
Mi destai di soprassalto chiedendomi se era scoppiata una rivolta.
Solo la certezza di trovarmi a quasi duemila metri di altitudine rendeva il pensiero inverosimile, ma per il resto, il fracasso era quello di un gruppo armato che si accingeva a prendere il controllo dell’intera zona.
Nell’atmosfera umida della tenda da campeggio dove avevamo trascorso la notte, scorsi gli occhi di Massimo che sbattevano verso di me. Nessuno osò fiatare, prima di mettere il naso fuori per capire il motivo del baccano che ci aveva svegliato. Troppo stridente era il contrasto con la quiete immane che era calata sul monte Sirino la sera avanti. Avevamo finito di montare le tende e acceso il fuoco pochi minuti prima che il cielo scurisse, trasformandosi in un manto nero ricamato di stelle sfolgoranti. Avevamo divorato la deliziosa pasta al forno che Patrizia si era degnata di cucinare per tutti noi. Ci eravamo messi in testa di raccontare le storie dell’orrore, ma la pace della montagna ci aveva sopraffatti. Sembrava di esserci accampati in fondo a una cattedrale deserta, dove l’oscurità echeggiava di venti sibilanti tra gigantesche cuspidi. In capo a un quarto d’ora avevamo sentito la necessità di infilarci nelle tende. Non solo per dormire, ma per entrare in una silenziosa simbiosi con quella realtà, per arrenderci alla soggezione che essa ci ispirava.
Era la notte tra il 14 e il 15 agosto.
E adesso, era l’alba del giorno seguente.
Udii la voce di Antonella ululare dalla sua tenda: “Ma sipuossapère che caspita è?” Agli scalpicci si erano aggiunti schianti, martellate e un insistente segare. Il tutto accompagnato da agghiaccianti scoppi di risa, alternate a incomprensibili frasi pronunciate con tutta probabilità da neanderthal redivivi pronti a farci la pelle. Massimo continuava a osservarmi con uno sguardo che rivelava più timore che sorpresa. Era evidente che si aspettava di vedermi uscire dalla tenda per discutere con i neanderthal e scongiurarli di risparmiarci.
L’idea di trascorrere il giorno di ferragosto in cima al Sirino era stata sua. Mi aveva proposto di riesumare la famosa tenda da campeggio della vacanza a Santa Maria del Cedro. Lui ne aveva acquistata una sua, molto più moderna e facile da montare, e mi aveva trascinato sulla montagna il pomeriggio del 14 agosto. Per la prima volta eravamo accompagnati da Patrizia e Antonella, che rappresentavano il più grande spauracchio del nostro gruppo, vista la perfidia con cui quelle due ci avevano sempre trattati. Averle per una volta dalla nostra parte era una vera opportunità di pacificazione.
Nei piani di Massimo c’era una allegra serata al chiaro di luna con pasta al forno e salsiccia arrostita, e successiva nottata d’atmosfera. I programmi si erano svolti secondo copione suppergiù fino alle dieci e mezza. Le risate di Patrizia erano risuonate stridule e con la solita generosità. Antonella non si era risparmiata i lazzi verso di me e le mie malefatte al Club. Massimo aveva chiosato su ufo e dinosauri con l’abituale competenza. In fin dei conti la compagnia era all’altezza delle mie aspettative: ma poi, con una gradualità che sfuggiva alle nostre percezioni, come se una mano invisibile avesse versato del sonnifero nella coca cola, fummo presi da un’invincibile sonnolenza. Credo dipendesse dall’aria più fredda e ricca di ossigeno cui eravamo abituati a valle, o dalle braci che si affievolivano senza che nessuno avesse la compiacenza di ravvivarle. Sta di fatto che avanzammo carponi verso le tende molto più presto di quanto avevamo previsto. E non senza privare un vago senso di colpa.
“Forse mi stanno smontando la macchina,” disse Massimo preoccupato. Io non osai contraddirlo. A giudicare dai rumori che sentivamo appena fuori la soglia della tenda, poteva anche essere. C’era qualcosa in essi che suggeriva una laboriosità disinvolta e inarrestabile, frutto di un manipolo ben organizzato, di un collaudato schema di lavoro.
Quel genere di ferragosto anticipato dal pomeriggio avanti era uno dei suoi crucci. Erano anni che ne parlava. Per lui la scampagnata d’ordinanza aveva un effetto deprimente. “A che serve trascorrere la solita giornata in riva al lago e strafocarsi di carne arrostita? Sono cose che fanno tutti.” Il ferragosto, ma anche la pasquetta o la festa di Monticello a Tramutola, erano un puro pretesto, utile a coinvolgere qualcuno in più nelle sue stravaganze. Una burla con un licantropo che sbuca da un cespuglio era più divertente di una festa in maschera. Accamparsi nottetempo in cima a una montagna risultava più interessante che organizzare un picnic. E per quel genere di evoluzioni non era necessario rigirarsi i pollici in attesa di carnevale, del primo di aprile o della notte di san Lorenzo.
“Uagliù, uscite da quella cavolo di tenda,” fece Antonella, in tono ammonitore.
Finalmente feci scorrere la lampo e misi il naso fuori.
Udii la voce di Massimo alle mie spalle: “…mbé?”
“Siamo in trappola!” risposi.
Avevamo piazzato le tende a margine di una piccola valletta in dislivello. Dietro di noi iniziava un bosco di conifere che risaliva il fianco della montagna fino a una certa altezza, per interrompersi nella parte più ripida prima della cima. Da quella parte non si poteva andare.
E di fronte a noi, presumibilmente calato dall’alto dei cieli, era comparso un semi articolato, dal cui rimorchio una compagnia di sconosciuti tirava fuori il necessario per allestire un vero e proprio ristorante da campo. Quattro di loro stavano montando una tavolaccia lunga seicento metri. Altri gironzolavano tra decine di borse piene di cibo, saggiando pezzi di pane grandi come mattoni. Una coppia di energumeni faceva la spola tra il bosco e la radura, accatastando un cumulo di fascine per il fuoco già miracolosamente acceso e scoppiettante. E in tutto questo, cosa che mi provocò un certo allarme, i loro occhi non facevano che correre alle nostre povere tende, con evidente riprovazione verso gli intrusi.
Il nostro ferragosto consistette nell’osservare tutto il giorno quella portentosa comitiva. Erano persone che venivano dalle campagne di Moliterno, Lauria e Lagonegro. Gente che non si faceva tanti problemi in fatto di goliardia. Iniziarono con lo squagliare un barattolo da cinque chili di Nutella su decine di fette di pane, che si distribuirono tra roboanti risate. Seguì un numero imprecisato di caffè versati da una moka alta quanto il sottoscritto, e vari aperitivi a base di stuzzichini alla brace. Trangugiarono una tale quantità di pasta, carne, insalate, vino da sfamare un esercito, e lo fecero praticamente senza soluzione di continuità nell’intero arco della giornata. Di tanto in tanto si fermavano per ballare il liscio o per tirare due calci a un pallone sgonfio, ma subito ricominciavano a ingozzarsi. Il tutto davanti ai nostri sguardi esterrefatti, mentre il nostro fuoco moriva del tutto e le scatolette che ci tenevano in piedi finivano in una sola busta di plastica.
Verso le sei del pomeriggio rovesciarono una conca di patate dentro una padella colma di olio bollente, col risultato di produrre un geyser sfrigolante che annebbiò l’intera valletta. Alle otto, finalmente, parvero placarsi. Vidi che Massimo adocchiava le fascine residue, nella speranza di potercene servire per rianimare il fuoco quando la compagnia avesse sbaraccato. Ma la speranza fu delusa da una voce roca che gridò: “E mo! Spaghetti aglio e oglio!”
E così di seguito fino alle undici di sera; quando finalmente, con la stessa rumorosa velocità con cui si erano materializzati, i nostri vicini si dileguarono.
Tornammo alla solitudine della sera prima. Le immagini di veri uomini e donne che ci avevano dato un saggio del bel vivere alla vecchia maniera, si asciugarono lentamente dai nostri occhi.
A quel punto Massimo disse: “Bene. Dove eravamo rimasti?”
E restammo lassù per una notte e un giorno ancora.
Solo la certezza di trovarmi a quasi duemila metri di altitudine rendeva il pensiero inverosimile, ma per il resto, il fracasso era quello di un gruppo armato che si accingeva a prendere il controllo dell’intera zona.
Nell’atmosfera umida della tenda da campeggio dove avevamo trascorso la notte, scorsi gli occhi di Massimo che sbattevano verso di me. Nessuno osò fiatare, prima di mettere il naso fuori per capire il motivo del baccano che ci aveva svegliato. Troppo stridente era il contrasto con la quiete immane che era calata sul monte Sirino la sera avanti. Avevamo finito di montare le tende e acceso il fuoco pochi minuti prima che il cielo scurisse, trasformandosi in un manto nero ricamato di stelle sfolgoranti. Avevamo divorato la deliziosa pasta al forno che Patrizia si era degnata di cucinare per tutti noi. Ci eravamo messi in testa di raccontare le storie dell’orrore, ma la pace della montagna ci aveva sopraffatti. Sembrava di esserci accampati in fondo a una cattedrale deserta, dove l’oscurità echeggiava di venti sibilanti tra gigantesche cuspidi. In capo a un quarto d’ora avevamo sentito la necessità di infilarci nelle tende. Non solo per dormire, ma per entrare in una silenziosa simbiosi con quella realtà, per arrenderci alla soggezione che essa ci ispirava.
Era la notte tra il 14 e il 15 agosto.
E adesso, era l’alba del giorno seguente.
Udii la voce di Antonella ululare dalla sua tenda: “Ma sipuossapère che caspita è?” Agli scalpicci si erano aggiunti schianti, martellate e un insistente segare. Il tutto accompagnato da agghiaccianti scoppi di risa, alternate a incomprensibili frasi pronunciate con tutta probabilità da neanderthal redivivi pronti a farci la pelle. Massimo continuava a osservarmi con uno sguardo che rivelava più timore che sorpresa. Era evidente che si aspettava di vedermi uscire dalla tenda per discutere con i neanderthal e scongiurarli di risparmiarci.
L’idea di trascorrere il giorno di ferragosto in cima al Sirino era stata sua. Mi aveva proposto di riesumare la famosa tenda da campeggio della vacanza a Santa Maria del Cedro. Lui ne aveva acquistata una sua, molto più moderna e facile da montare, e mi aveva trascinato sulla montagna il pomeriggio del 14 agosto. Per la prima volta eravamo accompagnati da Patrizia e Antonella, che rappresentavano il più grande spauracchio del nostro gruppo, vista la perfidia con cui quelle due ci avevano sempre trattati. Averle per una volta dalla nostra parte era una vera opportunità di pacificazione.
Nei piani di Massimo c’era una allegra serata al chiaro di luna con pasta al forno e salsiccia arrostita, e successiva nottata d’atmosfera. I programmi si erano svolti secondo copione suppergiù fino alle dieci e mezza. Le risate di Patrizia erano risuonate stridule e con la solita generosità. Antonella non si era risparmiata i lazzi verso di me e le mie malefatte al Club. Massimo aveva chiosato su ufo e dinosauri con l’abituale competenza. In fin dei conti la compagnia era all’altezza delle mie aspettative: ma poi, con una gradualità che sfuggiva alle nostre percezioni, come se una mano invisibile avesse versato del sonnifero nella coca cola, fummo presi da un’invincibile sonnolenza. Credo dipendesse dall’aria più fredda e ricca di ossigeno cui eravamo abituati a valle, o dalle braci che si affievolivano senza che nessuno avesse la compiacenza di ravvivarle. Sta di fatto che avanzammo carponi verso le tende molto più presto di quanto avevamo previsto. E non senza privare un vago senso di colpa.
“Forse mi stanno smontando la macchina,” disse Massimo preoccupato. Io non osai contraddirlo. A giudicare dai rumori che sentivamo appena fuori la soglia della tenda, poteva anche essere. C’era qualcosa in essi che suggeriva una laboriosità disinvolta e inarrestabile, frutto di un manipolo ben organizzato, di un collaudato schema di lavoro.
Quel genere di ferragosto anticipato dal pomeriggio avanti era uno dei suoi crucci. Erano anni che ne parlava. Per lui la scampagnata d’ordinanza aveva un effetto deprimente. “A che serve trascorrere la solita giornata in riva al lago e strafocarsi di carne arrostita? Sono cose che fanno tutti.” Il ferragosto, ma anche la pasquetta o la festa di Monticello a Tramutola, erano un puro pretesto, utile a coinvolgere qualcuno in più nelle sue stravaganze. Una burla con un licantropo che sbuca da un cespuglio era più divertente di una festa in maschera. Accamparsi nottetempo in cima a una montagna risultava più interessante che organizzare un picnic. E per quel genere di evoluzioni non era necessario rigirarsi i pollici in attesa di carnevale, del primo di aprile o della notte di san Lorenzo.
“Uagliù, uscite da quella cavolo di tenda,” fece Antonella, in tono ammonitore.
Finalmente feci scorrere la lampo e misi il naso fuori.
Udii la voce di Massimo alle mie spalle: “…mbé?”
“Siamo in trappola!” risposi.
Avevamo piazzato le tende a margine di una piccola valletta in dislivello. Dietro di noi iniziava un bosco di conifere che risaliva il fianco della montagna fino a una certa altezza, per interrompersi nella parte più ripida prima della cima. Da quella parte non si poteva andare.
E di fronte a noi, presumibilmente calato dall’alto dei cieli, era comparso un semi articolato, dal cui rimorchio una compagnia di sconosciuti tirava fuori il necessario per allestire un vero e proprio ristorante da campo. Quattro di loro stavano montando una tavolaccia lunga seicento metri. Altri gironzolavano tra decine di borse piene di cibo, saggiando pezzi di pane grandi come mattoni. Una coppia di energumeni faceva la spola tra il bosco e la radura, accatastando un cumulo di fascine per il fuoco già miracolosamente acceso e scoppiettante. E in tutto questo, cosa che mi provocò un certo allarme, i loro occhi non facevano che correre alle nostre povere tende, con evidente riprovazione verso gli intrusi.
Il nostro ferragosto consistette nell’osservare tutto il giorno quella portentosa comitiva. Erano persone che venivano dalle campagne di Moliterno, Lauria e Lagonegro. Gente che non si faceva tanti problemi in fatto di goliardia. Iniziarono con lo squagliare un barattolo da cinque chili di Nutella su decine di fette di pane, che si distribuirono tra roboanti risate. Seguì un numero imprecisato di caffè versati da una moka alta quanto il sottoscritto, e vari aperitivi a base di stuzzichini alla brace. Trangugiarono una tale quantità di pasta, carne, insalate, vino da sfamare un esercito, e lo fecero praticamente senza soluzione di continuità nell’intero arco della giornata. Di tanto in tanto si fermavano per ballare il liscio o per tirare due calci a un pallone sgonfio, ma subito ricominciavano a ingozzarsi. Il tutto davanti ai nostri sguardi esterrefatti, mentre il nostro fuoco moriva del tutto e le scatolette che ci tenevano in piedi finivano in una sola busta di plastica.
Verso le sei del pomeriggio rovesciarono una conca di patate dentro una padella colma di olio bollente, col risultato di produrre un geyser sfrigolante che annebbiò l’intera valletta. Alle otto, finalmente, parvero placarsi. Vidi che Massimo adocchiava le fascine residue, nella speranza di potercene servire per rianimare il fuoco quando la compagnia avesse sbaraccato. Ma la speranza fu delusa da una voce roca che gridò: “E mo! Spaghetti aglio e oglio!”
E così di seguito fino alle undici di sera; quando finalmente, con la stessa rumorosa velocità con cui si erano materializzati, i nostri vicini si dileguarono.
Tornammo alla solitudine della sera prima. Le immagini di veri uomini e donne che ci avevano dato un saggio del bel vivere alla vecchia maniera, si asciugarono lentamente dai nostri occhi.
A quel punto Massimo disse: “Bene. Dove eravamo rimasti?”
E restammo lassù per una notte e un giorno ancora.
4 commenti:
Dopo la botta del 13/14 aprile, mi hai dato un po' di serenità.
Io scenderò a Moliterno credo il 30 p.v., xchè sto ristrutturando una casetta dei miei nonni.
Speriamo di incontrarci presto, a casa nostra.
Un bacio
Giovanna
Cara Giovanna, non pensare più al 13-14 aprile, altrimenti ti avveleni per i prossimi cinque anni. E del resto, a volte mi chiedo a cosa serva crucciarsi tanto per il cortile che è il nostro Paese, che sul proscenio mondiale vale come il classico 'due di picche'. Scusa, ma sono appena tornato dal Messico e, come sempre accade dopo viaggi del genere, torno con la testa altrove. A presto!
bertornato, allora.
com'è l'afa bolognese di questi tempi?
Grazie caro.
Afa qui non ce n'è ancora - e meno male! Al contrario, mi pare che la primavera sia alquanto deboluccia. Comunque, tempo per maturare ne ha.
Un abbraccio.
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