
... Perchè il Sangue non è acqua. Lo dice Paolo Agaraff nell'omonimo romanzo (edizioni Pequod - 2006) e lo dimostrano i suoi sventurati personaggi.
Autore e libro rappresentano un unicum quasi sconcertante, a mio modo di vedere, nel panorama letterario italiano. Intanto perché Paolo Agaraff non esiste. O meglio, esiste in una forma collettiva: sono tre straordinari soggetti, nati tra il 1966 e il 1969 in qualche angolo del centro Italia. L'originalità non è tanto che si tratti di un collettivo, quanto nella modalità in cui esso si propone: con una vena dissacratoria che dimostra tutta la genialità del gruppo. Basta dare un'occhiata al sito ufficiale per capire di cosa parlo, soprattutto alle note biografiche: un vero e proprio banchetto per i golosi del divertimento letterario.
E poi c'è questa carica di ironia macabra, di fatalismo caustico e derisorio nelle loro storie che mi ricorda un Eduardo Mendoza con il pallino per il soprannaturale (o per il cosmic horror, come direbbe qualcuno che fra poco citerò).
'Il sangue non è acqua' è l'apice, al momento attuale, della produzione di Paolo Agaraff. Il libro è stato presentato a Bologna il 23 novembre scorso e io ho potuto apprezzare la sfrenata performace di uno dei tre autori, Roberto Fogliardi. A chi desideri partecipare virtualmente all'evento, c'è anche un video su Youtube.
Il libro propone una storia a metà tra Agatha Christie e H.P. Lovecraft, con un gruppo di cugini (i quali non si conoscono tra di loro) che vengono convocati su una sperduta isola della Sardegna dal nome significativo e premonitore: Mortorio. Scopo del viaggio, recuperare una ricca eredità dal classico parente defunto. Ma il bello è che nell'ambiente infausto dell'isola, e della villa che ospita i protagonisti, niente è come sembra, e il tipo di eredità che li attende non è esattamente di quelli che uno tende a immaginare. Intanto i poveretti cominciano a venir meno, uno dopo l'altro, fatti fuori da mani sconosciute. E in secondo luogo, cosa non meno trascurabile, la storia rivela un misterioso collegamento con le avventure di un marinaio ottocentesco che incontra una donna bellissima e misteriosa fra selvaggi antropofagi, la sposa, ne 'assorbe' certe qualità e poi...
Sulla trama non vi dico nulla di più. Voglio solo aggiungere un paio di riflessioni sugli ingredienti di questo romanzo. Per prima cosa l'influenza di Lovecraft, che si respira in ogni pagina. Il 'solitario di Providence' viene omaggiato nel tema stesso del libro (l'insorgere di inconcepibili tare) nei luoghi (Innsmouth, lo Scoglio del Diavolo), nei sogni dei protagonisti (che ricordano il miraggio della sconosciuta Kadath) e nella mitologia di riferimento (Dagon, i misteriosi adoratori delle creature del mare). Ma la struttura simbolica non si ferma certo qui: anzi, l'icona più interessante del libro è senza dubbio l'isola di Mortorio, che innesca il volontario richiamo al dipinto 'L'isola dei Morti' (Die Toteninsel) del pittore svizzero Arnold Bocklin.

L'intento è chiaro, ma perseguito con modalità davvero raffinata: l'isola rappresenta il lembo estremo della fantasia, il luogo dove tutto è possibile, dove sogno e incubo si abbracciano. Il dipinto di Bocklin è un caposaldo dell'arte fantastica e la simbologia che esso richiama rafforza l'atmosfera del romanzo degli Agaraff.
Ora, non vi aspettate un romanzo difficile da leggere. Al contrario, scorre che è una bellezza! E' divertente, e allo stesso tempo terrificante, perché l'armamentario simbolico, Lovecraft e tutto il resto si calano in una realtà assolutamente riconoscibile, l'Italia del ventennio, con personaggi che sembrano i nostri fratelli più grandi. Soprattutto Gualtiero, il simpaticissimo pescatore napoletano.
Buona lettura, dunque.
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