelle orecchie. Per loro ero l’uomo più tirchio del paese e quell’invito era una novità sbalorditiva.
Ero deciso a farle ricredere. Avvertivo le occhiate sospettose di mia madre mentre ravvivavo il fuoco nel salone e preparavo il vassoio con i pasticcini migliori, le tazze e la teiera di porcellana. Piegai dei fazzolettini di carta vellutata sotto tre cucchiaini ben lucidati e riempii una zuccheriera di argento. Ero sicuro che zucchero e abbondante limone avrebbero dato quel gusto in più che pretendevo dal mio afternoon all’inglese.
Alle cinque meno dieci sussultai allo scampanio della porta. Erano arrivate. Aprendo la porta, mi resi conto immediatamente che non avrebbero fatto sconti. Mi guardarono con aria sorniona e dissero: “Eccoci qua, caro.”
“Benvenute,” risposi, lasciandole entrare. Le vidi scambiarsi un’occhiata furba mentre le guidavo al salone per gli ospiti, dove ci attendeva il tepore del fuoco e la musica classica in sottofondo. Mi feci consegnare i soprabiti e pregai le ragazze di accomodarsi al sofà. Mentre sedevano, ebbi l’impressione che lo scetticismo ironico lasciasse il posto a un timido consenso: davanti a loro, su un tavolino basso, il vassoio con i pasticcini era uno spettacolo per gli occhi.
“Servitevi pure,” dissi. “Il tè è quasi pronto.”
“Grazie,” risposero in coro, improvvisamente trasformate in educande. Me ne rallegrai, ma al tempo stesso dovevo tenere alta la guardia. Le conoscevo fin troppo bene per ignorare che covavano abissi di spregiudicata derisione.
Andai in cucina ad alzare la fiamma sotto il pentolino, tendendo le orecchie ai loro commenti. In effetti bisbigliarono qualcosa che non riuscii a comprendere, e le udii sghignazzare.
Preparai fettine di limone perfettamente circolari, che deposi nelle tazze che avevo riscaldato con dell’acqua bollente. Versai il resto dell’acqua nella teiera e sistemai il tutto in un largo vassoio. Quando mi videro entrare nella sala, le loro espressioni si fecero intense, quasi commosse. Solo Patrizia dimostrava un residuo di sospetto: faceva oscillare lo sguardo tra l’armamentario sul vassoio e me, come a chiedersi cosa volessi in cambio. Dal coperchio della teiera spuntavano i tre fili di spago delle bustine messe in infusione. Antonella sollevò il coperchio e aspirò l’aroma, socchiudendo gli occhi.
In capo a un quarto d’ora tutte le diffidenze erano dissolte. Tazza dopo tazza, le ragazze si lasciarono conquistare dalla mia raffinata messinscena, addolcite dalla bevanda calda, confortate dalle esecuzioni di Glenn Gould e dagli scoppiettii nel caminetto. Ogni residuo di canzonatura spazzato via dal mio cortese versare e zuccherare. Ogni sberleffo alla mia presunta avarizia, cancellato da una sfilza di premure: “Avete caldo? Desiderate altri pasticcini? La musica è di vostro gradimento?”
Alla fine mi abbracciarono tutte felici, dandomi delle grandi pacche sulle spalle ed esclamando: “E bravo Stefano! Proprio un bel pomeriggio.” Solo Patrizia osò muovere una piccolissima critica. “Usi troppo limone,” commentò. Ma subito aggiunse: “Il tè era comunque molto buono.” Capivo perfettamente che faceva parte del suo personaggio: non poteva resistere alla tentazione di tirarmi una frecciata.
Le invitai per il giorno dopo. E per quello dopo ancora. Tutti inviti cui rispondevano con sollecitudine, godendosi l’appuntamento con crescente gratitudine e non senza un pizzico di orgogliosa disinvoltura. Nel sorbire il tè dalle tazze di porcellana, il loro atteggiamento si faceva sempre più compassato, i loro gesti più manierati, come se l’atmosfera di quei pomeriggi le avesse trasformate in dame d’altri tempi.
Gli afternoon produssero subito due effetti molto graditi. Per prima cosa, le due diavolesse smisero di lanciarmi i loro lazzi, e di ripetere a tutti che ero tirchio. In secondo luogo, cosa ben più notevole, alimentarono la leggenda del mio tè. Il migliore del mondo. Anzi, per dirla a loro modo, il migliore della contea. Al punto che non erano pochi coloro che mi chiedevano quale metodo utilizzassi per un risultato tanto acclamato. Io mi schernivo e rispondevo: “Per carità, niente di speciale. E’ solo l’equilibrio tra il tempo d’infusione, la quantità di zucchero e il limone.” E i miei interlocutori mi guardavano ammirati.
Fin quando, un bel pomeriggio, le due si presentarono con un’aria leggermente diversa dal solito. Non me ne accorsi subito. Anzi, mi ricordai di quegli sguardi vigili e dei sorrisi forzati solo in seguito, ripensando a ciò che accadde.
Il cerimoniale si svolse come al solito. Le accolsi, le accompagnai nel salone caldo, mi feci consegnare i soprabiti. Per l’occasione avevo messo una cassetta di James Last, tanto per offrire una variazione meno impegnativa nei temi di accompagnamento. Dopodiché mi assentai per preparare la mia opera quotidiana.
Prestando orecchio ai loro discorsi (le sentivo bisbigliare a tratti, ma ormai non sospettavo più di quelle chiacchiere tra ciaule) feci quello che avevo sempre fatto, fin dal primo invito.
Versai l’acqua calda nelle tazze, per riscaldarle. Tagliai le fettine di limone. Altro limone lo strizzai direttamente nella teiera. Il tutto senza rendermi conto che una di quelle due streghe mi aveva seguito e mi spiava oltre la porta.
Dovevo solo mettere le bustine nella teiera: e mentre mi accingevo a farlo, un urlo mi fece saltare come una lepre.
Chiccazzufaaai!
Antonella irruppe nella cucina. Alle sue spalle udii la voce di Patrizia che chiedeva spaventata: “Che hai visto? Che ci mette nella teiera?
La sua amica, quasi in un sussurro, rispose indignata: “Ci mette bustine usate!”
Certo… aggiunsi nella mia mente, quelle usate fin dalla prima volta.

1 commenti:

Anonimo ha detto...

Beh! Allora il mio è il primo commento.
Può anche andare bene la bustina del tè già usata che suscita rimostranze. Il peggio - a proposito di tè - sarebbe stato mettere nella tazza prima il latte e dopo il tè. In tal caso se lo avessi fatto caro stefano saresti stato classificato come MIF ( milk in first) e collocato , come dice il Duca di Bedford, nel ghetto dei NOOU ( not one of use ) .
Distintissimi saluti da Pino di Bologna ( stesso ...Sant...)