16 febbraio, 2008

L'albero di zucchero filato



Il paese era un mondo di paradossi, il più inspiegabile dei quali era che alla festa del patrono ci si annoiava. Era una verità inconfessabile che ci rendeva sospetti a noi stessi, perché non sapevamo approfittare dei giorni più eccitanti dell’anno. Le luminarie, il paese che si riempiva di gente, i fuochi d’artificio… e noi a fare la spola tra l’ottovolante e il palco della banda, con un senso di vuoto che ci premeva sullo stomaco.
Il punto è che non sapevamo che farcene di quella festa. Arrivava a infrangere l’incantesimo dell’estate prima del ritorno a scuola. Dopo il mare. Con le serate fredde che annunciavano l’autunno. E irrompeva nella nostra vita di gruppo disperdendoci irrimediabilmente, confondendoci in una galassia di sconosciuti che si riversava nelle nostre strade, attirandoci in compagnie di ragazzi grandi che giungevano dai paesi vicini reclamando pezzi della nostra allegria. Uno di noi andava con quelli di Moliterno. Un altro con quelli di Spinoso. Un altro ancora con i grumentini. Solo per la sciocca necessità di sentirsi già maggiorenni. E così divisi, se i nostri sguardi casualmente s’incrociavano scattava un dialogo tacito. Un mento si sporgeva per dire: Che fai? Una spalla si alzava in risposta: Niente, e tu? Le labbra si stiravano silenziose: Niente pure io. Ma fra questi segnali vibrava un messaggio più riposto, acuto come un allarme, che urlava: Aiuto! Chiama gli altri e andiamocene al club!
Sfortunatamente, nessuno aveva mai il coraggio di chiederlo apertamente. La festa del patrono andava onorata, altrimenti il senso di colpa ci avrebbe perseguitato per tutto l’anno.
L’unica cosa che mi intrigava in tutto quel bailamme era il camion di Ciccio Polito, il venditore di dolciumi. La sua bancarella era la più luminosa. I vassoi di noccioline abbrustolite, torroni al cioccolato e caramelle di gelatina facevano invidia a un mercante di spezie. A volte, mentre passeggiavo in mezzo alla folla vociante, mi fermavo davanti alla bancarella e mi divertivo a osservare il viavai dei compratori accolti dagli omaggi di Ciccio Polito. Soprattutto, mi godevo la gioia dei bambini che scrutavano le montagne di arachidi sotto la luce delle lampade.
L’oggetto più strabiliante di Ciccio Polito era la macchina per lo zucchero filato. Un’enorme vasca circolare, con una specie di rocchetto nel centro che ruotava a inimmaginabile velocità. Quando un ragazzino si avvicinava per ordinare lo zucchero, la macchina iniziava subito a ronzare e la mano di Ciccio Polito afferrava un bastoncino e vi spariva all’interno. Il roteare del cilindro e il movimento graduale e contrario del polso di Ciccio Polito, evocavano il paziente peregrinare della mano filatrice intorno alla spagnoletta. Nei pochi secondi in cui la nuvola bianca attecchiva al legnetto e cresceva di volume, l’arte di Ciccio Polito tendeva a quella dei fabbricanti di arazzi. Infine, il bastoncino veniva consegnato nelle mani del piccolo cliente che lo accoglieva come un dono, mentre io, in disparte e silenzioso, aspiravo il profumo di zucchero tostato.
Una sera che mi godevo quello spettacolo, Mimmo era vicino a me.
“Ne avrei voglia,” mi sussurrò. Sembrava vergognarsi di quel desiderio. Però aveva colto il mio stesso pensiero e subito gli dissi che mi sarei preso un bel bastoncino di zucchero filato anch’io. Ma come potevamo? Avevamo sedici anni. Avevamo smesso da tempo di essere i mocciosi che accorrevano alla macchina di Ciccio Polito.
Mentre discutevamo fummo raggiunti da Carmine, il quale sospirò malinconico davanti al nostro proposito. “Siamo vecchi per queste cose,” commentò.
Ma quante volte, dissi, avevamo fatto cose folli con l’originalità dettata dalla nostra fantasia? Quante volte ci eravamo lanciati in bambinate che nelle nostre mani si erano trasformate in imprese sbalorditive? Ci doveva pur essere un modo per mangiare lo zucchero filato senza passare per scimuniti. I miei amici ci rimuginarono per un po’. Alla fine Carmine ci disse di aspettare, e ci lasciò. Dopo meno di cinque minuti ricomparve con un bastone da scopa.
“Ecco il modo!” annunciò. “Prenderemo tanto zucchero filato da sfamare tutta la piazza.”
Vidi gli occhi di Mimmo dilatarsi. “Sei completamente pazzo,” sorrise, “ma è per questo che mi fai morire dal ridere!”
Quando gli consegnammo il bastone chiedendo di riempirlo di zucchero filato, Ciccio Polito ci lanciò uno sguardo come a chiedersi se lo stavamo prendendo per i fondelli. Gli assicurammo che avremmo pagato la giusta somma. Un paio di ragazzini vicino a noi ci osservavano a bocca aperta.
“Date qua,” disse Ciccio Polito, che si fece consegnare il bastone. Lo soppesò un istante. Ne valutò la grandezza in rapporto alla capienza della sua macchina. Infine premette l’interruttore.
Non potrò mai dimenticare la sensazione che provai nel vedere il bastone che ruotava nella vasca di alluminio. Per la prima volta mi parve che quella macchina prodigiosa avesse una degna antagonista, non i soliti legnetti. Ronzava con efficienza doppia. Sbavava zucchero filato come un grosso baco da seta e pareva non fermarsi più. E mentre la nuvola prendeva consistenza, gonfiandosi come la chioma di un pino marittimo, l’espressione di Ciccio Polito s’illuminava di un ardore che non gli avevo mai visto. Dietro di noi si era formato un capannello di curiosi. Udii una voce esclamare: “Ma che cavolo sta facendo?”
Alla fine Ciccio Polito sollevò il bastone, reggendo con l’altra mano la gigantesca nuvola di zucchero filato. Un oooh di stupore si levò dal gruppo alle nostre spalle. Io e Mimmo prendemmo in consegna la creazione di Ciccio, e quando Carmine fece per pagare, il venditore di dolciumi si ritrasse. “Niente soldi!” esclamò tutto trionfante. “Stasera voi ragazzi mi avete fatto il regalo di sentirmi come alla vostra età. E’ già tanto così.”
Lo ringraziammo, e non senza fatica ci dirigemmo verso la piazza, reggendo il gonfalone e infilandoci in bocca ciuffi appiccicosi di zucchero.
Giunti a destinazione, centinaia di occhi puntarono su di noi. Migliaia di risate ci investirono. Frotte di ragazzini strepitanti si avvicinarono. E come per un richiamo silenzioso, gli altri membri del nostro gruppo si materializzarono vicino a noi tre: Massimo, Camillo, Vicky, Tonino. Finalmente liberi dalle compagnie forestiere. Tutti intorno all’albero di zucchero filato.
Durò poco, e a dire il vero non so chi di essi diede l’avvio. Ma alla prima bordata, la nuvola fu immediatamente assalita da uno sciame di mani, e in breve non ne restarono che strisce collose lungo il bastone.
Di tutto quel che seguì, ricordo solo che gli anni volarono via alla stessa velocità.

8 commenti:

Anonimo ha detto...

La festa del paese spezza l'incanto dell'estate, segna un passaggio. E tu mi hai fatto entrare immediatamente in quella festa, ho sentito l'odore dello zucchero tostato, ho visto l'ottovolante, i ragazzi che incrociavano messaggi e sguardi d'intesa... riuscita la costruzione dei personaggi, Carmine che dice "siamo vecchi per queste cose", l'uomo dello zucchero filato che per un momento torna ragazzo...
Divertente in alcuni momenti, commovente in molti altri, finale compreso.
Un racconto che mi ha sinceramente emozionato.
Soltanto un appunto, se posso: avrei tagliato il primo capoverso, che anticipa inutilmente il finale, e iniziato direttamente da "Il paese era un mondo pieno di paradossi...". Un caro saluto :) elliy

Stefano Santarsiere ha detto...

Grazie Elly! Nella versione definitiva terrò conto il della tua osservazione.
Arguta, come sempre!
Un abbraccio.

Anonimo ha detto...

La festa di fine estate anche nel mio paese c'è, una volta l'aspettavamo con l'animo chi può fare finalmente qualcosa di diverso in un paese senza cinema, teatro o attrazioni per ragazzi, e che alla fine però tutto si concludeva nel solito giro delle bancarelle dopo un pò di giostre o di schiamazzi sul "calcinculo". Nel leggere il racconto mi sembra di essere tornato a quelle sagre paesane, con il profumo intenso del croccante o della porchetta, mi è sembrato di strappare anch'io un pezzo di quello zuccehero filato, ho sentito intorno a me le risa di quei ragazzi, l'allegria di allora. Bello, veramente.. ciao Agilla

Stefano Santarsiere ha detto...

Era quello a cui puntavo. Ricreare un'atmopsfera. Un mondo. Uno stato d'animo che vibra in rapporto anche al tempo passato.
Grazie per il tuo commento, Agilla.

Anonimo ha detto...

quasi quasi lascio un sorriso qui :) ciaooo! elliy

CharlieB. ha detto...

Finito di leggere ora! Non che lo stia leggendo da ieri, eh! ;)
Mammamia che voglia di andare alle giostre a prender lo zucchero filato, ma come si fa a quarant'anni?! E mannaggia! la scopa mi serve per viaggiare! :P
Bello davvero!
Manu

Stefano Santarsiere ha detto...

Cara Manu,
quarant'anni non sono niente, sei molto più vicina di quanto pensi alla condizione di ragazzina dal cuore incantato, altrimenti non avresti letto questo racconto.

Grazie di cuore.

St.

antonio ha detto...

Odori, sapori e suoni sono vivi ... e dolci come lo zucchero.
Grazie maestro
ulupu