
E’ ancora davanti ai miei occhi. Affondato nel giubbotto scuro. Le spalle curve. Le mani in tasca. Fosco e silenzioso fino al mistero. Lievemente in disparte rispetto al capannello vociante davanti al bar, pronto a dire qualcosa solo se un temerario tira in ballo la Juventus. Una nota acuta come un violino scordato. Un giudizio secco, inappellabile, su questo o quel giocatore. Prima di eclissarsi con un mezzo sorriso, avviandosi nel vicolo verso casa con l’aria di chi ha detto l’unica cosa che conta.
Si chiamava Salvatore, ma nessuno si rivolgeva a lui con quel nome. A quel tempo circolava la pubblicità di un robot parlante denominato Telemaco. Per la curiosa legge del contrappasso che guida l’assegnazione dei soprannomi, Salvatore, che in un giorno pronunciava a stento quindici parole, fu denominato allo stesso modo. Telemaco.
Massimo aveva una fissazione con lui. Scoprire il motivetto che canticchiava rientrando per la cena, dopo aver espresso quella famosa parola sulla Juventus, o quando da casa saltellava verso il bar. Il mio amico ci ha provato per un periodo lunghissimo pedinandolo silenziosamente, tendendo le orecchie a quell’inconcludente melodia di suoni nasali. Se Telemaco si accorgeva di essere tallonato smetteva all’istante di canticchiare, assumendo il piglio di chi è indifferente al mondo, tutto compreso in arcane meditazioni. Anni e anni dopo, Massimo dichiarò sconsolato che poteva trattarsi di Dancing bambolina, la sigla di Orzowei, Yuppi du o l’ape Maya.
“Meglio non riesco a fare,” concluse.
Per il resto del paese Salvatore era Telemaco, ma per il sottoscritto diventò presto ‘il pirata’. Il motivo fu la sua incredibile performance in riva al fiume Maglia, dove una parte di noi ragazzini trascorreva fruttuosamente i pomeriggi tra giugno e agosto, prima che la repentina calata dei venti autunnali spazzasse via l’estate infinita del paese.
Un mattino, quattro pescatori furono visti ciondolare lungo la provinciale per Spinoso con le loro canne e i cestini. Non si sa per quale motivo, i quattro si erano tirati dietro anche Salvatore. Non certo per compagnia, vista la sua scarsa propensione alla chiacchiera. Probabilmente si trattava di procurarsi un diversivo, un soggetto da prendere in mezzo nelle lunghe pause tra un’abboccata e l’altra.
Neanche avevano finito di sistemare le canne che uno sfigato di cavedano aveva morso l’esca. Il pescatore aveva tirato la lenza con il pesce che si dibatteva furiosamente, attorcigliandosi intorno all’amo e luccicando al sole come una lampadina impazzita. Salvatore aveva assistito alla scena con lo stupore di un bimbo, non si sa bene se eccitato o spaventato. Poi il cavedano si era arreso ed era stato gettato nel cesto, dove aveva boccheggiato per una buona mezzora, mentre sul fiume era tornata la solita calma con il ronzio dei tafani e il borbottio della cascata in sottofondo.
Nonostante l’esordio promettente, alla fine della giornata i quattro erano tornati in paese con i cestini praticamente vuoti. Sette ore a bruciarsi al sole e non un altro pesce, una trota, una tinca, o almeno un minuscolo granchio di fiume che fosse caduto nelle loro trappole!
Ma Salvatore era rimasto laggiù. Solo.
Ai forestali che in seguito si occuparono della vicenda, i quattro pescatori dissero che avevano cercato di convincerlo in tutti i modi a risalire in paese, ma lui si era rifiutato, dichiarando misteriosamente: “Mo li fazzu virè i!” con quella sua vocetta da corda di violino.
Ora gliela faccio vedere io.
Un’ora dopo, con il sole che reclinava dietro la collina di Moliterno, in paese si sparse la voce che sotto il ponte di Maglia, proprio dove i pescatori avevano sprecato la loro giornata con le canne in mano, adesso galleggiavano innumerevoli trote. Morte stecchite. E i ragazzini stavano correndo a fare provviste.
Le voci giunsero all’orecchio del vigile urbano il quale si precipitò a fare il suo sopralluogo. Tornò nel volgere di un quarto d’ora, pallido come se avesse visto un fantasma.
“E’ una strage!” dichiarò.
Uno dei pescatori andò a controllare di persona, e fece ritorno con una busta che scoppiava di pesce.
“Sarà un miracolo?” si domandava stupito davanti al bar.
“No,” disse serafico un vecchio. “E’ varechina. Non mangiare quel pesce!”
Ecco a cosa alludeva Salvatore con la sua minaccia sottolingua: Mo li fazzu virè i! Buttare la varechina nel fiume per punire tutti quei pesci miserabili, quei codardi che per l’intero giorno si erano insabbiati davanti alle esche, dopo che il primo di essi si era immolato in quel modo spettacolare e cruento.
Così li avrebbe stanati tutti.
Il vigile urbano allertò i forestali e Salvatore fu immediatamente fermato. Lo trovarono che si cullava spavaldo su una sedia a dondolo, con l’occhio semichiuso del pistolero che ha vendicato un torto. Mentre lo portavano in municipio per l’interrogatorio gettò occhiate arroganti ai ragazzi che lo osservavano in piazza.
Venne fuori che alla domanda precisa del maresciallo della forestale, il quale gli chiedeva quanta varechina avesse versato nel fiume, Salvatore aveva risposto alzando l’indice e il medio della mano destra.
Due litri. O venti. Non fu dato saperlo con esattezza.
L’evento destò scalpore per giorni e giorni. Tutti concordi nel ritenere giusta la punizione di Salvatore, l’accusa di inquinamento doloso e una multa salatissima. Senza contare la collera dei pescatori, che per le settimane a venire potevano scordarsi di esercitare il loro passatempo. La quantità di pesci e di avannotti morti era tale da dover attendere chissà quanto prima che il fiume tornasse ai vecchi livelli di pescosità.
Per tutto mese di luglio, la valletta del Maglia restò deserta. Né ragazzini a fare il bagno, né pescatori all’azione. Agosto, poi, nei paesi lucani è già avvisaglia d’autunno. Allora il fiume si preparò a riposare per l’inverno, a cadere nel suo letargo di piene limacciose e detriti incagliati sotto le briglie.
Fu quasi a Natale che il socio di mio padre nell’allevamento di trote mi fece quella telefonata. Biagio era arrabbiato come raramente lo avevo sentito.
“Conosci uno che si chiama Salvatore?” esordì. Gli spiegai che ne conoscevo diversi, ma dalla descrizione capii che parlava di lui. Telemaco. Il pirata di Maglia.
Biagio non sapeva niente di quel tipo e non aveva un numero a cui rintracciarlo. Lo stava cercando da un pezzo, perché non aveva ancora pagato un certo ordine.
“I pesci morti nelle vasche non si possono vendere per essere mangiati,” mi spiegò. “Ma per darli in pasto a cani e gatti, sì. Ovviamente il prezzo è molto inferiore.”
Subito ripensai alla lotta furiosa del cavedano. Agli occhi tormentati di Salvatore. Ai quattro pescatori che lo avevano canzonato nell’attesa delle abboccate. Mi si accapponò la pelle al pensiero di quanto stavo intuendo.
Biagio aggiunse: “In estate quel Salvatore se n’è presi una ventina di chili, tutti in un giorno, e non li ha mai pagati!”
Pensai alle sue parole.
Mo li fazzu virè i!
E allora tutto mi fu chiaro.
Si chiamava Salvatore, ma nessuno si rivolgeva a lui con quel nome. A quel tempo circolava la pubblicità di un robot parlante denominato Telemaco. Per la curiosa legge del contrappasso che guida l’assegnazione dei soprannomi, Salvatore, che in un giorno pronunciava a stento quindici parole, fu denominato allo stesso modo. Telemaco.
Massimo aveva una fissazione con lui. Scoprire il motivetto che canticchiava rientrando per la cena, dopo aver espresso quella famosa parola sulla Juventus, o quando da casa saltellava verso il bar. Il mio amico ci ha provato per un periodo lunghissimo pedinandolo silenziosamente, tendendo le orecchie a quell’inconcludente melodia di suoni nasali. Se Telemaco si accorgeva di essere tallonato smetteva all’istante di canticchiare, assumendo il piglio di chi è indifferente al mondo, tutto compreso in arcane meditazioni. Anni e anni dopo, Massimo dichiarò sconsolato che poteva trattarsi di Dancing bambolina, la sigla di Orzowei, Yuppi du o l’ape Maya.
“Meglio non riesco a fare,” concluse.
Per il resto del paese Salvatore era Telemaco, ma per il sottoscritto diventò presto ‘il pirata’. Il motivo fu la sua incredibile performance in riva al fiume Maglia, dove una parte di noi ragazzini trascorreva fruttuosamente i pomeriggi tra giugno e agosto, prima che la repentina calata dei venti autunnali spazzasse via l’estate infinita del paese.
Un mattino, quattro pescatori furono visti ciondolare lungo la provinciale per Spinoso con le loro canne e i cestini. Non si sa per quale motivo, i quattro si erano tirati dietro anche Salvatore. Non certo per compagnia, vista la sua scarsa propensione alla chiacchiera. Probabilmente si trattava di procurarsi un diversivo, un soggetto da prendere in mezzo nelle lunghe pause tra un’abboccata e l’altra.
Neanche avevano finito di sistemare le canne che uno sfigato di cavedano aveva morso l’esca. Il pescatore aveva tirato la lenza con il pesce che si dibatteva furiosamente, attorcigliandosi intorno all’amo e luccicando al sole come una lampadina impazzita. Salvatore aveva assistito alla scena con lo stupore di un bimbo, non si sa bene se eccitato o spaventato. Poi il cavedano si era arreso ed era stato gettato nel cesto, dove aveva boccheggiato per una buona mezzora, mentre sul fiume era tornata la solita calma con il ronzio dei tafani e il borbottio della cascata in sottofondo.
Nonostante l’esordio promettente, alla fine della giornata i quattro erano tornati in paese con i cestini praticamente vuoti. Sette ore a bruciarsi al sole e non un altro pesce, una trota, una tinca, o almeno un minuscolo granchio di fiume che fosse caduto nelle loro trappole!
Ma Salvatore era rimasto laggiù. Solo.
Ai forestali che in seguito si occuparono della vicenda, i quattro pescatori dissero che avevano cercato di convincerlo in tutti i modi a risalire in paese, ma lui si era rifiutato, dichiarando misteriosamente: “Mo li fazzu virè i!” con quella sua vocetta da corda di violino.
Ora gliela faccio vedere io.
Un’ora dopo, con il sole che reclinava dietro la collina di Moliterno, in paese si sparse la voce che sotto il ponte di Maglia, proprio dove i pescatori avevano sprecato la loro giornata con le canne in mano, adesso galleggiavano innumerevoli trote. Morte stecchite. E i ragazzini stavano correndo a fare provviste.
Le voci giunsero all’orecchio del vigile urbano il quale si precipitò a fare il suo sopralluogo. Tornò nel volgere di un quarto d’ora, pallido come se avesse visto un fantasma.
“E’ una strage!” dichiarò.
Uno dei pescatori andò a controllare di persona, e fece ritorno con una busta che scoppiava di pesce.
“Sarà un miracolo?” si domandava stupito davanti al bar.
“No,” disse serafico un vecchio. “E’ varechina. Non mangiare quel pesce!”
Ecco a cosa alludeva Salvatore con la sua minaccia sottolingua: Mo li fazzu virè i! Buttare la varechina nel fiume per punire tutti quei pesci miserabili, quei codardi che per l’intero giorno si erano insabbiati davanti alle esche, dopo che il primo di essi si era immolato in quel modo spettacolare e cruento.
Così li avrebbe stanati tutti.
Il vigile urbano allertò i forestali e Salvatore fu immediatamente fermato. Lo trovarono che si cullava spavaldo su una sedia a dondolo, con l’occhio semichiuso del pistolero che ha vendicato un torto. Mentre lo portavano in municipio per l’interrogatorio gettò occhiate arroganti ai ragazzi che lo osservavano in piazza.
Venne fuori che alla domanda precisa del maresciallo della forestale, il quale gli chiedeva quanta varechina avesse versato nel fiume, Salvatore aveva risposto alzando l’indice e il medio della mano destra.
Due litri. O venti. Non fu dato saperlo con esattezza.
L’evento destò scalpore per giorni e giorni. Tutti concordi nel ritenere giusta la punizione di Salvatore, l’accusa di inquinamento doloso e una multa salatissima. Senza contare la collera dei pescatori, che per le settimane a venire potevano scordarsi di esercitare il loro passatempo. La quantità di pesci e di avannotti morti era tale da dover attendere chissà quanto prima che il fiume tornasse ai vecchi livelli di pescosità.
Per tutto mese di luglio, la valletta del Maglia restò deserta. Né ragazzini a fare il bagno, né pescatori all’azione. Agosto, poi, nei paesi lucani è già avvisaglia d’autunno. Allora il fiume si preparò a riposare per l’inverno, a cadere nel suo letargo di piene limacciose e detriti incagliati sotto le briglie.
Fu quasi a Natale che il socio di mio padre nell’allevamento di trote mi fece quella telefonata. Biagio era arrabbiato come raramente lo avevo sentito.
“Conosci uno che si chiama Salvatore?” esordì. Gli spiegai che ne conoscevo diversi, ma dalla descrizione capii che parlava di lui. Telemaco. Il pirata di Maglia.
Biagio non sapeva niente di quel tipo e non aveva un numero a cui rintracciarlo. Lo stava cercando da un pezzo, perché non aveva ancora pagato un certo ordine.
“I pesci morti nelle vasche non si possono vendere per essere mangiati,” mi spiegò. “Ma per darli in pasto a cani e gatti, sì. Ovviamente il prezzo è molto inferiore.”
Subito ripensai alla lotta furiosa del cavedano. Agli occhi tormentati di Salvatore. Ai quattro pescatori che lo avevano canzonato nell’attesa delle abboccate. Mi si accapponò la pelle al pensiero di quanto stavo intuendo.
Biagio aggiunse: “In estate quel Salvatore se n’è presi una ventina di chili, tutti in un giorno, e non li ha mai pagati!”
Pensai alle sue parole.
Mo li fazzu virè i!
E allora tutto mi fu chiaro.
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